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Dall’indie al mito: andare a un concerto dei Cani dieci anni dopo

16.11.2025 Scritto da Mattia Marzi

Il Vasco Brondi citato nel testo di “Velleità” non è più il simbolo del cantautorato alternativo indipendente: è diventato un mezzo santone che pratica yoga e vive sui monti. Il Circolo degli Artisti, crocevia della scena indipendente capitolina menzionato nella stessa canzone, è chiuso da dieci anni: dietro il suo cancello sono incatenati gli anni più belli della musica alternativa degli anni Duemila, prima che l’indie diventasse il nuovo pop. Daniel Johnston, che fa capolino in “Hipsteria”, è morto nel 2019: era forse l’ultimo eroe del lo-fi e dell’estetica DIY, “do-it-yourself”. E i radical chic del Pigneto, di cui gran parte delle canzoni dei Cani furono (dis)umani ritratti? Quelli ci sono ancora, seduti ai tavolini dei bar a blaterare dei loro progetti, da sedicenti artisti quali erano e sono, tra (wannabe) autori di sceneggiature, romanzieri, saggisti, musicisti, opinion leader. In questi giorni, però, sono in trasferta. Di massa. Partono dal Pigneto per raggiungere l’Atlantico, la location scelta da Niccolò Contessa per la residency romana, perché tale è, del tour che segna il ritorno dei Cani in tour dopo nove anni, tanti quanti ne sono passati dalla chiusura del tour di “Aurora”: dopo il debutto a Bologna dell’1 novembre scorso, la tournée di “Post mortem”, l’album uscito a sorpresa la scorsa primavera, è approdata nella Capitale venerdì e dopo il bis di ieri sera Contessa sarà in scena all’Atlantico anche stasera, martedì e poi ancora mercoledì.

L'antropologia elettronica di Contessa è ancora attuale

Subito, entrando nel club dell’Eur, si ha la sensazione di assistere a una gigantesca rimpatriata. Ci sono - per citare la stessa “Velleità”, i falsi nerd con gli occhiali da nerd, i nichilisti col cocktail in mano, anoressiche alla moda e anoressiche fuori moda, bulimiche che si occupano di moda, aspiranti attrici che sospirano languide e poi autori tv, registi di clip, falliti, delusi, depressi, frustrati. Tutti qui, immobili nel tempo, a riconoscersi ancora una volta nei manifesti generazionali di Niccolò Contessa, in quell’«antropologia elettronica» - così Roberto Saviano nel 2012 sdoganò via social la band/non band romana in certi circuiti (e salotti) - fatta di electrorock, new wave e lo-fi. E pazienza se son passati ormai quattordici anni dall’uscita de “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”. Pazienza pure se i biglietti costa(va)no 40 euro e rotti, cifra più da pop mainstream che da culto indipendente. Quando con “Io” Contessa rompe il ghiaccio, manifestandosi sul palco insieme ai cinque musicisti scelti come compagni di viaggio, i fan lo acclamano come se fosse un guru. A proposito: gli “altri” Cani sono Valerio Bulla (basso), Simone Ciarocchi (batteria), Francesco Bellani (tastiere), Marcello Newman (chitarre) e Andrea Suriani (tastiere). Una band solidissima e rodatissima. Bulla e Ciarocchi, rispettivamente ex batterista ed ex tastierista dei Masoko, formazione romana arrivata ad aprire nei primi anni Duemila per Kaiser Chiefs e Babyshambles, suonano con il cantautore di origini spoletine dal 2011. Suriani, ex tastierista dei Gazebo Penguins, si è aggiunto ai Cani nel 2013, Bellani nel 2016. L’unica new entry è Newman, già chitarrista dei Jacqueries, gruppo romano che si sciolse nel 2013 dopo appena un album con il quale aveva fatto ben parlare di sé.

Un concerto da vivere come una liturgia

È “Come Vera Nabokov”, tratta da “Glamour” del 2013, a far partire la festa, poi una dietro l’altra arrivano “Hipsteria” e “Questo nostro grande amore”: la voce di Contessa, timida, tagliente, ma precisa e lucidissima, è sempre la stessa e il pubblico ascolta come in una liturgia. Si spazia tra esistenzialismo a cronaca umana, tra riflessioni sociali e intellettualismi, e anche il suono - lo-fi sporco e distorto, synth scarni, atmosfere sgranate - diventa un espediente attraverso il quale raccontare i fallimenti sentimentali e sociali dei trentenni post Duemila. C’è chi sostiene che i Cani siano stati l’ultima band italiana ad aver davvero inventato un suono (un po’ come fatto, perdonateci il paragone, dai Radiohead: bizzarro che entrambe le formazioni, tornate dopo una lunga assenza, siano in tour in questi giorni). Inni come “Le coppie”, “Post Punk”, “I pariolini di diciott’anni” e “Il posto più freddo” non hanno perso neppure un grammo della loro potenza, resistendo al tempo come poche altre canzoni italiane figlie di quel periodo storico (a pochi metri di distanza dall’Atlantico Coez, la cui cometa ad un certo punto ha incontrato quella di Contessa, sta riempiendo il Palazzo dello Sport per la seconda serata consecutiva e con il tour nei palasport ha venduto 60 mila biglietti).

Non è solo nostalgia: è memoria collettiva

Le canzoni di “Post mortem” vengono accolte con più freddezza, rispetto ai grandi classici. Eppure Contessa non indietreggia: otto brani su tredici entrano in scaletta. Un terzo del concerto, senza compromessi. Il pubblico, naturalmente, rimane lì. Ascolta. Sa che per una “Carbone” ci sarà una “Nascosta in piena vista”, uscita nel 2018 - faceva parte della colonna sonora del film “Troppa grazia” di Gianni Zanasi, composta interamente da Contessa, tra i vari progetti ai quali il musicista ha lavorato in questi anni di assenza dalle scene - ma eseguita per la prima volta in assoluto dal vivo in questo tour. Che per una “Nella parte del mondo in cui sono nato” ci sarà una “Corso Trieste”, per una “F.c.f.t.” una “Calabi-Yau”. Non è solo nostalgia: è memoria collettiva. Una seduta di gruppo. Quando ad aprile uscì “Post Mortem” scrivemmo che Contessa era tornato per chiudere un cerchio. Ci sbagliavamo. È tornato per ricordarci che certi cerchi non si chiudono mai. Dal Circolo degli Artisti all’Atlantico: è cambiato tutto, ma non è cambiato niente.

(Articolo originale su Rockol.it)

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