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Dai Metallica ai Megadeth, e ritorno: il finale di Dave Mustaine

18.01.2026 Scritto da Elena Palmieri

Dopo l’annuncio dell'addio alle scene dei Megadeth, a scuotere gli ascoltatori della musica più pesante è stata la notizia che la band avrebbe incluso nel suo album finale una propria versione del brano “Ride the lightning” dei Metallica. Dopo anni di fratture e frecciatine, il rapporto tra Dave Mustaine e il proprio passato sembra trovare una forma di pacificazione, fatta di riconoscimenti e rispetto reciproco. Il progetto cinematografico "Megadeth: behind the mask", nelle sale solo il 22, 23, 24 gennaio 2026, parte e si chiude proprio dal legame tra Mustaine e i suoi inizi nei Metallica, da quella cacciata che ha dato origine a due delle carriere più longeve e determinanti del metal. Al centro, il cuore pulsante è la storia quarantennale dei Megadeth, le canzoni del loro nuovo e ultimo album e, ovviamente, il loro frontman e leader. "Io voglio bene a quei ragazzi, non porto rancore verso di loro", afferma Mustaine riferendosi ai Metallica nella prima parte del film di "Megadeth: behind the mask" tornando a quando scrisse “In my darkest hour” per il terzo album della sua band, "So far, so good… So what!" del 1988. Il brano venne scritto da Mustaine dopo aver appreso della morte del bassista dei Four Hoursemen, Cliff Burton, rimanendo deluso dal fatto che nessun ex compagno di band lo avesse avvisato personalmente.

La musica come chiave del racconto

Presentato come un evento cinematografico globale, "Megadeth: behind the mask" si configura inizialmente come un listening, un ascolto strutturato e guidato dell’album "Megadeth", in uscita il 23 gennaio come ultimo capitolo discografico della band. Le canzoni diventano il filo conduttore di un racconto che si sviluppa traccia dopo traccia, mentre Dave Mustaine accompagna l’ascoltatore all’interno del processo creativo, condividendo riflessioni, scelte stilistiche e retroscena compositivi.

L’apertura è affidata al videoclip del singolo “Tipping point”, primo segnale di un lavoro che non rinuncia alla forza e alla precisione che hanno sempre contraddistinto il suono dei Megadeth. Da lì in avanti, seguendo fedelmente la tracklist, il film costruisce una presentazione del disco che ha il sapore di un incontro privato. Mustaine sembra accogliere pubblico e fan nel suo studio di registrazione, raccontando ogni brano come se fosse un capitolo di un’unica, lunga storia. Centrale è anche il ruolo della formazione attuale, con particolare attenzione al contributo di Teemu Mäntysaari, il più giovane della band, alle chitarre solista, ritmica e acustica, il cui apporto compositivo viene valorizzato apertamente, così come quello di James LoMenzo al basso e Dirk Verbeuren alla batteria.

Il risultato è un album costruito con metodo e consapevolezza, pensato nei minimi dettagli per offrire una conclusione all’altezza del nome Megadeth. Il suono è compatto e potente, le tematiche restano coerenti con l’universo lirico di Mustaine, e brani come “Made to Kill” colpiscono con una violenza controllata, sorretta da una sezione ritmica che non concede tregua. La velocità punk di "I don't care", le tematiche affrontate in brani come "Puppet parade", la resa dei conti in "The last note" e la reincisione di "Ride the lightning” offrono il materiale ai fan per prepararsi all'ultimo tour, che passerà in Italia per una data il 14 giugno a Ferrara.

Megadeth: quarant’anni di storia in prima persona

Per raccontare la propria avventura musicale, Dave Mustaine sceglie di partire ancora una volta dai Metallica, per poi tornarvi alla fine, chiudendo simbolicamente il cerchio sulle note della versione reimmaginata di “Ride the lightning”. Il brano, pubblicato originariamente nel 1984 come title track del secondo album dei Metallica, porta anche la firma di Mustaine, che fu chitarrista solista della band tra il 1982 e il 1983. "Con 'Ride the lightning' ho ripensato a come è cominciato tutto quel viaggio, fin dall’inizio: da me che avevo una chitarra finta fino ad arrivare a oggi, che sono un ambasciatore della casa di chitarre che ho sempre amato, sono uno dei membri più rispettati della famiglia Gibson. È come se tutto avesse compiuto uno straordinario giro intorno all’universo, e ora sento che è arrivato il momento di restituire qualcosa", spiega Mustaine in "Megadeth: behind the mask" raccontando perché ha deciso di fare una propria versione, con la sua band, del brano dei Metallica, non come atto di rivalsa, ma come gesto di consapevolezza e di appropriazione definitiva della propria storia.

Nel ripercorrere quarant’anni di carriera, Mustaine rimane fedele al proprio carattere accentratore, diretto, determinato a precisare ogni passaggio, a chiarire ogni snodo narrativo secondo la sua prospettiva. Il musicista, ora 64enne, è solo davanti alla camera, lasciando spazio unicamente a immagini d’archivio, filmati live e titoli di giornale che scorrono come prove documentali. Non mancano i ricordi legati a Cliff Burton, né il racconto dell’attrito con Lars Ulrich e James Hetfield, culminato nella cacciata del 1983 a causa degli abusi di droga e delle tensioni interne alla band. Burton viene ricordato insieme al racconto dietro il brano “In my darkest hour”: "È una di quelle canzoni estremamente e profondamente oscure”, spiega Mustaine: “Stavo attraversando un periodo durissimo, e scrissi l’intera canzone in una sola seduta. Ero nel mio appartamento e ricevetti una telefonata da Maria Ferreira, una figura centrale nella famiglia della Megaforce Records fin da quando con i Metallica firmammo il nostro primo contratto. Mi chiamò per dirmi che Cliff era morto. Non ce la feci. Entrai in una sorta di stato di shock. Io e David Ellefson andammo in centro a procurarci qualcosa per lenire il dolore, tornammo a casa e io sprofondai in un luogo emotivo terribile. Cominciai a scrivere i testi di ‘In my darkest hour’, presi la chitarra, e la cosa che ancora oggi mi lascia sbalordito è che tutta quella musica l’ho scritta in un’unica seduta, considerando quanto è complessa la canzone. Ma è andata così, ed è così che ce la ricordiamo tutti. Quella telefonata non arrivò da nessuno dei Metallica, e io pensai: ‘Eravamo compagni di band, il minimo che potevate fare era essere voi a dirmi che mio fratello - come consideravo Cliff - era morto’. Questa fu una delle cose che incrinarono davvero il nostro rapporto”. Continua: “Naturalmente capisco che all’epoca eravamo ragazzi, ed era una cosa terribile e traumatica da affrontare. Io voglio bene a quei ragazzi, non porto rancore verso di loro. Anzi, penso che, se non avessi scritto quella canzone, tante persone non avrebbero trovato una qualche forma di guarigione grazie a essa. Mi viene da rabbrividire al pensiero. La gente viene da me continuamente a dirmi che quella canzone ha salvato loro la vita, o che non posso immaginare quanto significhi per loro”.

In un panorama ormai saturo di documentari musicali, spesso patinati e celebrativi, "Megadeth: behind the mask" si distingue per un approccio vecchia scuola, che assume i contorni di un racconto-confessione senza sofrastrutture o immagini accattivanti. Mustaine condivide la fine secondo la propria versione, accompagnando i fan in un ultimo viaggio che attraversa tutte le fasi della carriera dei Megadeth: gli album, il simbolico Vic Rattlehead, le collaborazioni, i continui cambi di formazione, il Grammy vinto nel 2016 con “Dystopia”, i problemi di salute affrontati e messi in musica in "The sick, the dying... and the dead!” del 2022, fino ad arrivare ai processi di scrittura e composizione, dove il controllo creativo del leader resta centrale e indiscutibile.

In conclusione, una dichiarazione di identità

Un progetto cinematografico che rifiuta la retorica dell’addio per scegliere la forza del racconto diretto, mettendo Dave Mustaine faccia a faccia con il suo pubblico, senza maschere e senza compromessi. Così, tra Metallica, Megadeth e ritorno, il si arriva alla conclusione, lasciando che sia la musica – ancora una volta – a dire l’ultima parola.

Chiudere il cerchio senza perdere un colpo, anzi aggiungendone di nuovi. Con lucidità, dignità e rispetto verso la propria storia, i Megadeth scelgono di salutare il pubblico con un’opera che non ha nulla di nostalgico o accomodante, ma che anzi rivendica con forza il peso di quarant’anni di carriera vissuti sempre in prima linea. "Megadeth: behind the mask" è insieme progetto cinematografico, racconto autobiografico e manifesto artistico, un lavoro che rende giustizia a una storia complessa, fatta di fratture insanabili e riconciliazioni tardive, di ossessioni musicali e di controllo creativo, culminando in un ultimo album che suona come una dichiarazione di identità più che come un semplice addio.


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