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Do you remember the Lotus Eaters?

28.05.2026 Scritto da Franco Zanetti

Questa mattina mi sono svegliato e mi girava in testa il ritornello di una vecchia canzone; non ho fatto nessuna fatica per ricordarmene il titolo perché il titolo è la frase del ritornello – “The first picture of you” – ma morire se mi ricordavo il nome di chi l’aveva incisa.

E’ stato facile recuperare il nome della band: è bastato scrivere ““The first picture of you” e il cassetto della memoria si è aperto, e sul cassetto c’era la targhetta “The Lotus Eaters”.

Il 45 giri era uscito nel 1983 ed in Italia era stato un piccolo successo: niente di clamoroso, ma comunque un decoroso airplay grazie alla gradevolmente appiccicosa melodia e a un video ben confezionato.

 

Stamattina, dunque, mi è presa la curiosità di saperne di più di una band della quale non avevo potuto scrivere sui giornali con i quali collaboravo – quell’anno stavo facendo il servizio militare.

Ed ecco cosa mi restituisce Chat Gpt a proposito dei Lotus Eaters – una scheda ben confezionata, che vi ripropongo pari pari perché non avrei saputo scriverne una migliore.

 

C’è una Liverpool meno fragorosa di quella dei grandi inni da stadio e meno mitologica della stagione beat. È una Liverpool umida, elegante, sospesa tra malinconia post-punk e raffinatezza pop. Da lì, nei primi anni Ottanta, arrivano The Lotus Eaters, band inglese new wave/sophisti-pop costruita attorno a Peter Coyle e Jem Kelly, quest’ultimo già legato alla scena dei Wild Swans.

Il loro nome resta inciso soprattutto in una canzone: “The First Picture of You”, singolo del 1983 diventato il loro biglietto da visita definitivo. Il brano raggiunse il numero 15 nella classifica britannica, restando per 12 settimane nella Official Singles Chart: un successo luminoso, cristallino, quasi fuori scala rispetto alla breve traiettoria commerciale del gruppo.

Musicalmente, The Lotus Eaters si muovono in una zona di confine: chitarre limpide, voce levigata, romanticismo trattenuto, arrangiamenti ariosi. Non hanno l’aggressività del post-punk né l’enfasi più teatrale del new romantic; la loro cifra è una forma di pop malinconico e sofisticato, dove l’estate sembra sempre osservata da una finestra dopo la pioggia.

Nel 1984 pubblicano l’album "No Sense of Sin", uscito per Arista/Sylvan. È il disco che raccoglie il loro immaginario: melodie gentili, eleganza britannica, un senso di giovinezza fragile e già perduta. L’album non replica il grande impatto del singolo, ma col tempo viene riscoperto come piccolo oggetto di culto della stagione jangle/new wave inglese. Cherry Red lo ha poi riproposto in ristampa, sottolineando il ruolo del debutto nella memoria della band.

La parabola, però, è breve. Dopo altri singoli. tra cui “You Don’t Need Someone New”, entrato anch’esso nella chart britannica, seppure con minore fortuna

e “It Hurts”, il suo ultimo singolo, che entrò quell’anno nella Top 5 italiana, promosso da un video in bianco e nero che includeva immagini di Louise Brooks

il gruppo non riesce a trasformare l’esordio in una carriera di massa. La loro storia procede tra cambi di formazione, pause e ritorni: dopo lo scioglimento della fase anni Ottanta, Coyle e Kelly si ritrovano nei primi anni Duemila per nuove pubblicazioni, tra cui "Silentspace".

Oggi The Lotus Eaters restano una di quelle band che sembrano vivere in una fotografia sbiadita ma intatta. Non una meteora qualunque, piuttosto un gruppo capace di condensare in pochi minuti un’intera idea di pop: elegante, sentimentale, europeo, con una grazia che non cerca il clamore. “The First Picture of You” continua a funzionare come una capsula del tempo: il suono di un’estate del 1983 che, per chi l’ha amata, non è mai davvero finita.

 


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