A Paolo Madeddu, autore del libro “David Bowie. Blackstar. Le storie dietro le canzoni. 1977-2016 (Vol. 2)” (la copertina è l’immagine di questa notizia) abbiamo chiesto di scegliere quali siano, a suo avviso, le dieci migliori cover di canzoni di David Bowie cantate da altri interpreti. Qui sotto potete ascoltare i dieci brani da lui selezionati, corredati da ampie motivazioni.
Se siete Bowiani, sapete quanto amasse introdurre le canzoni in concerto – in certe occasioni tendeva al torrenziale. Quindi, faremo come lui, anche perché gli artisti che hanno fatto cover di brani di Bowie sono un esercito, e parecchi sono famosi quanto lui – e in certi momenti e contesti, persino più di lui, visto quanta gente pensava che LUI avesse fatto la cover di The man who sold the world dei Nirvana. Solo con le cover di “Heroes” si potrebbe fare un album triplo. L’hanno interpretata, fra gli altri (…e badate all’espressione “fra gli altri”), Blondie – forse la prima, nel 1980 – e Tangerine Dream, Prince, Philip Glass, Motorhead, Nico, Peter Gabriel, Oasis, Depeche Mode, Janelle Monae, Celtic Frost, Billy Preston, Magnetic Fields, Kasabian, King Crimson, TV on the Radio, Paolo Fresu, Apocalyptica, Moby, Quintorigo, M.I.A., Duff McKagan, David Byrne & Choir! Choir!
La sua scomparsa nel 2016 ha aumentato le fila dell’esercito. La stessa sera, in due punti diversi d’America, Bruce Springsteen e Madonna eseguirono in concerto Rebel Rebel: il primo, ricordando che fu uno dei primi a cercare di dargli una mano, la seconda da fan, raccontando la prima volta che lo aveva visto in concerto.
Stando così le cose, sceglierne dieci è un’impresa folle e disperata che implica cento esclusioni dolorose. Peraltro non si tratta nemmeno di scegliere le migliori, quanto di fare una manciata di segnalazioni, e chiacchierarci su. Voi per esempio non ingaggereste una discussione di un quarto d’ora sul fatto che i Litfiba abbiano cantato Yassassin? Chi vi scrive queste righe sì. Pur non avendola inclusa nell’elenco. Che invece inizia, indovinate un po’, con…
1. Nirvana – The man who sold the world
Che scelta ovvia, nevvero? Ma la relazione lo merita: Bowie non amava i Nirvana di Nevermind, e loro per contro non lo avrebbero mai preso in considerazione se non fosse stato per il primo batterista Chad Channing, che svelò a Cobain e Novoselic il Bowie degli anni 70. Questi però era una figura marginale del rock quando scrisse il brano, come annuncio dell’imminente dissociazione da se stesso necessaria per svoltare la sua carriera. Cobain viceversa lo fece suo da rockstar planetaria, dilaniata da tale dissociazione. Stando a Bowie, “La interpretava in un modo molto dolente - e lo dico il più gentilmente possibile. Era un po’ incerto con la chitarra e c’era un che di lamentoso nella sua voce, cosa che dava alla canzone sfumature che prima non c’erano. La sua interpretazione pareva esprimere un coinvolgimento molto personale, la mia era molto più distaccata” (intervista a Blender, 2002).
2. Peter Murphy – The Bewlay Brothers
Il 18 settembre 2002, in un piccolo show per BBC Radio a Londra, Bowie spiegò che per 30 anni aveva evitato di proporre dal vivo questo brano perché “Contiene più parole di Guerra e Pace di Tolstoj”. Lo cantò poi in quattro concerti durante il tour di Heathen, in contesti raccolti e adatti all’atmosfera enigmatica (e acustica) del pezzo, per spettatori in sintonia (“…Siete una manica di ermetici. Bene!”, si compiacque il 2 ottobre all’Apollo Hammersmith). Poco dopo la sua morte, il devoto Peter Murphy, che già nel 1982 in una cover coi Bauhaus aveva rivendicato Ziggy Stardust come patrimonio goth, decise di dare al più elusivo (e conclusivo) pezzo di Hunky Dory le esecuzioni live che gli erano sempre mancate. A oggi, lo ha inserito 57 volte in scaletta, nonché nel live Bare Boned and Sacred. (2017). Da antico frequentatore di ombre, Murphy illumina la natura inquietante del confronto tra Bowie e il suo primo doppelganger, lo schizofrenico fratello maggiore Terry, riunendo i due spettri in una sola voce. “…And we were gone”.
3. Garbage – Starman
- Il buonsenso sconsiglierebbe di toccare certi pezzi di Bowie. Questo è uno. È quasi intoccabile, e parrebe confermarlo il fatto che dopo quattro decenni continui a comunicare qualcosa ai nipoti di chi lo ascoltò per la prima volta nel 1972. Escludendo Under Pressure coi Queen, è la sua traccia più ascoltata su Spotify. Anche a portarla del tutto altrove come ha fatto Seu George ci vogliono coraggio e incoscienza. Nel 2021 i Garbage, quasi di nascosto (per un Record Store Day, che è il tipo di pretesto che spesso attrae, per l’appunto, spazzatura riciclata) sono riusciti a dargli un taglio accettabile. Senza forzare, ne hanno fatto un pezzo di questo secolo, a metà tra la nostalgia del passato e la “future nostalgia”, concetto che già circolava negli anni 70 e oggi sembra anche più attuale.
4. Jesca Hoop – John, I’m only dancing
Cantautrice indie californiana, cresciuta in un contesto che definire rurale è un eufemismo, si cimenta inopinatamente con uno dei pezzi più glam e ammiccanti della rockstar inglese e ne accentua la leggerezza. Non il brano che i fan ascolterebbero per primo, ma forse una tra le poche cover capaci di non suscitare pareri negativi. O no?
5. Susanna Hoffs – Boys Keep Swinging
La strana carriera solista della leader delle Bangles prese il via nel 1991 con un album disastroso intitolato When you’re a boy, come dalla premessa del singolo di punta di Lodger. È un pezzo che a suo modo incita alla sfida, in varie modalità (per esempio, Blur e The Associates sfidarono Bowie ed Eno pubblicando versioni che ignoravano i loro diritti d’autore). Bowie, pur di evocare un senso di puro caos, pensò di mescolare musicisti e strumenti, e cercò di ottenere da Adrian Belew e Simon House dei momenti di delirio dissonante. In anni di grunge, Hoffs si buttò in direzione meno opposta al gusto prevalente ma per nulla sobria, tra Prince, Cindy Lauper e Van Halen. C’è pure John Entwistle al basso. Quando si dice: “pastiche”.
6. Choir! Choir! Choir!/David Byrne – Heroes
Bowie e Byrne si sono molto stimati, spesso hanno usato gli stessi musicisti e produttori, c’erano tante premesse per qualche collaborazione. Ma forse entrambi sospettavano che nel venire al dunque, il confronto tra i due non indifferenti ego avrebbe schiacciato la musica. Nel gennaio 2018 a New York (…ovviamente) l’ex Talking Heads rese omaggio al collega con una performance vocale misurata ma emozionante, librandosi sulle voci dei volontari messisi a disposizione dei canadesi Choir! Choir! Choir!
7. Tina Turner – Cat People
Nel 1983 Bowie cambiò vestito alla versione cinematografica del suo brano, adattandolo al resto dell’album Let’s Dance, e con tale arrangiamento più “smooth” lo presentò in concerto. Nello stesso anno Tina Turner, che proprio grazie a Bowie ottenne una chance dalla EMI, concludeva la sua seconda gavetta fatta di esibizioni nel circuito di casinò e alberghi. I suoi show di quel periodo si aprivano con la ,prima versione di Putting out fire, con la minacciosa intro ringhiata da seduta – per poi alzarsi di scatto calciando via la sedia e rivelando alle poche centinaia di spettatori che la sua vocazione di pantera era ancora integra.
8. Young@Heart – Let’s dance
Se Bowie fosse vivo oggi, potrebbe fare domanda per entrare nel gruppo di ottuagenari (e oltre) del Massachussets. Certo, benché imprevedibile e autoironico, la cosa sarebbe MOLTO improbabile. Ma va dato atto a questi vegliardi di aver preso la sua hit più criticata enfatizzandone il lato spassoso, e senza trasformarla in baracconata adatta a programmi televisivi per - …come dire? Per coetanei di Bowie, ecco.
9. Miriam Aïda - Loving the alien
A questa lista manca un coté esotico, non è vero? Ce lo giochiamo tutto qui, con una svedese di origine marocchina che ammanta il brano oscuro e mistico del 1984 di cadenze bossa nova anche se non totalmente ortodosse (e soprattutto senza farne un sottofondo da aperitivo). Al centro del pezzo resta l’armonioso disagio comunicato dall’originale.
10. Spoon – I can’t give everything away
È una lista, non una classifica, e se questo pezzo si trova in fondo è solo perché è quello con cui Bowie ha voluto salutarci. Non con un’uscita di scena drammatica alla Rock’n’roll suicide, ma con un mezzo sorriso che l’amarezza della fine non può cancellare. I texani Spoon (qualcuno se li ricorda?) ne mantengono la malinconia di congedo definitivo, ma cercano di rendere l’ultimo pezzo di Blackstar ancora più lieve, come un addio in punta di piedi.
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