Dovrebbero creare in rete un generatore automatico - ma esistono ancora, nell’epoca dell’intelligenza artificiale? - delle canzoni dei Bleachers. Testo che parla della provincia americana, un’armonica a bocca, un sax, atmosfere springsteeniane. È questa, ormai, la cifra stilistica che caratterizza il progetto da band di Jack Antonoff, il genietto del pop contemporaneo, 13 Grammy Awards vinti nel corso della sua carriera come musicista, autore e produttore e 120 milioni di copie vendute grazie ai dischi di Taylor Swift, Lana Del Rey, Lorde, che portano la sua firma. “Everyone for ten minutes” la riprende, ponendosi in perfetta continuità con i precedenti “Strange Desire”, “Gone Now”, “Take the Sadness Out of Saturday Night” (che rimane forse il più springsteeniano di tutti, a partire dal titolo - il Boss accettò di fare un cameo in una delle canzoni, “Chinatown”), “Bleachers” e “A Stranger Desired”. Forse rispetto ai precedenti suona meno “on the road” e più intimo: è come se fosse il loro “Nebraska”, per intenderci. «Questo è un album rigorosamente autobiografico. A volte scrivo di altri, di altri pensieri, poi torno a me stesso. Ma questo album parla solo di me. Non so esattamente perché, ma è lì che mi trovavo», ha detto Antonoff nella nostra intervista.
La differenza rispetto ai lavori precedenti della band composta da Antonoff insieme a Evan Smith, Mikey Freedom Hart, Sean Hutchinson e Zem Audu, però, è che stavolta il meccanismo sembra funzionare meno per accumulo emotivo e più per sottrazione. Se i dischi precedenti dei Bleachers cercavano continuamente l’esplosione - il ritornello liberatorio, il crescendo da concerto in arena, il sax che arriva nel momento clou - “Everyone for ten minutes” sceglie spesso di rimanere in sospensione. Le canzoni sembrano appunti notturni, fotografie sgranate di motel, autostrade e cucine illuminate alle tre del mattino. Ma è anche un disco in cui Antonoff - è lui, al centro di tutto - si concede qualche deviazione produttiva in più rispetto al passato. Quasi come se volesse incrinare la comfort zone sonora che lui stesso ha contribuito a costruire. Non di tanto, eh. Giusto qualche centimetro.
In “We should talk” la voce viene trattata apertamente con l’autotune, scelta insolita per una band che ha sempre privilegiato una resa emotiva più “umana”, sporca, imperfetta. Ancora più interessante è “Take you tonight”, dove la voce filtrata dialoga con un sax iper Anni ‘80: un contrasto che trasforma quello che poteva essere l’ennesimo esercizio di nostalgia americana in qualcosa di più ambiguo e contemporaneo. E poi c’è “You and forever”, che sorprende per atmosfere rarefatte e stratificazioni vocali che sembrano guardare direttamente a Bon Iver più che a Bruce Springsteen.
Il risultato è un disco meno immediato, forse anche meno spettacolare, ma comunque coerente (a tratti si ha la sensazione che Antonoff sia diventato prigioniero del proprio immaginario, a tal punto da rischiare l’auto-parodia). Brani come “Airport Days” e “Everyone for ten minutes” lavorano su arrangiamenti essenziali, lasciando spazio ai silenzi e alle imperfezioni della voce di Antonoff, che qui canta spesso come se stesse parlando direttamente a qualcuno seduto accanto a lui. “Everyone for ten minutes” non sarà il disco con cui i Bleachers sorprendono di più, ma è sicuramente quello in cui si raccontano con maggiore sincerità.
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