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Franco Battiato, "Il lungo viaggio" fra documentario e fiction

22.01.2026 Scritto da Franco Zanetti

Di questi tempi, un biopic non lo si nega a nessuno. Figuriamoci se lo si può negare a Franco Battiato, il quale indubitabilmente ne è più che meritevole.

Il problema dei biopic, però, è che si devono barcamenare sul crinale fra documentaristica e fiction, sicché chi conosce il personaggio centrale del lavoro (che sia un fan o un giornalista pignolo) non potrà fare a meno di notare incongruenze o svarioni di sceneggiatura. In “Franco Battiato – Il lungo viaggio” ne ho visti, benché non troppo fastidiosi. Ci sono anche, come dire, delle accelerazioni narrative funzionali alla narrazione, o delle illazioni non documentate (ad esempio la discussione messa in scena fra il personaggio di Giuni Russo e Battiato nella sera del passaggio televisivo a Sanremo di Alice con “Per Elisa”).

Scrivo “il personaggio di” ma “è” Giuni Russo, perché nel film viene chiamata per nome, così come Fleur (Jaeggy) viene chiamata per nome, così come Giusto Pio viene chiamato per nome – ed è, di tutti, quello che più mi è parso somigliare davvero alla persona reale (è bravo Giulio Forges Davanzati). Ma ci sono anche Giorgio (Gaber) e Ombretta (Colli) e Juri (Camisasca) e Antonio Ballista, figurine appena abbozzate a cui vengono assegnati dei camei. Ci sono anche Angelo (Carrara) e Gianni (Sassi), ai quali viene purtroppo affibbiata una calata milanese quasi caricaturale, come decisamente caricaturali sono i discografici ai quali Battiato annuncia la sua volontà di avere successo (e che pure vengono fatti parlare con un accento milanese – mentre milanesi non erano; come anche non è vero, come invece viene fatto dire a uno di questi, che “Patriots” vendette meno di “L’era del cinghiale bianco” – è il contrario).

Ma, come dicevo poc’anzi, qui siamo nell’ambito dell’invenzione, o della reinvenzione, e siamo appunto in un biopic, non in un documentario. Mentre invece ci sono dei dettagli esplicitamente biografici: la partita di calcio in cui Franco si frantuma il naso contro un palo (episodio realmente accaduto, però non al Battiato bambino giocando con gli amici in spiaggia, ma al Battiato già ragazzo in un incontro di un campionato minore), le partite a poker con Fleur e Roberto Calasso con i libri Adelphi al posto delle fiches, l’esibizione del 1989 davanti a Papa Giovanni Paolo II al termine della quale Battiato non riuscì a concludere “E ti vengo a cercare”, l’intervista televisiva del 1981 a Mario Luzzatto Fegiz in “Mister Fantasy” (“una mia amica cercava un centro dove farsi la permanente”). Ecco: è proprio l’aderenza ai fatti di cronaca di alcune sequenze che evidenzia per contrasto l’incongruenza storica di altre (a me risulta, ma posso sbagliarmi, che Grazia Patti, la madre di Battiato, raggiunse il figlio a Milano ben prima del 1971, mentre nel biopic viene fatta arrivare nei giorni di quell’anno in cui vennero affissi i celebri manifesti pubblicitari della Busnelli in cui Battiato è fotografato su un divano; certo, narrativamente è una soluzione funzionale, ma piega la realtà alla fiction).

Del resto anche la carriera discografica di Battiato viene raccontata a balzelloni, e la sceneggiatura di Monica Rametta salta completamente sia la fase pre-“Fetus” sia quella degli album fra “Sulle corde di Aries” e “L’era del cinghiale bianco” – e più o meno interrompendosi sul finire degli anni Novanta, con la scena (poco credibile) della scrittura del testo di “La cura”.

Ecco, quello che cercando di trovare una sintesi posso dire è che questo biopic – un po’ come quello sui Queen, “Bohemian rhapsody” – non va considerato come una “vera storia” di Battiato, a dispetto del fatto che vi siano persino ricostruiti alcuni videoclip dell’artista. E’, invece e con una certa evidenza – ma bisognerebbe farselo confermare dal regista Renato De Maria, che in ogni modo ha lavorato con l’avallo della Fondazione Franco Battiato presieduta dalla nipote Cristina - un film sul rapporto strettissimo di Battiato con la madre, la donna più importante della sua vita. Simona Malato, che la interpreta, fa un ottimo lavoro, evitando eccessi di sentimentalismo. Come fa un buon lavoro, e non era facile, Dario Aita (nella foto dell’articolo), che interpreta Battiato anche ricantandone le canzoni (ma era davvero necessario che imitasse la voce – o, più che la voce, la calata del fraseggio parlato di Franco?).

Sono curioso di leggere cosa scriveranno del film i critici cinematografici e i miei colleghi giornalisti musicali. A me, finito di guardarlo, è venuta voglia di rivedere il DVD di “Perduto amor”…


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