Da El Paso a Juárez, lungo il confine tra Texas e Messico, si mescolano voci e culture che da generazioni convivono da una sponda all’altra del Rio Grande. Oltre duemila chilometri di frontiera fatta di passaggi e contaminazioni che troppo spesso finiscono schiacciate da ideologie distorte. Sono questi gli orizzonti da cui provengono i suoni e le suggestioni di Cruzando Fronteras, il nuovo trio composto dalla cantante e violinista Carrie Rodriguez, dal polistrumentista Luke Jacobs e dal batterista e cofondatore dei Calexico John Convertino.
L’incrocio di musicisti abituati a guardare oltre gli steccati dei generi ha trasformato il deserto e gli spazi infiniti del Southwest in un paesaggio evocativo capace di restituire la dimensione umana della frontiera, oltre gli stereotipi e gli slogan politici. Le liriche sospese tra inglese e spagnolo, le melodie del violino, i riverberi della lap steel e le ritmiche morbide disegnano in questo modo una geografia in cui la polvere delle grandi distese americane richiama storie, tradizioni e linguaggi differenti.
Così, dalle terre del Southwest all’Irpinia, Cruzando Fronteras sbarca in Italia. Per la data del prossimo 27 agosto allo Sponz Fest di Vinicio Capossela, abbiamo incontrato Rodriguez e Convertino per farci raccontare da dove è partito questo viaggio e cosa può succedere quando due percorsi e due mondi musicali si trovano a condividere la stessa, assolata, strada.
Viviamo in un’epoca di muri e divisioni. La musica può ancora costruire dei ponti veri?
C.R.: “Certo. Se le persone riescono ancora ad ascoltare musica dal vivo, penso che proprio quella sia una delle ultime frontiere della realtà. Quando ci si ritrova per ascoltare musica, si incontrano persone da luoghi, esperienze e culture diverse. È senza dubbio un modo per costruire ponti”.
J.C.: “Aggiungerei che l’arte, in tutte le sue forme, è probabilmente il nostro strumento più potente per abbattere i muri e costruire ponti. Ma la musica è forse la più immediata perché arriva direttamente al cuore e non richiede di ragionare. Ti apre il cuore e basta”.
Le storie di confine vengono spesso raccontate come storie politiche. Cosa può raccontarci Cruzando Fronteras che numeri, leggi e slogan non riescono a dire?
C.R.: “Racconta la storia umana del confine, un luogo ricchissimo di cultura, dove per generazioni le famiglie hanno attraversato la frontiera e vissuto su entrambi i lati. Il confine tra Texas e Messico è davvero speciale persino per la lingua, perché lì si parlaspanglish. Spagnolo e inglese continuano a intrecciarsi e a passare dall’uno all’altro. Ed è proprio questa la storia che non senti raccontare nei notiziari”.
J.C. “Vivo a El Paso, la più grande città bilingue d’America e, come diceva Carrie, mi capita di sentire le persone parlare in spagnolo e passare improvvisamente all’inglese, senza nemmeno pensarci. Quando superi il Rio Grande per entrare a Juárez è tutto un altro mondo di famiglie e di musica. Cominci a sentire la cumbia, vedi persone a cavallo, gente che fa il barbecue. È un posto straordinario, ma vengono mostrati sempre gli aspetti negativi e credo che le persone finiscano per farsene un’idea distorta”.
“Postcards From The Border” è stato uno dei punti di partenza per Cruzando Fronteras. Come avete iniziato a lavorare insieme? C’è stato un momento in cui avete capito che da quell’incontro poteva nascere qualcosa di nuovo?
C.R.: “La produzione teatrale “Postcards From The Border” ha fatto il suo debutto lo scorso anno, ideata insieme ad alcuni collaboratori che, come me, vengono dalla zona di confine. Ci è sembrato il punto di partenza giusto per Cruzando Fronteras.
Io e John ci siamo conosciuti un paio d’anni fa, quando i Calexico vennero ad Austin per “Laboratorio”, un progetto che porto avanti per esplorare la cultura e la musica latina. Suonare insieme è stato subito naturale. Da allora abbiamo continuato a incrociarci, John ha suonato in un album che ho coprodotto con Sergio Mendoza, un altro membro dei Calexico, e poi ci siamo ritrovati per un concerto a Tucson”.
J.C.: “Sì, Sergio Mendoza ha scritto una serie di canzoni dedicate al mattino e all’inizio di un nuovo giorno. Una volta completato il progetto ha invitato Carrie per portarlo dal vivo. Abbiamo avuto modo di suonare insieme, di andare al cinema e di girare in una Volkswagen Karmann Ghia del 1958. Ed è più o meno così che è nato tutto questo”.
Il violino può essere molto evocativo, mentre con la batteria si riescono a creare paesaggi sonori molto intensi. Cosa vi ha sorpreso di più quando avete iniziato a suonare insieme?
J.C.: “Avevamo un concerto da fare a Marfa, in Texas, con Luke Jacobs a completare la formazione. Ci siamo sistemati in una distilleria di whisky, proprio accanto ai binari del treno. C’erano enormi portoni aperti, passava il treno... Eravamo nel mezzo del nulla e abbiamo fatto una prova magica.
Eravamo completamente in acustico, suonavamo e ascoltavamo il suono dei nostri strumenti. E ci siamo detti: «Wow, questo basta. È fantastico così!»”.
C.R.: “Ed è anche la dimostrazione della forza di una canzone. Se un brano può funzionare così, allora sai di avere qualcosa tra le mani. Se invece resta piatto, forse è il caso di provarne un altro”.
J.C.: “Sì. E poi il violino è come una voce umana, chiara e diretta. Abbiamo sia la melodia che la voce di Carrie, mentre io e Luke siamo un po’ il contrasto. Creiamo lo spazio perché possano esistere. E penso che funzioni davvero bene”.
Cruzando Fronteras evoca luoghi assolati, grandi spazi aperti e strade solitarie. Come trasformate questi paesaggi in musica?
J.C.: “Beh, è un po’ come per i pittori. Se vivi nel deserto, difficilmente dipingerai l’oceano, no?
Assorbi quei luoghi e li hai nelle cellule. Li respiri ogni giorno e poi inizi a suonare. E poi, dopo tanti anni passati a viaggiare attraverso gli Stati Uniti, si scopre che anche in Italia ci sono paesaggi desertici e cominci a capire da dove arrivi lo ‘Spaghetti Western!’”.
John, il confine, il deserto e l’incontro tra culture diverse hanno sempre fatto parte del suono dei Calexico. Cosa succede quando quel mondo incontra la musica di Carrie Rodriguez?
J.C.: “Ci sono sicuramente delle affinità. Carrie è molto interessata alla sperimentazione, alla collaborazione, a suoni diversi e a modi diversi di interpretare tutto questo universo musicale, che potremmo persino chiamare blues.
Certo, ci sono i tradizionalisti pronti a dire che se modifichi qualcosa allora non è più quel genere. Benissimo, perché è proprio così che nasce qualcosa di nuovo. Bisogna sperimentare. Se hai delle idee, devi almeno provare a metterle in pratica”.
Carrie, la tua voce si muove tra inglese e spagnolo. In che modo parlare entrambe le lingue cambia il modo in cui racconti queste storie?
C.R.: “All’inizio cantavo soltanto in inglese. Avevo persino un accento piuttosto marcato. Attingevo a una parte autentica di me e della mia famiglia, ma avevo poco più di vent’anni e sentivo che la mia musica non raccontava tutto ciò che ero.
In più, una mia prozia, Eva Garza, era una cantante famosa. Riscoprire la sua storia mi ha aperto un mondo nuovo, permettendomi di conoscere le grandi cantanti dell’epoca d’oro del cinema e della musica messicana.
Con lo spagnolo sono riuscita anche ad accedere a una gamma emotiva differente rispetto all’inglese. Alla fine la cosa più naturale è diventata lospanglish, perché è davvero ciò che sono. Posso passare liberamente da una lingua all’altra e, a dire il vero, rende persino più facile scrivere una canzone”.
J.C.: “Sono d’accordo. Venivo dal rock ’n’ roll, dall’indie e dal punk, ma quando ho iniziato ad avvicinarmi alla cumbia, alla salsa e ai ritmi afro-cubani mi sono trovato davanti un orizzonte differente. Mentre suonavo mi facevano pensare e sentire diversamente, perciò ho dovuto trovare il mio modo per dialogare. Non potevo semplicemente fare ‘boom-chuck, boom-chuck’ sopra le linee di basso”.
Questa è la prima mondiale di Cruzando Fronteras. Quanto del progetto è già definito e quanto può ancora cambiare incontrando nuove persone e scoprendo nuovi luoghi?
J.C.: “Beh, è piuttosto incredibile perché non abbiamo nemmeno pianificato davvero tutto questo. È successo e basta. Penso quindi che il cielo sia il limite, potrebbe andare ovunque. E proprio come è cominciato, in maniera molto organica e naturale, vogliamo semplicemente prenderlo così com’è, un giorno alla volta”.
Quest'anno lo Sponz Fest è dedicato ai boschi, che Vinicio Capossela considera un luogo di rifugio, ma anche un posto in cui ci si può perdere. Ci sono luoghi simili nel mondo di Cruzando Fronteras?
J.C.: “Mi piace molto quello che Vinicio dice dei boschi. Quando sei tra gli alberi puoi sentirti protetto e al sicuro. Però anche a me è capitato di perdermi e la sensazione diventa spaventosa. Quel piccolo scoiattolo che prima ti sembrava così carino adesso ride di te perché non trovi più la tua strada. E magari ha pure la rabbia!
Oggi siamo talmente separati dalla natura che tornare in giardino, o nei boschi, come sta facendo Vinicio con lo Sponz Fest, non può che aprirci il cuore e farci sentire più umani. E forse anche aiutarci a fare scelte migliori.
Una volta si diceva: «Magari Richard Nixon avrebbe dovuto semplicemente fumarsi una canna e ascoltare i Grateful Dead». Ecco, se i politici riuscissero a sentirsi più vicini alle persone che dovrebbero servire e alla Terra su cui vivono, forse farebbero scelte diverse.
Certo, è difficile immaginare Trump a un festival musicale, ma se potesse vivere qualcosa di bello nella natura, governerebbe in un altro modo. Chi lo sa”.
Il vostro progetto parte da un luogo ben preciso e anche lo Sponz Fest nasce da un territorio specifico. Quanto è importante oggi partire da luoghi lontani dai grandi centri culturali?
J.C.: “Credo possa nascere ovunque. In campagna forse hai più spazio per lasciare entrare le idee, mentre in città hai più possibilità di incontrare altri musicisti e ricevere nuovi stimoli. Può andare in entrambi i modi.
E non sai mai davvero da dove partirà la scintilla. In un'intervista a Stravinskij fu chiesto come nascesse la musica. Lui, prima divertito, ha risposto con serietà che tutto comincia dalla grancassa. E sono d'accordo. Tutto comincia dalla grancassa, ma poco importa se la trovi in città o in campagna. In un modo o nell'altro, qualcosa succederà”.
Quale immagine vorreste che il pubblico italiano portasse con sé dopo aver ascoltato Cruzando Fronteras?
J.C.: “Pensavo ai grandi cieli aperti. Ultimamente ho notato Venere, che è particolarmente luminoso in questo periodo. È il primo pianeta che vedi quando il sole tramonta e per tutta l’estate ha brillato tantissimo. Ed è legato all'amore, una bella cosa. Quindi forse potrebbero portarsi via Venere”.
C.R.: “Sì. L'immagine di Venere nel cielo. Perfetto”.
Disclaimer:
Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.
Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.
Immagini e diritti
Rockol:
- utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
- impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
- accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
- pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright
Crediti fotografici per l'immagine usata nell'articolo: Brooke Schwab
Segnalazioni
Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link