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Franz Di Cioccio: "Ecco come dev'essere un bravo batterista"

21.01.2026 Scritto da Lucia Mora

Quando disturbo Franz Di Cioccio per la nostra chiacchierata, ha appena finito il soundcheck, prima di un concerto con la PFM. L’ultimo di una serie infinita, lunga una vita. Con la Premiata Forneria Marconi ha scritto la storia della musica italiana e del prog mondiale. Le sue bacchette hanno ispirato generazioni di batteristi: l’approccio energico e divertito, quasi funky; l’aggressività che riesce a rispettare i confini di una precisione millimetrica.

Nei gloriosi brani della PFM non c'è spazio per l'errore: se il batterista scivola di un sedicesimo, sono guai. Tempi dispari, stop-and-go continui e cambi di accento? Non sono un problema, per chi ha “il metronomo nel corpo”. Ecco perché intervistare Franz per i suoi 80 anni da batterista a batterista – e lo dico, sia chiaro, con tutta l’umiltà del caso – è stato doppiamente un onore e un piacere.

Come hai costruito il tuo vocabolario di batterista: più pratica o più istinto?

Direi ascolto. Non sono mai andato a scuola, sono autodidatta. Un autodidatta che però ha ascoltato tantissima musica sin da piccolo: mio padre era un musicista e da lui ho assimilato la musica classica, popolare, jazz, il pop di allora, il beat… Da questo mischione sono uscito io. A differenza di altri, mi piace usare la batteria come se fosse uno strumento melodico: non penso ai tempi, ma alla melodia. La musica mi ha fatto scoprire un mondo che non esisteva.

Meglio un batterista leader, che guida il gruppo, o uno che respira con la band?

Tutte e due. Anzi, è impossibile fare una cosa senza l'altra. Io amo tutto: faccio il fulcro in mezzo che muove tutti all'arrembaggio, quando abbiamo delle cose buone in mano da poter fare con la musica, con i testi. Un bravo batterista sa portare la propria band. Ringo Starr poteva anche essere un batterista semplice, ma Ringo Starr era perfetto per i Beatles. E Di Cioccio è perfetto per la PFM.

Nel prog si corre il rischio di eccedere nel virtuosismo fine a sé stesso. Tu riesci a eseguire brani complessi con naturalezza, senza risultare matematico. Qual è il segreto?

Anche a me sono venute in mente cose di quel genere ogni tanto, ma per me la musica è quando sento la scintilla. La prendo e dico a tutti: oh, ragazzi, abbiamo la scintilla qua, mi raccomando. Basta. Non è che vado da tutti a dire “guarda, qui tu dovresti fare un do minore”, non esiste. Quella non è più musica. Poi, per quanto riguarda la prima PFM, contava molto una cosa: era una famiglia. Tra di noi bastava uno sguardo. Era tutto fluido e naturale, anche i rapporti interpersonali tra noi musicisti. Comunque, la cosa più importante che l'artista deve ricordare sempre è che ha davanti delle persone che vogliono ascoltare della musica, che vogliono partecipare ed essere parte di questa storia; non è molto facile cantare o suonare se poi le guardi e non riesci a far arrivare quello che hai dentro.

Hai mai scritto una parte di batteria che ha cambiato l’identità di un brano?

No, non lo faccio, perché cambiare l'identità di un brano mi dispiace. Io suono quello che mi viene in mente in quel momento lì. Magari vado a mangiare una brioche e mi viene un pezzo della madonna. È una follia? Può essere, ma di fatto funziona. Perché non puoi essere inchiodato su quello che c'è scritto sul foglio, devi essere tu a portare avanti tutto.

L’esperienza come cantante e frontman ha cambiato in qualche modo l’approccio alla batteria?

No, in realtà. Probabilmente perché già nei Settanta cantavo da dietro la batteria. Per esempio, "Dove... quando..." è un brano che ho sempre cantato io, da batterista. È chiaro che facendo il salto negli anni '80, passando davanti, ho dovuto cedere il seggiolino, ma anche adesso continuo a dividermi tra microfono e batteria. 

Mai avuti momenti di crisi?

C’è stato un periodo in cui non ne volevo più sapere della batteria. Poi l’amore è ripartito. Avevo solo bisogno di un momento di pausa. Dopo quel periodo ho anche scritto un brano per la batteria: si chiama “Tatum” (dall’album solista “Lupus in fabula” del 1992, ndr). È un’onomatopea: “ta” è il colpo sul rullante, “tum” il ritorno sul tamburo. Ma sentendo le parole, sembra che io parli a una donna: “E poi di colpo cambiar vita, non avere più voglia di te. Ti sei sentita un po' tradita, lo so”. A un certo punto dico: "Anche quando ti picchiavo eri contenta". Chi non sa di che cosa parlo rimane un attimo agghiacciato. Poi nell’ultima strofa svelo a chi è dedicata: al mio grande amore.

Meglio un kit minimalista o più ricco per potersi sbizzarrire?

Il giusto. Quello che serve. Non lego la mia vita a un rullante piuttosto che a un altro. La musica è fatta così: è uno sguardo che ti abbraccia e che ti fa capire immediatamente tutto. Non sono mai stato un grande fan di accessori come il doppio pedale. Preferisco trovare quello stesso suono con un pedale unico.

Bacchetta leggera 7A o pesante 5B?

Quella pesante ha un suo perché. Soprattutto perché ti fa scoprire che esiste quella leggera.

Nel prog dei ‘70 il muro di suono delle tastiere (Hammond, moog, mellotron) era quasi invalicabile. Tu lo hai superato.

È una cosa che ti capita addosso per forza e devi farci i conti. Quando cambia la musica e si hanno nuovi strumenti con i quali puoi esprimerti di più, suonando in un altro modo, è importantissimo per tutti partecipare. Anche quando lo strumento nuovo non è il tuo. Mi ha aiutato essere un entusiasta: quando sento un suono che mi piace, mi ci invento dei film. Se ai tempi Premoli (Flavio, l’ex tastierista della PFM, ndr) partiva con qualche cosa, anche durante un soundcheck, io subito gli andavo dietro. I pezzi nascevano anche così. Per questo dico di avere un modo di suonare melodico: perché inseguivo le tastiere, la chitarra, il violino.

Il marchio di fabbrica che ti distingue da altri batteristi?

L’essere naïf. Anche se conosco la musica e so esattamente tutto quello che devo fare, sono un naïf. Un melodico col nervo.

A proposito di altri batteristi. Chi sono i tuoi riferimenti?

Tanti. Uno su tutti? John Bonham. Ho cominciato a guardarlo, e a guardarlo, per ore. I musicisti si guardano, perché lì hai molto, molto da imparare, molto da prendere da un punto di vista artistico.

Sul palco porti un’energia trascinante. È mai capitato che l'enfasi ti portasse fuori tempo?

No, non è mai successo. Ormai ho il metronomo direttamente in corpo! Una volta, negli Stati Uniti, negli anni '70, avevo alle spalle un grandissimo gong. Solo che questo grandissimo gong era su uno stand con le rotelle che, a un certo punto, è partito. L’ho afferrato e lo tenevo fermo con una mano, mentre con l’altra suonavo. Poi che cosa è successo? Mi è venuto addosso. Quindi avevo il gong sulle spalle e di me si vedevano solo le braccia che sbucavano per suonare.

Ci sono pezzi che nei live della PFM diventano quasi imprese atletiche. Il medley di “Alta Loma Five Till Nine”, “Celebration”, “Chocolate Kings”... Ti sei mai preparato dal punto di vista fisico?

No, è solo passione. Ho la fortuna di avere orecchie molto dotate, anche perché con la musica ho iniziato solo ascoltando, e le orecchie mi hanno sempre detto: "Amico, c'ho delle cose per te!". Questo mi è sempre bastato, non ho mai sentito il bisogno di altro. Le mie canzoni sono molto vivaci perché sono vive, sono nate sulla strada e sulla strada hanno trovato il loro successo. Niente palestra o cose simili. L'unica cosa che faccio è correre con i miei cani in giardino.

Un giovane batterista vuole studiare la PFM: su che cosa gli consigli di lavorare? L’incastro con gli altri strumenti, i tempi dispari, la resistenza, la capacità di improvvisare…

Tutte queste che hai detto, più una: saper giocare con te stesso. Quando poi sei da solo con il pubblico, il pubblico ti dà indietro delle cose che tu non immaginavi. E lo fa anche alla terza, alla quinta, alla settima volta e così via. È quello che ti dà veramente soddisfazione, non hai bisogno di metterti lì a fare lo scriba. Dev’essere un piacere quello che fai. La batteria, le percussioni in generale sono il primo strumento nella storia dell'umanità; nel bambino può svilupparsi subito il senso del ritmo. Un bravo batterista deve saper tirare fuori il bambino che ha dentro.


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