“Mi sono spinto al largo, in acque che non conoscevo”. Danno indica la cover, racconta il suo primo album solista “Aka Danno”, interamente prodotto da Dj Craim, con la collaborazione di Ice One e Motta, e lo definisce un progetto “necessario” e in cui “ho osato, ho scoperto”. Non è la retorica che infarcisce le solite interviste, il fondatore dei Colle der Fomento non sguazza in quel pantano di banalità, e per capirlo basta schiacciare play e ascoltare: un album viscerale, a tratti storto, folle, urticante, commovente. È un disco ai confini del mondo in cui tutto sembra bruciare, tranne l’amore per la musica e per i suoi tanti volti. “Aka Danno” è un album rap hardcore più che nello stile, nella sfida sperimentale che Simone Eleuteri ha lanciato nei confronti in primis di se stesso e poi dell’ascoltatore.
Partiamo dal sound: questo è un album riccho a livello sonoro. Ogni canzone ha un suo calore. Da dove sei partito?
Quando mi chiedono perché ho chiamato così il disco, è proprio perché a un certo punto ho trovato un po’ tutti i miei colori dentro. Ogni canzone è un viaggio, soprattutto musicale. Tutto nasce da una sfida che mi ha lanciato Dj Craim durante la pandemia. In quel periodo ho cominciato a scrivere cose, ma non per me. Mi sono messo in contatto con la manager di Max Gazzè e, scherzando, le ho detto: “Guarda, io ho un pezzo che canticchio, che ho scritto io, che sarebbe perfetto per Max”. A me piace molto il cantautorato italiano, non faccio differenze.Come è finita?
Il provino a Gazzè è piaciuto e lo ha messo nel suo album. Addirittura rispettando tutto: ci ha detto “non cambierò niente”. Da una parte, quindi, io e Craim abbiamo cominciato, per scherzo, a provare a fare canzoni da proporre come autori. Ho tentato di scrivere una canzone un po’ alla Vinicio Capossela, una un po’ alla De Gregori, una che nella mia testa doveva andare a Loredana Berté, scritta al femminile. Giocando con varie forme musicali. Anche Craim, da autodidatta, ha iniziato a suonare: il basso, il pianoforte e altro. Insomma, è come se avessimo aperto, insieme, una finestra su un nuovo modo di lavorare.Come ha influito sul tuo disco?
Craim ha cominciato a propormi beat diversi dai soliti canoni. Mi mandò una cartella. Io scelsi il più facile, quello che per me suonava Wu-Tang. Dico: “Questo lo prendo”. Ci rappo sopra un testo molto hip hop e Craim mi dice: “Fratè, però che palle. Sempre la stessa roba. Hai scelto il più banale, stai dicendo cose che hai già detto”. Io, ferito nel mio orgoglio, gli dico: “Dammi un giorno”. Prendo il beat più strano, il pezzo è diventato “Come Blu”. Quel brano è una specie di sfida a Craim e infatti gli ribatto: “Tu vuoi la roba moderna, io voglio ancora la guerra”. Quel pezzo forse ci e mi ha fatto capire che potevamo provare a esplorare vari mondi.Dove siete finiti?
A campionare un tango, “Il blues di Gundabad”. All’inizio l’idea era coinvolgere Vinicio Capossela, chiedergli di suonare il tango. Poi mi becco con Motta e lui mi dice: “Vuoi un pianoforte mezzo scordato alla Tom Waits? Io ce l’ho”. Ci chiudiamo in studio anche con lui e cominciamo a suonare pianoforti e percussioni. Sicuramente l’arrivo di Motta nella mia vita, con cui avevo lavorato su “Anime Perse”, mi ha dato nuove energie. Questo disco è figlio di tutto questo.In “Brucia Roma” ti immagini di bruciare. Perché?
Ci ho messo tantissimo a chiudere quel pezzo. Un po’ perché la base mi aveva talmente folgorato che mi sentivo quasi intimidito. Penso che il momento in cui ho davvero chiuso la strofa sia stato quando ho scritto “brucia quelli come me che poi sanno solo cantare”. Io, in alcuni momenti di depressione, penso: ma a cosa serve la musica? Che manco la tocchi, che non esiste, che non c’è, che è solo una suggestione. Sicuramente ho scritto “Brucia Roma” in un momento in cui non stavo bene e mi dovevo sfogare. Per fortuna poi la risposta me la do da solo. La musica, per chi la fa, serve a esorcizzare un sacco di demoni, o comunque ad ammaestrarli, ad addomesticarli e imparare a conviverci. Per chi l’ascolta può avere un effetto che va dal curativo a quello di darti nuove idee.Si sente che hai lavorato su te stesso.
Ho scoperto di soffrire di ciclotimia, che non è nulla di che: è una sorta di bipolarismo super light, non comporta nulla di grave. Però questo alternarsi di andare su e andare giù ha cominciato a complicarmi la vita. La sintesi è in “ancora mi sento il numero…”, ma tronco e non dico “uno”. Perché non mi sento sempre il numero uno, anzi. Ho imparato a non aver paura di giudicarmi.In “Killemall” rappi: “Non mi piace tutto quello che dico. Ho paura, io mi sento nemico”.
Si ispira a Lucio Dalla. Come mi ha detto Craim, in questo pezzo sono molto antipatico e se non avessi inserito la frase che citi, avrei rischiato di sembrare il vecchio incattivito che dice all’industria “andatevene a fanculo”. Con “non mi piace quello che dico” invece do un’altra prospettiva, è come se dicessi: il problema, in parte, sono io.
“Tom Waits” è uno dei pezzi più riusciti. Come nasce?
Tom Waits, come artista, per me è il giusto connubio tra il cantautorato e l’hip hop. A volte è talmente estremo nelle sonorità e nei racconti che sembra un rapper. Ogni rima del pezzo è un riferimento a un brano o a qualcosa che ha detto o ha scritto Tom Waits. È un pezzo visionario, un inno alla scivolata. Tom Waits mi ha sempre fatto pensare a uno che cammina storto. È una musica che ti devi storcere per ascoltarla bene. È come dire: il mondo ti vorrebbe bello dritto, ma invece c’è chi zoppica, c’è chi arranca. Rappo: “ho il cielo ma non la stanza”. È un inno al barcamenarsi.In “Distorsore” dici: “Da ragazzino cercavo una rivoluzione, adesso solo un tasto per fermare l’autodistruzione”. Che però non è vero, perché il disco è anche pieno di energia e voglia di cambiamento.
È vero. In me convivono due lati: uno che vorrebbe essere perfetto, controllare tutto, fare tutto per bene, e poi un altro che invece dice “chi cazzo se ne frega, fratè”. C’è un dialogo continuo nella mia testa fra più parti, tra quella che mi dice “non fumare prima di salire sul palco” e quella che invece mi spinge a sfasciarmi. Una tende a sbandare, l’altra a contenere. “Distorsore” nasce in un momento di crisi. .In “Jakesulring” vince la parte più lucida?
È un pezzo dove non dico altro che “sono il meglio” e perculo tutti. Dopo esser finito in acque musicali che non conosco, mi mancava il pezzo che mi riportasse a casa, più da Mc.Come ti immagini questo disco sul fronte live?
Il primo giro di live lo vogliamo fare hip hop, con Dj Craim, che è molto più di un dj. Abbiamo già preparato la scaletta ed è bellissimo quello che lui ha creato: i raccordi fra un pezzo e l’altro, l’idea di usare vecchi beat che poi portano ai nuovi…sarà magico. E poi senz’altro ci sarà anche un giro con i musicisti, un mondo che ormai ho sdoganato da tempo.Questo è un disco che si assume dei rischi?
Ho imparato a non preoccuparmi troppo di quello che ho intorno. Poi probabilmente mi è andata bene, nel senso che quello che abbiamo fatto con i Colle, quello che ho fatto io da solo…in qualche modo un riscontro positivo l’ha sempre trovato. Ho fatto un discorso al mio management e ho detto: “Io vi dirò quello che voglio fare. Voi mi direte: eh, ma così perdiamo del pubblico”. E la mia risposta è stata: “Preparatevi, perché io sono ben disposto a perdere, se credo in una cosa e voglio portarla avanti. Non mi interessa”. Dall’altra parte non è che sono contro l’idea di avere più pubblico. Però ti dico una cosa: io penso che oggi, nel rap, almeno per come lo ascolto io, si faccia tutto. Pharoahe Monch, che a un certo punto ha fatto un album con dei musicisti rock/metal, i Run The Jewels, Schoolboy Q: il rap internazionale è una continua fonte di ispirazione.In Italia hai sentito qualche giovane interessante?
Toni Zeno, l’ho visto live, è molto forte e ha un’ottima scrittura.
Disclaimer:
Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.
Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.
Immagini e diritti
Rockol:
- utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
- impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
- accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
- pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright
Crediti fotografici per l'immagine usata nell'articolo: Nuri Rashid
Segnalazioni
Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link