Qualche settimana fa ho letto tutti i volumi dedicati alle (dis)avventure dell'avvocato Vincenzo Malinconico ("Non avevo capito niente", 2007, "Mia suocera beve", 2010, "Sono contrario alle emozioni", 2011, "Divorziare con stile", 2017, "I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)", 2020, e "Sono felice, dove ho sbagliato?", 2022), dai quali è stata tratta anche una serie di telefilm per la TV. Al divertimento della lettura si è sommata la sorpresa di trovare, sparsi qua e là fra le pagine dei libri, dei capitoletti a tema musicale. Incuriosito, ho preso contatto con Diego Da Silva, l'autore, e l'ho intervistato, poi gli ho chiesto il permesso di pubblicare su Rockol alcuni di questi capitoletti.
“Scimmia” era la canzone che chiudeva “Diesel”, terzo album di Eugenio Finardi uscito nel 1977, cioè in un periodo in cui il movimento comunista, in Italia, era una cosa che non soltanto esisteva, ma aveva anche un senso, delle forme e delle gradazioni diversificate, per cui c’era chi occupava le scuole e le università facendosi due palle così in assemblee interminabili dove si fumavano centinaia di sigarette e qualche canna, chi aveva già iniziato a leccare i culi politici giusti e dunque stava intraprendendo la carriera solista, chi si drogava e non capiva niente e chi un anno dopo avrebbe sequestrato il presidente della Dc.
Se però lo scenario politico era piuttosto vivace e differenziato, lo stato musicale delle cose (essendo la musica una sorta di tesseramento mistico delle generazioni di sinistra) era piuttosto immobile. Nel senso che in quegli anni dominavano i cantautori, cioè musicisti di livello amatoriale che adattavano dei testi sproporzionatamente lunghi, e comprensibili a sprazzi, a delle partiture riproducibili con un paio di mesi di lezioni di chitarra.
La cosa incredibile è che, oltre a vendere camionate di dischi (alcuni dei quali contenevano un solo pezzo su un’unica facciata), i cantautori italiani potevano contare su un pubblico sterminato di depressi manierati che non solo imparavano a memoria i loro versi con una dedizione da talebani, ma li cantavano pure, facendo addirittura a chi si ricordava per primo la strofa più ostica. La cifra distintiva di questi artisti, tuttavia, non era l’impegno politico, che era implicito (infatti, quando nelle interviste domandavano a un cantautore notoriamente politicizzato: «Ma lei è un cantautore impegnato politicamente?», quello dava risposte tipo: «Cosa vuole che le dica, io scrivo quello che sento; scrivo per esprimere me stesso e le mie sensazioni: se poi questo sia impegno politico, non lo so»), quanto piuttosto la predominanza smaccata del testo sulla musica, che dunque finiva per costituire il valore aggiunto di un’opera letteraria minore con istanze di cambiamento del mondo.
In altre parole, il cantautore italiano della seconda metà degli anni Settanta era un militante politico senza tessera che aveva zippato le sue aspirazioni letterarie e/o poetiche nel file popolare della canzonetta tirata un po’ per le lunghe (salvo, s’intende, qualche nobile eccezione, che negli anni ha dimostrato la propria eccezionalità, confermando la regola).
I cantautori – la verità – non è che piacessero poi così tanto (più che altro erano un modo di menarsela), tant’è che quando irruppe la disco-music (che va be’, era una merda, ma almeno contemplava qualche prospettiva di leggerezza), i nuovi giovani non ci pensarono due volte a defenestrarli in cambio di un po’ di divertimento e di qualche chiavata.
Finardi, malgrado la discografia, veniva iscritto d’ufficio fra i cantautori della sua generazione (anche perché s’impegnava politicamente), però, a differenza dei suoi colleghi, era un rocchettaro in pubblico incognito. Si scriveva i pezzi e li cantava, ma agognava una rock band, che ricostituiva a ogni disco, reclutando musicisti d’avanguardia.
Diversamente dai suoi contemporanei, che suonavano seduti, facevano discorsi lunghissimi prima di ogni pezzo e al massimo erano accompagnati da un chitarrista di spalla e un suonatore di bonghetti, Finardi portava sul palco un complesso musicale al completo (chitarre elettriche, basso, batteria, tastiere) e ballava, zompava, faceva smorfie: esagerava, ma almeno si metteva in gioco. Cercava d’imporre il modello della rock band in un mercato dominato dalle chitarrine e dai bonghetti. Infatti fu il primo a indicare per nome e strumento i musicisti che suonavano nei dischi. Forse era questa, la sua vera idea di musica ribelle.
Che infatti ha pagato.
“Scimmia”, da questo punto di vista, è la canzone di Finardi che meglio esemplifica la sua concezione rocchettara del raccontare la vita per canzoni. Comincia in un modo talmente caustico e perentorio che potrebbe anche finire lì, avendo già esaurito il suo compito sul nascere:
Il primo buco
l’ho fatto una sera
a casa di un amico
così per provare.
Una strofa del genere, per un’epoca in cui ogni trasgressione giovanile andava spiegata, politicizzata e compresa, ha la rilevanza probatoria di un’ammissione. Perché dice, coraggiosamente, la verità. Perché nega al gesto del buco il presupposto di una motivazione più alta. Lo abbassa al suo livello, quello del desiderio di provare. Che poi è la ragione per cui si fanno le cose.
Era questo che faceva la musica rock, quando esisteva (non oggi, che accompagna le sfilate degli stilisti): dava del tu alla realtà. La prendeva di petto e la metteva in musica e parole, senza attenuanti. E se faceva poesia, era incidentalmente che la incontrava. Quando ha perso questa funzione di svelamento dei fatti, la musica rock è morta.
Oggi Finardi ha superato i cinquant’anni (ne compie oggi 74), e s’è rimesso a fare blues.
Per gentile concessione dell’editore Einaudi e dell’autore.
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