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Dovremmo ricordare John Mayall ogni giorno

29.11.2025 Scritto da Lucia Mora

Che cosa rende leggenda una leggenda? La capacità di cambiare il corso degli eventi, perché senza quella persona la storia non sarebbe stata la stessa. John Mayall è una leggenda. Nella roccia del blues britannico – e, per estensione, in quella del rock moderno – il suo nome è scolpito per sempre: per la sua produzione, certo, ma senza dimenticare la lungimiranza con cui sapeva individuare, istruire e lanciare nel mondo i giovani talenti. Musicista sopraffino, asceta eccentrico e guida, anche spirituale: Mayall avrebbe compiuto oggi 92 anni e ci manca da morire.

Il Bluesbreaker-in-Chief

Gli anni dei Bluesbreakers sono una parentesi semplicemente straordinaria, un manuale di formazione da studiare e ristudiare, perché ha anticipato tutto. Mayall aveva intuito che, nel Regno Unito, il blues per rinascere aveva bisogno di un laboratorio aperto: un luogo dove il talento venisse messo alla prova con il lavoro costante.

Aveva ragione. Dalla sua palestra sono usciti pesi massimi del calibro di Eric Clapton (quanto è bello, potente e indimenticabile quel capolavoro di “Blues Breakers with Eric Clapton”?); Peter Green, che prese il posto di Clapton nella ciurma di Mayall prima di fondare i Fleetwood Mac; Mick Fleetwood e John McVie, la sezione ritmica dei Fleetwood Mac; più vari altri musicisti incredibili, tipo Mick Taylor (che aveva solo 17 anni quandò fu chiamato da Mayall a sostituire Green) e Harvey Mandel.

Non stava mai fermo

Mai. Neanche dopo aver sfornato un disco pazzesco, o aver cresciuto un musicista irripetibile: non si è mai sentito arrivato, benché avesse avuto più volte l’occasione di sentirsi (legittimamente) tale. Avrebbe potuto vivere di rendita, o quantomeno adagiarsi sugli allori del blues, invece: integrava nel genere fiati, jazz e atmosfere più urbane; flirtava con psichedelia, world music e funk; cambiava formazioni come fossero tavolozze di colori (senza mai perdere il tocco); si è mantenuto attivo in studio e dal vivo ben oltre gli ottant’anni, con una lucidità – musicale e non solo – disarmante.

Questo perché il blues, o la musica in generale, per John Mayall era una missione culturale. Non in quanto materia da far studiare al pubblico, ma come linguaggio vivo da far dialogare con la sua contemporaneità. Interprete devoto delle radici afroamericane, ma allo stesso tempo innovatore che ha rinvigorito quel patrimonio senza appropriarsene.

L’asceta del blues

Nei primi Settanta, gli anni in cui si trasferì a Los Angeles (dove peraltro è morto, il 22 luglio 2024), Mayall diventò una specie di capo tribù del quartiere Laurel Canyon. La sua casa — un mix tra studio di registrazione, pensione per musicisti in transito e santuario bohemien — è passata alla storia per l’atmosfera surreale che vi regnava: strumenti ovunque, porte sempre aperte, jam session improvvisate a ogni ora. È lì che si sono fermati a suonare, o semplicemente a bere tè, personaggi come Frank Zappa, Al Kooper, Canned Heat e tanti altri musicisti inglesi appena atterrati negli Stati Uniti.

Quella sul tè non è una battuta: negli anni in cui per i musicisti era quasi imprescindibile assumere alcol e droghe, Mayall era una mosca bianca. Un asceta dal rigore quasi monastico: “Non posso permettermi di non essere lucido: devo dirigere un’orchestra che cambia ogni mese”. Be’, in effetti. Ciò non significa però che non fosse un eccentrico: era un pittore, e ai visitatori preferiva mostrare i propri dipinti, più che gli strumenti; da giovane, dopo il servizio militare, si costruì una casa sull’albero in un bosco vicino a Macclesfield, dove imparò a suonare l’armonica “parlando con gli uccelli”; possedeva una collezione di registrazioni amatoriali impressionante, centinaia di ore di tape, molti dei quali oggi sono documenti storici, e nel soggiorno aveva una “zona rossa” proibita agli ospiti perché lì conservava nastri e lettere di mezzo mondo blues. Chi ci entrava senza permesso veniva messo alla porta – anche se con la solita, impeccabile cortesia inglese.

Agli ultimi concerti si presentava come uno di quegli anziani che svernano in Algarve: camicia a maniche corte hawaiana, andatura ondeggiante e sguardo vispo, acceso da quella curiosità che ha contraddistinto tutta la sua carriera. Dopo le sue ore di concerto – tutte rigorosamente in piedi, nonostante l’età, dietro alla fida tastiera – con l’umiltà che solo i giganti hanno si rendeva disponibile per gli autografi, come se non avesse già fatto abbastanza regali al pubblico. E al mondo intero.

(Articolo originale su Rockol.it)

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