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Francesco Guccini, gli anni degli inizi (1960-1966)

03.09.2026 Scritto da Franco Zanetti

E’ da pochi giorni in libreria “”Francesco Guccini: oltre le canzoni”, un libro pubblicato da Edizioni Clichy: un ampio percorso della vita e della produzione artistica del cantautore di Pàvana che intreccia dischi, canzoni, libri, fumetti e cinema. Non pensate a un “instant book” confezionato sull’onda dell’emozione suscitata dalla scomparsa del Maestrone: questo è un lavoro iniziato parecchi mesi fa e che raccoglie i testi, ottimamente coordinati dalla redazione di Clichy, di moltissimi autori (Maurizio Becker, Mario Giammetti, Federico Guglielmi, Alberto Marchetti, Renato Marengo, Alberto Menenti, Michele Neri, Franco Settimo, Alessandra Vita, Vito Vita) e i contributi di Pier Farri, Alex Devetzoglou, Deborah Kooperman, Vince Tempera, Flaco Biondini, Lavinia Mancusi, Alessandro Agnoli, Mauro Pagani), e con un ricchissimo corredo di fotografie e immagini. Per gentile concessione dell’editore ne pubblichiamo un capitolo, quello scritto da Vito Vita (con il contributo di Pier Farri) e intitolato “Sognando l’America e il rock’n’roll” (1960-1966). 

 

Qualche tempo fa dagli archivi della Fondazione Home Movies-Archivio Nazionale del Film di Famiglia di Bologna è emerso casualmente un filmato amatoriale del 1965 in cui si vedono a passeggio al Portico dei Servi tra le bancarelle della Fiera di Santa Lucia un ragazzo con l’eskimo e una ragazza col paletot: tutti hanno riconosciuto nel ragazzo Francesco Guccini, ancora senza barba, con la futura moglie Roberta Baccilieri in una situazione che più di dieci anni dopo il cantautore descriverà in una strofa di Eskimo.

L’attività musicale è già iniziata, anche se non è ancora una professione: due mesi dopo gli amici dell’Equipe 84 pubblicheranno un suo brano, L’antisociale, e l’anno prima il loro debutto è stato con una canzone scritta sempre da Guccini con Victor Sogliani, Canarino va, per un certo periodo l’inno del Modena.

 

LA PRIMA CANZONE

≪Canarino va ha una storia particolare. Il papà di Victor Sogliani era un giornalista sportivo della “Gazzetta di Modena”, e seguiva in particolare il calcio: Victor lo seguiva molto durante le partite, sia perché gli interessava sia per aiutarlo perché il papà era daltonico e quindi in certi casi confondeva le maglie delle squadre, quindi gli dava una mano e questo era anche un modo per entrare nell’ambiente, in prospettiva quella del giornalista sportivo poteva essere una strada per Victor, ambiva a sostituirlo nel giornale per scrivere gli articoli delle partite. A un certo punto Victor venne a sapere di un concorso per inni di squadre di calcio, legato in qualche modo al festival di Sanremo, “Una canzone per la vostra squadra”, e ci propose di partecipare scrivendo l’inno del Modena, perché girando nell’am biente Victor aveva saputo che la squadra stava cercando un nuovo inno, più moderno di quello che avevano. Canarino va la scrisse proprio Victor che si fece aiutare da Guccini per il testo, ma venne firmato da altri per i soliti motivi di SIAE: la portammo a questo festival presentato da Nicolò Carosio dove c’erano altri cantanti, anche famosi come Nilla Pizzi o il Quartetto Radar, ognuno cantava l’inno della propria squadra, l’inno della Juventus, quello della Roma... e quindi poi uscì il disco per una piccola etichetta di Roma, era il periodo in cui, come ti dicevo, eravamo al Capriccio.

L’antisociale era una specie di rap ante litteram, un brano molto particolare, con il testo che seguiva il ritmo della chitarra... ma anche Un giorno tu mi cercherai è di Guccini (la musica risulta composta dal musicista Franco Campanino, come testimoniato anche da Franco Ceccarelli nel suo libro sull’Equipe 84, quindi eventualmente Guccini è autore del testo firmato poi dal discografico Sciascia come accaduto per L’antisociale). Lui c’era da subito con noi, quando Sogliani era partito per il militare gli avevamo anche chiesto di sostituirlo, ci aveva pensato su ma poi aveva preferito dedicarsi agli studi, ma rimase sempre in contatto con noi al punto che passati alla Ricordi incidemmo altre canzoni sue≫. (Pier Farri)

 

NOI NON CI SAREMO E AUSCHWITZ

Quel 1965 è un anno importante per la sua carriera musicale: dopo aver ascoltato grazie a Victor THE FREEWHEELIN’ BOB DYLAN, ha cambiato il modo di scrivere le canzoni, abbandonando le atmosfere francesi (La ballata degli annegati, Ti ricordi quei giorni?, Le belle domeniche) e avvicinandosi a uno stile legato al folk del Greenwich Village: la prima canzone sarà, secondo la sua testimonianza, Auschwitz, incisa l’anno dopo sempre dall’Equipe, seguita da Noi non ci saremo, lanciata dai Nomadi. I primi brani scritti da Guccini risalgono però ai primi anni ‘60 quando, dopo aver imparato da autodidatta a suonare la chitarra, forma vari complessini con gli amici Sogliani e Farri (gli Hurricanes, poi diventati Snakers e infine Gatti), per i quali scrive rock terzinati a metà tra Peppino Di Capri e gli Everly Brothers: uno di questi, che Guccini ha sempre citato come il primo che ha scritto in assoluto intitolato Bimba guarda come il cielo sa di pianto, è l’unico che verrà inciso molti anni dopo nel cofanetto OSTARIA DELLE DAME con il titolo Il treno va; gli altri, di cui in varie occasioni il cantautore ha ricordato i titoli (Roy, Ancora, Viola come gli occhi di Angelica), restano inediti. L’unione tra i Gatti e i Giovani Leoni, dà vita all’Equipe 84:

Guccini però non c’è già più, impegnato con il servizio militare, e quando sarà congedato deciderà di dedicarsi agli studi universitari e a lavori nel campo della pubblicità alla Vimder Film dell’amico Guido De Maria. Sarà Dodo Veroli, produttore dei Nomadi, che lo farà entrare in sala d’incisione nell’agosto 1966: il disco però non viene pubblicato subito ma solo sei mesi dopo, a fine febbraio 1967, e la casa discografica, La Voce del Padrone, è evidentemente spinta dal successo ottenuto dalle due canzoni citate, Noi non ci saremo e Auschwitz. Consultando le riviste musicali del periodo si nota come non solo ci sia un impegno promozionale rilevante, visto che appaiono molte recensioni, ma anche che l’accoglienza della critica è decisamente favorevole, al contrario di quella del pubblico, viste le scarse vendite.

Il primo maggio 1967 Guccini debutta in televisione, nel programma Diamoci del tu, condotto da Giorgio Gaber e Caterina Caselli che lo presenta citando i suoi successi come autore: esegue dal vivo tre strofe di Auschwitz accompagnandosi con la chitarra. Poche settimane prima era uscito il 45 giri Dio è morto dei Nomadi, prima canzone in cui è accreditato come autore, che sarà uno dei successi dell’anno cui seguiranno nel corso del 1967 molti altri brani per gruppi e solisti.

 

VANDELLI NON ERA D’ACCORDO

≪Auschwitz e È dall’amore che nasce l’uomo furono incise dall’Equipe su insistenza mia e di Victor, che era molto amico di Guccini, su Vandelli, che non era assolutamente d’accordo con questo tipo di repertorio, tant’è che anche in seguito, nel periodo del revival, lui non ha mai ripreso queste canzoni. Le racconto questo episodio: Guccini ci aveva fatto sentire anche un’altra canzone, Dio è morto, per farla incidere all’Equipe, tramite Victor Sogliani, che era sempre in contatto con lui, ci eravamo organizzati per ascoltarla, e lì proprio Vandelli mise il veto, dicendo che lui una canzone del genere non l’avrebbe mai incisa, e di fatto regalandola ai Nomadi perché poi la ascoltò Dodo Veroli, un nostro amico modenese che seguiva i Nomadi come io seguivo l’Equipe... i Nomadi dovrebbero fare un monumento a Dodo Veroli, non lo citano mai ma era lui che sceglieva tutto, i brani di Guccini li ha scelti lui, così come certe cover che funzionavano, Come potete giudicare, Ho difeso il mio amore e le altre, mica le sceglievano Augusto e Beppe Carletti, loro lo hanno sempre seguito e forse è per quello che i Nomadi sono durati così tanto e l’Equipe 84 no, ognuno deve fare il suo lavoro, l’artista, con qualche eccezione naturalmente, sa fare l’artista e deve fare quello, il produttore fa il produttore. Tornando all’Equipe devo dire però che Vandelli era supportato dalla Ricordi, che ci aveva detto chiaramente che non avevano ancora digerito Auschwitz e che quindi non avrebbero tollerato un’altra canzone così di protesta; alla EMI evidentemente avevano una mentalità più aperta, forse perché erano una realtà internazionale. Guccini aveva lo stesso atteggiamento che avevamo noi all’inizio, un po’... come dire... naif, per cui faceva queste canzoni perché aveva l’ispirazione ma non pensava a guadagnarci su, quindi ai diritti d’autore e cose così, e Vandelli, che invece certe cose a quel punto le aveva capite, le depositò a suo nome, come aveva fatto Sciascia prima con lui≫. (Pier Farri)


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