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Fresh Mula: “La musica può essere una preghiera”

06.02.2026 Scritto da Claudio Cabona

La sua partecipazione al format internazionale COLORSxSTUDIOS, una vetrina che ha consacrato nomi come Billie Eilish, Doechii, Doja Cat, Jorja Smith e Ty Dolla Sign, ha fatto sgranare gli occhi ad appassionati e addetti ai lavori. Con un sound che fonde rap, soul e gospel, Fresh Mula, nome d’arte di Omar Gueye, classe 1998, nato da madre italiana e padre senegalese, cresciuto nella provincia di Bergamo, ha un'identità che affonda le radici nella black culture e in una dimensione contemporanea dell’hip hop. In lui convivono anche eleganza e spiritualità: il suo ultimo ep “Diario di bordo”, uscito l’anno scorso, è il primo viaggio di un artista che ha tutte le carte in regola per andare lontano.

Omar, come sei arrivato a COLORSxSTUDIOS?
Premetto che per me arrivare a questo format è uno dei più grandi sogni che potessi realizzare. Da ragazzino vedevo le performance, prendevo appunti e studiavo. E così facendo ho scoperto nomi che poi sono diventati tra i miei ascolti principali. Ci sono arrivato con una mail: mi hanno scritto loro. In un primo momento pensavo fosse una proposta per andare a suonare a Berlino, poi i miei collaboratori mi dicono: “Mula, guarda che questi sono quelli di COLORS”. E io sono impazzito dalla gioia.

Hai presentato un doppio brano: “Samuel L. Jackson” e “We have a dream”. Il primo è più uno statement, il secondo ha barre sociali. Perché questa scelta?
Sì, è una selecta con due topics diversi. “Samuel L. Jackson” è il pezzo per cui mi hanno cercato loro, quindi ovviamente l’ho inserito. Ma volevo anche altro, qualcosa che mostrasse il mio pensiero più profondo: per questo ho aggiunto “We have a dream”. Non volevo limitarmi, non volevo passare per lo standard del rap: soldi, spaccio e altro.

Per questo motivo in “We have a dream”, che richiama Martin Luther King, rappi: “Schiaccian l'oppresso mentre portano in alto l'oppressione”.
Sì, non le chiamerei denunce, sono dei pensieri sul bene e sul male. E io voglio schierarmi dalla parte del bene, trasmettendo dei messaggi positivi ai ragazzini che possono ascoltare la mia musica e rivedersi in quello che ho vissuto. Insomma, con il doppio brano volevo prendere un doppio pubblico.

Quello che colpisce delle tue canzoni, è la ricerca musicale. Da dove arriva tutto questo amore per la black music?
Ho sempre ascoltato di tutto. Amo la musica e questa per me è il fulcro, lo scheletro del progetto. Io sono un nerd del dettaglio, mi mandano un mare di prod, ma ne tengo poche. Il soul, il jazz, il blues, il rap, l’R&B: vorrei che tutti questi generi piano piano attraversassero il mio mondo. E per farlo non posso limitarmi tematicamente. Se facessi solo pezzi super cattivi, mi incatenerei, ma è quello che non voglio. Con i ragazzi con cui lavoro, che sono fortissimi, cerchiamo quindi di sviluppare un immaginario ampio. Inoltre c’è un altro caposaldo: gli strumenti.

Parli del valore aggiunto dai musicisti?
Sì, grazie a loro recupero sound del passato e li riattualizzo. Nel set fatto per Bang & Olufsen si è visto. Le produzioni solo digital dopo un po’ mi stancano. Gli strumenti aggiungono dei colori e calore. Con questi elementi spero di far evolvere il mio sound e di contaminarlo, mostrandone diverse sfaccettature.

A questa consapevolezza non sei arrivato subito. In alcuni tuoi brani di qualche anno fa, la pasta sonora è diversa.
Sono nato e cresciuto a Bergamo, la musica ha sempre fatto parte della mia vita: in casa mia si ascoltavano Aretha Franklin, Michael Jackson, Pino Daniele, Mina, Zucchero. Le primissime canzoni, in realtà, erano già jazz e soul, poi sì, sono andato effettivamente anche da altre parti. Ho provato e riprovato, dovevo trovare le mie skills, questo è un processo fondamentale per scovare il proprio sound e se stessi. È vero quello che dici, ma io ho avuto bisogno di tempo.


Legittimo e anche giusto. Oggi la frenesia del mercato non sembra lasciare spazio alla maturazione e agli errori.
Ringrazio il cielo, ringrazio ogni mia scivolata e ogni mio tentativo perché ora so chi sono, sono convinto di quello che faccio. E sono in evoluzione. Ho 27 anni, dedico tanto tempo alla ricerca e allo studio, questo è quello che per me conta.

In “Diario di bordo” dici: “Brother in 'sto posto non mi sento al sicuro, ma forse se canto ci sentirà qualcuno”. Che valori dai alla musica e al canto?
Ho iniziato a fare musica per esigenza, per raccontare e raccontarmi. Inizialmente non avevo la capacità di farlo, ma lo facevo comunque. E questo mi è servito per uscire da un’adolescenza turbolenta. Perché tenere le cose dentro mi portava a stare male. Al tempo stesso oggi non faccio musica solo per me, sento una responsabilità, voglio comunicare qualche cosa alla mia generazione. Non voglio dare aria alla bocca tanto per farlo.

Deriva da qui la spiritualità che si sente in molti tuoi brani?
Faccio canzoni anche per divertire e divertirmi, sia chiaro, ma credo fortemente nel potere delle parole. Per me la musica può essere una preghiera. Figure come Martin Luther King, Malcolm X, oggi più attuali che mai, e lo scrittore Paolo Borzacchiello mi hanno fatto capire quanto la parola possa influenzare le dinamiche esterne e quello che siamo. Io voglio fare musica che rimanga nel tempo, che vada oltre egocentrismo e soldi. Non ne faccio un discorso ideologico, ma valoriale.

In “C’era una Rover” racconti una storia di quartiere con al centro dei ragazzi che devono solo pensare a salvarsi.
È il mio primo pezzo storytelling. Io adoro le punchline, ma a un certo punto ho sentito la necessità anche di scrivere un pezzo così. Il brano, che utilizza un linguaggio gangsta, vuole far capire in realtà quanto il mondo della criminalità e dello spaccio ci allontanino dalle cose positive. Al centro c’è proprio una storia, raccontata nel dettaglio. Per un periodo ho vissuto nel quartiere Celadina, che mi ha ispirato: quando sei in mezzo alla povertà, non sempre puoi scegliere.

Sei italiano con origini miste: tanti giovani con la stessa storia possono rivedersi in te. Tutto ciò che valore ha?
Ti dirò una cosa un po’ controcorrente: io non voglio usare quello che ho vissuto per raccontarmi. Io non voglio dire: “Sì, vivo in Italia e sono nero”. La mia vera vittoria è essere quello che sono, senza ulteriori commenti. Non voglio essere categorizzato. Mangio la polenta, parlo il bergamasco, il mio vero goal è la normalizzazione. Quando leggo titoli come “l’artista afro-italiano”, dico: ma perché? Io voglio essere un artista e basta.

Anni fa hai avuto esperienze in major. Che cosa non ha funzionato?
Non voglio lamentarmi. Se in quel momento non è andata, è perché non doveva andare. Dovevo capire chi fossi, cosa volessi. Ora sarebbe diverso. Ho fatto un’esperienza che comunque mi è servita, certi mondi vanno conosciuti per non bruciarsi dopo.

Hai scritto: “L’unico modo per scappare dalla competizione è con l’autenticità, perché nessuno può essere più te stesso di te stesso”. Qual è oggi il brano che fotografa questa autenticità?
“We have a dream”, ho anche pronto il video ed è caldissimo.

Hai fatto feat con Tony Boy, Nitro, Dani Faiv, eppure i tuoi pezzi più rappresentativi sono quelli in cui sei solo.
Sono stati esperimenti, dei training molto professionali. È come fare un allenamento con un calciatore fortissimo in un momento in cui però non sei così pronto. Sono felice di averli fatti, non c’è stato nulla di sbagliato, ma ora voglio che nella mia top ten di canzoni su Spotify ci siano solo brani miei.


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