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"Fisherman’s Blues", un album lungo 40 anni, 17 cd e 274 canzoni

27.07.2026 Scritto da Gianni Sibilla

Nel 1986, quarant’anni fa, inizianrono le sessioni che hanno portato ad uno dei dischi capolavoro degli anni '80: "Fisherman’s Blues” dei Waterboys un disco sospeso tra l’epica , il rock di Bob Dylan e soprattutto il folk irlandese. Uscito a fine 1988, quell'album la punta di un iceberg enorme. In questi giorni è arrivato “Atlantic Rain”, triplo con nuove registrazioni (perdute). Se i conti sono giusti, da quelle sessioni e dal quel periodo i Waterboys hanno pubblicato altri 17 cd, per un totale di 274 brani. Quella di "Fisherman's blues" è una storia fatta di ristampe ampliate, versioni alternative, box monumentali e registrazioni riscoperte, pubblicate negli ultimi 25 anni in altri album e diversi box. Una storia che, incredibilmente, continua ancora oggi. Una storia che ricorda la trance agonistica proprio del Dylan 1965-66: non è un caso che alle registrazioni partecipò anche Bob Johnston, produttore di “Highway 61 Revisited” e “Blonde On Blonde”. Solo che Scott fece fatica a concretizzare tutto quel materiale che per diversi anni è stato l'album singolo “Fisherman’s Blues”, che conteneva "solo" 13 canzoni.

Il folk-blues del pescatore

Nel 1985 Mike Scott, mente e frontman dei Waterbous, era arrivato al punto più alto della prima fase della carriera. “This Is The Sea” aveva dato ai Waterboys un’identità fatta di grandi paesaggi sonori, pianoforte, chitarre, enfasi romantica. Aveva anche avuto una hit con “The Whole Of The Moon” e la scelta più logica sarebbe stata continuare su quella strada. Invece si trasferì a Dublino, ritrovò Steve Wickham, violinista con cui aveva già lavorato e destinato a cambiare per sempre il suono della band.  A Dublino venne raggiunto da Anto Thistlethwaite e insieme i musicisti si inserirono nella scena locale e nella musica irlandese, per poi entrare in studio e poi affittare una villa in campagna, a Spiddal, in cui chiamarono a raccolta amici e musicisti. Iniziarono così una serie di sessioni praticamente infinite in entrarono canzoni popolari, Dylan, Van Morrison, Hank Williams, Yeats. E molti oroginali: da lì sarebbe nato il suo capolavoro.

Scott aveva espresso il desiderio di lavorare con Bob Johnston, il produttore che aveva accompagnato Dylan negli anni Sessanta, firmando alcuni passaggi chiave della svolta elettrica. Johnston lo chiamò durante le vacanze di Natale e poche settimane dopo era a Dublino con i Waterboys: “Era un texano più grande della vita, entusiasta di tutto”, ricorda oggi Scott.
Il problema era che la musica usciva più velocemente di quanto lui riuscisse a darle una forma. Le sessioni andavano avanti per mesi, sei giorni alla settimana. La band registrava spesso dal vivo, accumulando materiale a una velocità impressionante. “Potevamo incidere anche otto o dieci canzoni al giorno”, racconta Scott. Quando arrivò il momento di chiudere il disco, i nastri erano diventati una giungla. “Trovare la scaletta definitiva fu estremamente difficile. Dovevo farmi strada in una foresta di oltre cento canzoni, versioni diverse, formazioni diverse e studi diversi. Ma alcune canzoni si scelsero da sole: “Fisherman’s Blues”, “We Will Not Be Lovers”, “Sweet Thing”, “The Stolen Child”…”, ha raccontato nei giorni scorsi a Mojo.
il resto rimase negli archivi, per qualche tempo.

L’album infinito

Già nel 2001 Scott rimise mano a quelle registrazioni pubblicando “Too Close To Heaven”, che non era un semplice album di scarti ma un disco costruito recuperando e completando materiale inciso tra il 1986 e il 1987. Poi arrivarono le edizioni espanse di “Fisherman’s Blues”. Nel 2013 “Fisherman’s Box”, sette cd e 121 tracce, sembrava aver raccontato definitivamente quella stagione irripetibile. Nemmeno quello bastò. Nel 2021 uscì “The Magnificent Seven”, dedicato al tour successivo e alla transizione verso “Room To Roam”. Oggi “Atlantic Rain” aggiunge altre registrazioni rimaste fuori da tutto il resto.

Le acque musicali di questo oceano di musica raccontano un periodo di creatività inarrestabile. Certo, non tutte le canzoni hanno lo stesso peso: molte sono jam che aspettano di diventare altro. Ma anche in questi appunti musicali si annidano momenti di estasi, come in alcune jam che chiudono il terzo disco di “Atlantic Rain”, prima di una torrenziale cover di “Sgt. Pepper’s” spezzata in due parti, per quasi venti minuti. Il livello medio resta impressionante; c’è una naturalezza quasi imbarazzante nel modo in cui la band passa dal folk irlandese al country americano, da Dylan ai Beatles, dalle ballate acustiche alle improvvisazioni più libere.
Il disco contiene versioni alternative di canzoni già note, brani che cambieranno nome negli anni successivi, improvvisazioni e pezzi completamente inediti: una dimostrazione che la grande musica è un processo, non solo un prodotto dalla forma finita e compiuta in una canzone dalla struttura standard.

Il fotogramma di un film

Ascoltando oggi tutto questo materiale diventa quasi impossibile considerare “Fisherman’s Blues” come un semplice album del 1988. È piuttosto un fotogramma di un lungo film: il momento cristallizzato di un flusso quasi inarrestabile di due anni di musica che, visto oggi, sembra un lungo piano sequenza. Scott lo dice oggi con una definizione che vale più di qualsiasi recensione: “‘Fisherman’s Blues’ significa libertà musicale. Significa comunità. Significa musica ispirata e influenzata da un luogo”.

Negli anni successivi Scott ha avuto (non molti) alti e (diversi) bassi, ha finito per fondere il suo nome da solista con quello della band, alternando una selva di musicisti attorno a sé, certe volte richiamando quelli di quei mesi trascorsi a Spiddal, nella campagna irlandese. Ma è sempre tornato a “Fisherman’s Blues”. Per nostalgia, certo, e perché il passato musicale funziona. Ma anche perché quel disco sembra un’opera perennemente incompiuta, di cui ogni tanto riaffiora una nuova storia. Così, quarant’anni dopo, “Fisherman’s Blues” continua a crescere. Ora Scott giura che l’opera è completa, che non ci saranno altre pubblicazioni e altri archivi da cui estrarre materiale. Dobbiamo credergli?


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