Cinquant’anni e non sentirli. O forse sì. Perché “Bufalo Bill”, uno degli album più importanti della discografia di Francesco De Gregori, eppure mai sufficientemente citato, omaggiato o celebrato, compie mezzo secolo. Pubblicato nell’ultima settimana di maggio del 1976, “Bufalo Bill” esordì il 5 giugno al secondo posto della classifica settimanale degli album più venduti in Italia. Davanti c’era soltanto “La batteria, il contrabbasso, eccetera” di Lucio Battisti. Dietro, “Desire” di Bob Dylan. Un risultato che confermava il momento straordinario vissuto da De Gregori dopo il successo di “Rimmel”, uscito l’anno precedente. Ma il Principe, a differenza di quanto fatto l’anno scorso con “Rimmel”, non lo celebrerà: «Quel disco ebbe una sorte infelice, uscì due giorni prima del processo al Palalido. Io mi fermai. La promozione si bloccò. Ero demoralizzato», spiega.
Il "processo" al PalaLido
L’allusione è a un episodio spartiacque della storia di De Gregori. Due mesi prima dell’uscita dell’album, il 2 aprile 1976, il cantautore era stato protagonista involontario del celebre “processo del Palalido” di Milano. Durante un concerto, alcuni militanti dell’estrema sinistra lo avevano contestato accusandolo di essersi venduto al mercato discografico e di aver tradito gli ideali della canzone impegnata. Quella che doveva essere una semplice esibizione si trasformò in una sorta di processo pubblico, simbolo delle tensioni politiche e culturali degli anni Settanta. Le conseguenze furono profonde, spingendo De Gregori a ritirarsi per mesi dalle scene, proprio mentre “Bufalo Bill” era pronto per essere dato alle stampe. Nei concerti di “Nevergreen (Perfette sconosciute)”, che terranno Francesco De Gregori impegnato a Roma e a Milano con due residency, canzoni tratte da “Bufalo Bill” come “Atlantide”, la stessa “Bufalo Bill” o “L’uccisione di Babbo Natale”, non mancheranno. Ma non ci saranno ristampe o edizioni speciali e il cinquantennale non sarà neppure evocato: «Dopo l’episodio del processo al Palalido, non mi andava più di occuparmene, di questo album. Fu un danno professionale, oltre che morale, per me».
Un disco sull'America e i suoi miti
Un peccato, perché “Bufalo Bill” rimane uno dei lavori più ambiziosi del Principe. Un album attraversato da un filo rosso ben preciso: l’America, reale e immaginaria, mitica e politica. Un continente evocato attraverso personaggi, simboli e storie che diventano metafore universali. A partire dalla canzone che diede il titolo all’intero ellepì, “Bufalo Bill”, con Ivan Graziani alla chitarra. De Gregori prende la figura del celebre cacciatore americano e la trasforma in una riflessione sulla fine dei miti, sul tramonto degli eroi e sull’ambiguità delle leggende che hanno costruito l’immaginario occidentale: attualissima, anche alla luce delle sue dichiarazioni. Tra i brani più significativi c’è “Giovane esploratore Tobia”, scritta insieme a Lucio Dalla, seconda collaborazione tra i due dopo “Pablo”, che era invece contenuta in “Rimmel”. Il protagonista è un giovane boy scout che “tira l’allarme e salva la ferrovia”, convinto di aver assolto al proprio dovere. Una canzone che ironizza sull’inconcludenza di chi pensa che una buona azione occasionale possa sostituire un impegno autentico e continuativo. “L’uccisione di Babbo Natale” è una favola amara in cui «Dolly del mare profondo» e «il figlio del figlio dei fiori» decidono di uccidere Babbo Natale. Dietro il racconto fantastico si nasconde una metafora potente: la distruzione dei miti, delle certezze e dei valori ereditati dalle generazioni precedenti da parte dei giovani cresciuti nel clima culturale del post-Sessantotto. Più apertamente politica è invece “Ninetto e la colonia”, ispirata al massacro delle bananeras avvenuto il 5 dicembre 1928 a Ciénaga, in Colombia. Durante uno sciopero dei lavoratori della United Fruit Company, l’esercito aprì il fuoco sui manifestanti provocando una strage destinata a entrare nella memoria collettiva dell’America Latina. Lo stesso episodio sarebbe stato raccontato anche da Gabriel García Márquez in “Cent’anni di solitudine”.
La canzone dedicata a Luigi Tenco
Tra le pagine più poetiche dell’album spicca “Atlantide”, nata dall’ispirazione di “Three Angels” di Bob Dylan. È la storia di un uomo che, non avendo avuto il coraggio di inseguire il proprio sogno d’amore, sceglie di ritirarsi dal mondo e vivere idealmente in una dimensione separata dalla realtà. De Gregori raccontò di aver scritto il brano alle cinque del mattino, mentre attendeva di partire per Catania insieme al suo manager Michele Mondella. Il disco contiene anche una delle canzoni più intense dedicate a Luigi Tenco. In “Festival” De Gregori affronta la vicenda del cantautore ligure senza retorica né intenti celebrativi, intrecciando il ricordo dell’artista a una riflessione sullo show business e sul mondo che ruota attorno al Festival di Sanremo: «Al Festival non ci andrò mai, a nessuna condizione. Avevo 16 anni e volevo fare il cantante. Al Festival si uccise Luigi Tenco. Giurai a me stesso che non sarei mai andato a Sanremo. A nessuna condizione», avrebbe detto anni dopo.
Le polemiche
“Bufalo Bill” è un disco che diffida dei monumenti, che racconta la caduta degli eroi e la fragilità delle certezze. E forse non è un caso che questo anniversario arrivi proprio mentre De Gregori è tornato al centro delle polemiche per alcune dichiarazioni sul ruolo degli artisti nella società e sul loro rapporto con la politica. Una discussione che, in fondo, attraversa tutta la sua carriera e che richiama da vicino le contestazioni del Palalido del 1976, quando una parte del pubblico pretendeva dal cantautore prese di posizione e responsabilità che andassero oltre le canzoni. Cinquant'anni dopo, cambiano i temi e i contesti, ma la domanda resta sorprendentemente simile: che cosa si vuole sapere da un artista?
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