Rai Libri ha pubblicato da qualche giorno “Battiato svelato. Dalle sperimentazioni degli esordi all’universo multiforme” a cura di Giorgio Calcara, il curatore della grande retrospettiva su Franco Battiato al museo MAXXI del 2026 (qui una fotogallery)
Nel libro (249 pagine, 20 euro) Franco Battiato è raccontato da chi lo ha conosciuto da vicino, dagli anni Settanta, quelli della sperimentazione e della ricerca, fino a quelli più recenti: Vincenzo Zitello e Gianfranco D’Adda, Simone Cristicchi e Vittorio Sgarbi, Marco Travaglio, Michele Lobaccaro, Pietrangelo Buttafuoco, Syusy Blady e altri ancora.
Per gentile concessione dell’editore, ecco un breve estratto dall’intervento di Vincenzo Zitello.
Era l’estate del 1985, un periodo di fermento per la musica italiana e per la carriera di Franco Battiato. Il suo album “Mondi lontanissimi” aveva catturato l’immaginazione di molti, e le sue composizioni, ricche di significati filosofici e spirituali, continuavano a conquistare cuori e menti. Ma quell’anno, uno degli eventi tra i più originali sarebbe avvenuto in Valle d’Aosta, al Festival di Saint-Vincent Estate, una vetrina importante per le star italiane e internazionali dell’epoca. Un luogo dove la musica pop si faceva protagonista e dove ogni performance era considerata un momento solenne di promozione discografica.
Franco, però, non era tipo da seguire la massa. Decise che avrebbe affrontato quel palcoscenico in modo del tutto originale, ribaltando le previsioni di chi si aspettava una performance ordinaria. Non avvisò i discografici, né la Rai e pianificò un’apparizione televisiva davvero originale. La sua esibizione sarebbe stata, senza dubbio, una delle più ironiche e iconiche della stagione. Decise che l’arpa celtica che suonavo io e la chitarra elettrica di Saro Cosentino dovevano essere accompagnate da un outfit a dir poco bizzarro: abiti da garibaldini, i soldati che avevano partecipato all’Unità d’Italia sotto la guida di Giuseppe Garibaldi. E come se questo non fosse abbastanza, Franco salì sul palco vestito esattamente come Garibaldi, con
un’uniforme storica con tanto di mantello, bastone e cappello, lasciando tutto il pubblico meravigliato e i discografici attoniti.Era un atto di pura ironia. Quel riferimento al Risorgimento italiano, a una delle epoche più travagliate della nostra storia, sembrava voler unire l’antico al moderno, la riflessione storica alla musica avanguardista. Molti pensarono che fosse un atto di patriottismo, un messaggio di “risveglio nazionale”, ma per Franco era molto di più: una provocazione, una sfida all’establishment musicale. La canzone che eseguì, “Risveglio di primavera”, era l’espressione perfetta della sua fase creativa: un mix di sperimentazione sonora e filosofia. La musica attingeva a tradizioni diverse, ma il messaggio era chiaro: risveglio interiore e rinnovamento umano e in aggiunta una riflessione sulla condizione storica del Sud Italia. L’abito da garibaldino, con la sua forza simbolica, sembrava voler dare ancora più peso a quella “rinascita” suggerita dalla canzone. Battiato, con la sua ironia, sfidava le convenzioni del pop del tempo, mescolando storia e modernità, serietà e avanguardia. Un incontro tra la riflessione storica e la musica, condito da un pizzico di provocazione artistica.
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