Negli occhi di Elijah Wald c’è l’entusiasmo di chi ha vissuto mille vite e non vede l’ora di viverne mille altre. Si esibisce da quasi cinquant’anni in un repertorio che va dal blues al folk, dal ragtime allo swing, dal country fino al pop swahili. Ha iniziato a girare il mondo da adolescente come busker errante e ha vinto un Grammy nel 2002. Ha aiutato Dave Van Ronk (amico intimo di Bob Dylan e figura di riferimento per il Greenwich Village di New York) a scrivere la sua autobiografia, “The Mayor of MacDougal Street”, che ha ispirato il film dei fratelli Coen “Inside Llewyn Davis”. Un po’ come accaduto con “Dylan Goes Electric!”, il libro scelto da Dylan stesso per realizzare il docufilm “A Complete Unknown”.
Elijah, come scegli i protagonisti dei tuoi libri?
Dipende molto dal libro. A volte è qualcosa che mi affascina, come il libro su Dave Van Ronk. Altre volte, come per il libro su Bob Dylan, onestamente… è solo questione di soldi (ride). Quando ho realizzato che nel 2015 ci sarebbe stato il cinquantesimo anniversario di Dylan al Newport Folk Festival, ho capito che se avessi scritto il libro per quel momento mi avrebbe poi ripagato abbastanza da poter scrivere libri meno facili da vendere.
Ti saresti mai aspettato tutto ciò che è venuto dopo? Il film e il suo successo?
No, è stata una follia totale. Ci sono solo due film che parlano della scena folk di New York degli anni Sessanta - ed entrambi nascono da due miei libri. Ho vinto la lotteria due volte. È assurdo. E il caso Dylan è particolarmente incredibile perché è stata proprio una sua idea: è stato Dylan stesso ad alzare il telefono e a dire di usare il mio libro per il film. Non ho ancora idea del perché, ma ne sono felice.
La prossima storia che vorresti raccontare?
Una completamente diversa. Nel mio ultimo libro su Jelly Roll Morton ho riportato il nome di una donna chiamata “Ready Money”, considerata dal pianista la miglior borseggiatrice di New Orleans nei primi anni del Novecento. Ho fatto delle ricerche per vedere se riuscivo a scoprire di più su di lei: ora ho abbastanza materiale per una biografia. È arrivata a possedere il più grande hotel di proprietà di persone nere nella California del Sud. Voglio dire, è una storia pazzesca. Vediamo se riesco a trasformarla in un libro.
In che cosa è diverso il tuo approccio alla ricerca musicale rispetto a quello dei critici “tradizionali”?
Credo che una grande differenza sia che la maggior parte dei critici guarda agli artisti, mentre io non penso che la storia funzioni così. Penso che, se vuoi veramente capire la storia, tu debba guardare al pubblico, non agli artisti. Ovviamente nel libro su Dylan considero anche lui, ma cerco sempre di capire il mondo circostante. È più interessante per me. Se Dylan non si fosse mosso in quel mondo, non sarebbe stato Bob Dylan. Quindi penso che a volte le persone si concentrino troppo sugli artisti e non abbastanza sul contesto e sul mondo intorno a loro.
Allora non ti chiederò quale aspetto di Dylan volevi mettere in risalto con il tuo libro…
(Ride). Sono sincero quando dico di averlo fatto per soldi, ma è altrettanto vero che quando approfondisci qualcosa, guardandola da vicino, poi scopri un aspetto diverso. E mi ha affascinato. Una delle cose che non avevo capito era quanto Dylan fosse già rock and roll nel primo periodo. Peter Stampfel, fondatore degli Holy Modal Rounders e poi membro dei Fugs, è stato colui che ha cambiato la mia prospettiva perché ha visto Dylan quando era appena arrivato a New York, e già allora diceva: “Ho sempre amato il rhythm and blues e la musica hillbilly, ma ho sempre pensato che fossero mondi separati; poi ho visto Dylan sul palco. Suonava musica hillbilly come se fosse rock and roll e ho realizzato che si poteva mischiare tutto insieme”. Io, come tutti, pensavo che Dylan fosse arrivato a New York suonando Woody Guthrie, ma non è vero.
Hai scoperto come sono andate veramente le cose.
È vero che aveva l’energia del rock and roll – ed è il motivo per cui la Columbia Records lo ha messo sotto contratto – ma la maggior parte delle persone non ha scoperto Dylan ascoltando Dylan: lo ha scoperto ascoltando Peter, Paul and Mary [gruppo folk formatosi al Greenwich Village, ndr]. Quindi è sempre stato messo in una scatola a parte. Questo è ciò che mi ha interessato di più in quella parte della storia. L’altra cosa è che, quando iniziai a scrivere il libro, volevo raccontare la storia della scena folk, e di come Dylan ci si è inserito; poi ho realizzato che avrei potuto raccontare l’intera storia della scena folk parlando solo di Pete Seeger.
Che infatti è una figura chiave anche nel film.
È l’unica cosa che è stata veramente presa dal mio libro: l’idea di raccontare la storia dal punto di vista sia di Dylan sia di Seeger. Ma per poterlo fare nel film, hanno dovuto inventare tutto. Nella realtà, i due sono stati molto, molto raramente nella stessa stanza. Io l’ho usato come espediente narrativo, mentre nel film hanno inventato molte scene in cui Dylan e Seeger sono insieme. La mia non è una critica: lo hanno fatto molto bene. Edward Norton nei panni di Seeger è incredibile.
Hai detto che se potessi tornare nei ‘60, andresti a sentire John Coltrane e Aretha Franklin invece di Dylan.
In quel periodo nel Greenwich Village succedeva anche questo e, mi dispiace, ma… quello è un concerto migliore! Voglio dire, Aretha Franklin che apre per John Coltrane… Del resto, io scrivo libri sulle storie che mi sembrano interessanti, che non coincidono necessariamente con la mia musica preferita. Se mi chiedi chi è l’artista più importante e influente degli anni Sessanta, ti dico James Brown. I Beatles, Dylan… ok. Ma James Brown ha cambiato il mondo. Guarda che cosa è successo dopo di lui: disco, rap, eccetera. James Brown era il futuro.
Focalizziamoci sul pubblico, come tu ci insegni: i Beatles non hanno avuto più impatto sulle persone rispetto a James Brown?
Dipende dal pubblico a cui facciamo riferimento. Sì, è vero che il rock and roll ha seguito Dylan e i Beatles… ma il rock non ha più fatto niente di davvero interessante da allora. Mentre la black music ha continuato a evolversi.
In “Escaping the Delta”, presenti una visione diversa del blues e di Robert Johnson. Com’è cambiato il tuo punto di vista sul blues dopo quel libro?
Il mio punto di vista sul blues è cambiato persino prima di quel libro. Le persone nel mondo rock pensavano che quel libro fosse una nuova idea, mentre le persone legate al blues non lo pensarono. Tutti gli storici del blues sapevano di che cosa io stessi parlando, mentre gli storici del rock avevano un’idea “mistica” del blues. Non pensavano a Robert Johnson come a una persona: lo consideravano una figura mistica che ha venduto l’anima al diavolo. Ciò che ho provato a fare in quel libro era dire qualcosa di veramente ovvio, cioè che le persone nere nel 1930 in Mississippi ascoltavano musica in maniera diversa rispetto ai bianchi nei ‘60 a Londra o a New York. Robert Johnson era interessante per le persone nel suo mondo perché assorbiva tutti i suoni che sentiva dai dischi in quel periodo, ma diventò interessante per le persone bianche nei ‘60 perché portava il vecchio sound del Delta. Alcuni hanno detto che l’ho criticato o demistificato: può darsi. Ma bisogna riconoscere che è stato un genio, sì, ma non perché ha inventato tutto quello che ha fatto. Lo paragono a Ray Charles: Ray Charles non fece nulla di nuovo, ma prese un sacco di cose che già esistevano e le mise insieme come nessun altro aveva fatto prima.
La musica è cambiata, com’è normale che sia, ma… ti piace come è cambiata?
Dave Van Ronk, il mio mentore, diceva che se chiedi a qualsiasi tizio di una certa età che cosa pensa del mondo moderno, la risposta è sempre “ovvio che prima era meglio, quando ancora salivo i gradini tre alla volta”. Io sento ancora cose che mi piacciono. Per dire, adoro il film concerto di Beyoncé. Non l’ho mai vista live, ma mi piacerebbe molto. È un grande show. Non ascolto i suoi dischi, ma è un grande show. Trovo ancora cose che mi piacciono, ma più invecchi, più ti ritrovi a pensare “ah, sì, questo l’ho già sentito”. Poi, diciamocelo: oggi non fanno mica i dischi per quelli come me. L’ultima volta che ho sentito un suono nuovo che mi ha davvero sorpreso è stato probabilmente con il rap dei primi anni Novanta: gli N.W.A, i Goodie Mob e tanti altri… Snoop Dogg! Quella, che io ricordi, è stata l’ultima volta che ho sentito qualcosa in radio in macchina che mi ha spinto ad accostare per ascoltare meglio. Ma ormai parliamo di trent'anni fa. Da allora, non ho più sentito nulla di altrettanto entusiasmante.
Il rap, come il folk, era molto politicizzato. Oggi siamo più pavidi?
C’è molta musica che parla di politica ancora oggi, nonostante tutto. Anche nel rock, nel folk… per non parlare di altre parti del mondo. C’è molta musica africana che parla di politica. I nostri modelli di ascolto ci fanno arrivare solo una piccola parte di ciò che sta succedendo nel mondo. Ho scritto un libro sui corridos messicani e là ancora si usa quel mezzo per raccontare che cosa succede in politica. Un mio amico mi ha mandato dei testi di canti di Natale riscritti dopo quello che sta facendo l’ICE [l’agenzia che controlla l’immigrazione negli Stati Uniti, ndr] e li senti cantare nelle strade proprio in questi giorni. I media possono ignorarlo, ma non è uno spirito che si è perso.
La musica non può cambiare il mondo…
Assolutamente no.
… però può influenzare le persone.
Dipende dalla persona, dalla musica e dal momento. Certo, se voglio ballare non ascolto la stessa musica che ascolterei se volessi dormire. Ai meeting politici negli Stati Uniti adesso abbiamo molte bande di ottoni. Penso che siano molto meglio dei cantanti folk, soprattutto quando fa freddo, perché ti scaldano dentro. Una tradizione che avete anche in Italia. Roba tipo Bob Dylan non è mai stata adatta a un incontro politico: è solo un altro tipo di discorso fatto con una chitarra. Un concerto di Pete Seeger era come un raduno politico: riusciva a far cantare tutti e a muovere energia.
La tua vita è stata ed è tuttora on the road. C’è un ricordo, un evento o una persona che ti ha cambiato?
Per molti anni ho fatto autostop e, se dovessi dire da che cosa è nata la mia visione del mondo, direi che l’ho veramente capito facendo autostop. Anche se ti dà una visione molto ottimista del mondo perché incontri solo persone disposte a fermarsi per aiutare gli autostoppisti. Se dovessi indicare una persona in particolare, direi Dave Van Ronk. Mi ha plasmato. Non solo musicalmente: la mia comprensione della storia viene da lui. Quando ho iniziato a scrivere, mi dava libri dicendomi: “Se vuoi diventare uno scrittore, allora leggi questo, questo e questo”. Era un uomo brillante, un pensatore politico interessante, un anarchico marxista che mi ha cresciuto nel suo mondo.
Un grande cantautore italiano, Giorgio Gaber, diceva: “C’è solo la strada su cui puoi contare”.
C’è una cosa che molti non capiscono dell’entusiasmo di Bob Dylan per Woody Guthrie. Guthrie scrisse un libro chiamato “Bound for Glory” e penso che fosse proprio quel libro l’opera di Guthrie più importante per Dylan. Di sicuro lo è per me. Parla di uscire fuori, nel mondo, anche se Dylan non lo ha mai fatto davvero perché è diventato “Bob Dylan” nell’istante in cui è arrivato a New York, senza bisogno di tanti viaggi. Io lasciai casa a 18 anni. Venni in Europa e trascorsi i successivi 15 anni viaggiando. La musica era un mezzo per viaggiare. Amo la musica, ma per me la strada è la strada. Dopodiché, mia nonna diceva che un cavallo può anche fare il giro del mondo, ma quando torna a casa resta un cavallo: tante persone viaggiano e poi restano le stesse. Quando visito un Paese, soprattutto l’Italia, assaggio nuovi cibi, visito le chiese, entro nei musei, perché questo è il motivo per cui viaggio. Ma non tutti lo fanno e non è detto che il mio modo sia meglio o peggio degli altri. Dipende dalla tua anima. Poi puoi anche viaggiare stando seduto in casa: leggendo libri. Leggere libri è semplicemente un altro modo di conoscere il mondo. E io l’ho fatto anche così.
Disclaimer:
Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.
Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.
Immagini e diritti
Rockol:
- utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
- impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
- accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
- pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright
Crediti fotografici per l'immagine usata nell'articolo: Carlo Carugo
Segnalazioni
Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link