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Francesco Guccini e l'arte di non essere eroi

06.08.2026 Scritto da Lucia Mora

Scelsi Francesco Guccini come oggetto e soggetto della mia tesi di laurea triennale per un semplice motivo: perché non avevo dubbi. Guccini ha abitato la mia vita al punto tale da definire il mio sguardo sul mondo. Cercavo di codificare il meccanismo attraverso cui un artista riesce a trasformare il ricordo individuale in patrimonio collettivo, il tempo che fugge in resistenza culturale. «Canterò soltanto il tempo»: un burattinaio di parole libero e devoto solo alla memoria, all'importanza di custodirla, di tramandarla.

Oggi che la notizia della sua scomparsa mi (ci) costringe a fare i conti con un vuoto incolmabile, quella parola - memoria - torna a galla con la forza di una marea. Chi ha speso anni a sviscerare le sue strofe deve andare oltre la retorica del monumento, sapendo che il "Maestrone" l'avrebbe detestata; deve aggrapparsi al senso più profondo e viscerale del suo essere un cantautore popolare, non nell'accezione consumistica che riduce il vocabolo a mero sinonimo di "commerciale", ma nel suo significato più alto, etimologico: appartenente al popolo.

Le radici, «sul confine dei ricordi»

In un'epoca in cui lo sradicamento e l'omologazione sono gradualmente diventati la norma, Guccini ha fatto dell'appartenenza a un luogo - ma anche a una tradizione, a un modo di vivere e di intendere la vita - il manifesto di una carriera. Oltre che una vetta compositiva, Radici (1972) è una dichiarazione d'intenti: le radici non sono catene da cui liberarsi, o da cui fuggire, ma le fondamenta necessarie per poter guardare il mondo senza perdersi.

Dalla natia Modena, la Piccola città cantata con amorevole e soffocante insofferenza, fino ai portici di Bologna. E proprio Bologna è stata il suo teatro umano: la storica trattoria da Vito, in zona Cirenaica, è diventata nei decenni il simbolo di questa dimensione orizzontale della cultura gucciniana. Un luogo - come tutte le «osterie di fuori porta» - in cui l'artista, rifiutando il piedistallo della celebrità, si sedeva a mangiare mescolando in un'unica tavolata studenti universitari, professori, operai e ragazzini, riunendo generazioni attorno a un bicchiere di vino.

E poi Pàvana, ovviamente Pàvana, che lo ha abbracciato fino all'ultimo istante. Quel pugno di case sull'Appennino tosco-emiliano che è sempre stato il fulcro geografico, linguistico e morale di tutta la sua poetica. Il borgo di pietra adagiato lungo le acque del fiume Limentra, il nido in cui trascorse l'infanzia, al mulino di Chicon. Ma soprattutto un ecosistema valoriale. A Pàvana è indissolubilmente legata quella memoria ancestrale che innerva i suoi dischi e che ha preso forma letteraria in libri splendidi come Cròniche epafàniche. Lì, tra i boschi di castagni e un dialetto di confine che ha amato, difeso e studiato con passione filologica, il Maestrone ha custodito l'essenza di un mondo montanaro e contadino ormai inghiottito dalla modernità. Pàvana è stata l'alfa e l'omega: il luogo dove la sua identità si è formata, l'approdo sicuro dove ha scelto di far ritorno per chiudere, in pace, il proprio cerchio esistenziale.

Gli eroi son tutti giovani, belli e... dimenticati

Un altro tratto distintivo del canzoniere gucciniano è il rifiuto categorico dell'eroe tradizionale. I protagonisti delle sue liriche, trasudanti di una sensibilità anarchica di matrice liberale, sono figure ai margini della Storia con la "S" maiuscola, ma centrali nella storia di cui Francesco si è fatto cantore.

Sono gli idealisti spinti dall'utopia (il macchinista della Locomotiva), i vinti travolti dall'incedere crudele del presente (Il pensionato), o le figure familiari come il prozio Amerigo, emblema universale di tutti gli emigranti costretti a cercare fortuna oltreoceano tra fatica, emarginazione e disillusione. Guccini ha saputo dare dignità, quando non infondere un'epica commovente, a chi è rimasto indietro, a chi ha speso la vita tra le nebbie della via Emilia, trasformando la banalità del quotidiano in mito.

Quando, diversi anni fa, decise di dire addio alle tournée e alla discografia (salvo poche eccezioni), lo fece con una lucidità rara nel mondo dello spettacolo. Il ritiro definitivo a Pàvana era il ritorno coerente e inevitabile alla sua dimensione più intima - pur continuando a scandagliare il presente scrivendo saggi e racconti, dettati da quel bisogno di narrazione che non ha mai cercato ambizioni o riflettori.

Il modo migliore per ricordare lo straordinario intellettuale (nel senso gramsciano del termine: "organizzatore" della sintesi tra cultura e masse) che è stato Francesco Guccini è rispettare il suo desiderio di intimità: abbassare il rumore di fondo del nostro presente, e rimettere sul piatto uno dei suoi dischi. Ritrovando lì, intatte, le nostre radici.


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