Pochi chitarristi hanno impressionato Eric Clapton quanto Stevie Ray Vaughan, tragicamente scomparso nell'agosto del 1990 a soli 35 anni a seguito di un incidente in elicottero, poche ore dopo aver condiviso il medesimo palco all'Alpine Valley Music Theatre di East Troy, in Wisconsin, proprio con Clapton.
Clapton espresse più volte la sua opinione su Vaughan e sul suo straordinario talento. Secondo Eric, nessuno con la chitarra gli si avvicinava. Nel 1992 parlando alla rivista Musician di Vaughan e della sua morte dichiarò: "Viveva una vita piena e onesta, era una persona fantastica. Non c'era alcuna ragione per la sua morte. Era arrivato al vertice della sua carriera musicale. Non c'era nessuno al suo fianco. Quello è stato il mio primo pensiero. Forse era giunto il momento per lui di andarsene perché non poteva migliorare ulteriormente come musicista. Ma come diavolo faccio a saperlo? Come diavolo posso affermarlo? In realtà avrebbe potuto migliorare sempre di più."
Eric Clapton considerava davvero incredibile Stevie Ray come musicista, questo il suo pensiero sulle esibizioni live di Vaughan. "Ricordo di essere rimasto affascinato dal fatto che non sembrasse mai, in alcun modo, smarrito. Non si prendeva mai una pausa, non si fermava mai a pensare a cosa fare dopo. Tutto fluiva da lui. Sembrava sempre fluire da lui. In realtà, nemmeno questo deriva solo dalla virtuosità, dalla pratica o da cose del genere. Non si tratta di ripetere le stesse cose più e più volte. Semplicemente, sembrava un canale aperto. Tutto scorreva attraverso di lui. Non sembrava mai, mai, esaurirsi. Perché quando suono, a volte mi fermo. Ogni tanto mi fermo e penso 'cosa farò adesso?' Non voglio ripetermi. Quindi in qualche modo mi blocco. Ti congeli, come succede alla maggior parte dei musicisti. Non l'ho mai visto fare così. Quindi in un certo senso era come un canale. L'ho visto suonare a Londra una volta. Ero seduto a circa sei file di distanza all'Hammersmith Odeon e per i primi 10 minuti ho pensato di non farcela perché era troppo forte. Ho pensato 'Non ce la faccio' e invece mi ci sono abituato. Nel giro di 20 minuti mi ci ero abituato ed era perfetto. Mi ha coinvolto, mi ha fatto sentire bene."Eric Clapton, inizialmente, era amico di Jimmie Vaughan, il fratello maggiore di Stevie. Il suo legame con Stevie si rafforzò dopo che il fratello chiamò Eric nel 1986 chiedendogli se poteva fargli visita in una clinica di disintossicazione a Londra. Clapton andò a trovare il chitarrista, mostrandogli il suo sostegno e dicendogli di aver vissuto un'esperienza simile e di essere lì per aiutarlo in caso di bisogno. Fu dopo quell'incontro che diventarono amici ed ebbero l'opportunità di suonare insieme un paio di volte.
Nella sua autobiografia Eric Clapton scrive: "A quel tempo direi che era uno dei più grandi chitarristi blues elettrici al mondo, con uno stile che ricordava molto quello di Albert King, che era il suo idolo. Il 26 agosto suonammo in una località sciistica del Wisconsin, in un locale chiamato Alpine Valley Music Theatre, tra Milwaukee e Chicago. Stevie Ray aprì il concerto con la sua band, i Double Trouble, guardandolo sul monitor nel mio camerino, ricordo di aver pensato: 'Cavolo, dopo questo devo essere io l'attrazione principale'. Il suo modo di suonare era davvero fluido. Non sembrava che stesse imitando nessuno, tutto gli veniva spontaneo, apparentemente senza alcuno sforzo. Era molto inventivo, e anche il suo canto era fantastico. Aveva davvero tutto."
Alla fine di quella serata, Stevie, Jimmie, Robert Cray e Buddy Guy si unirono a Eric sul palco per suonare una versione di 15 minuti del classico “Sweet Home Chicago”. Sempre nella autobiografia il chitarrista britannico ricorda cosa accadde dopo: “Quando il concerto finì, ci abbracciammo per salutarci e fummo portati di corsa verso una serie di elicotteri che ci aspettavano. Erano elicotteri con grandi cupole di plexiglass, appena salimmo a bordo notai il pilota che usava una maglietta del merchandising per pulire il parabrezza, che era coperto di condensa. Fuori, una fitta cortina di nebbia sembrava aleggiare a circa tre metri da terra. Ricordo di aver pensato: 'Non va bene'. Ma non volli dire nulla per paura di alimentare il panico. Dopotutto, l'ultima cosa che si desidera su un aereo è una persona fuori di testa che grida: 'Moriremo tutti'. Quindi rimasi in silenzio. In quel momento, a mia insaputa, Stevie Ray, che avrebbe dovuto tornare a Chicago in auto, aveva trovato un posto libero su uno degli altri elicotteri, insieme a due membri della mia crew, Nigel Browne e Colin Smythe, e al mio agente, Bobby Brooks." Quella sera Clapton tornò in albergo, la mattina seguente si svegliò con la triste notizia che i suoi amici avevano perso la vita in un incidente aereo.
Alla fine degli anni Settanta Eric Clapton ebbe la possibilità di assistere da vicino, a Londra, all'ascesa della stella di Jimi Hendrix e vide delle analogie tra lui e Stevie Ray. A suo parere, entrambi erano completamente dediti alla musica e suonavano come se non ci fosse un domani. Nell'autobiografia racconta ancora: "Non ho mai conosciuto bene Stevie Ray Vaughan. Abbiamo suonato insieme solo un paio di volte, ma è bastato per poterlo accostare a Jimi Hendrix in termini di dedizione. Entrambi suonavano con una passione travolgente, ogni volta che prendevano in mano i loro strumenti, era come se non ci fosse un domani. Il livello di devozione che entrambi dimostravano per la loro arte era identico."
La prima volta che Eric Clapton sentì suonare Stevie Ray Vaughan accadde mentre stava guidando, la radio passò la hit di David Bowie "Let's Dance". “Ero in macchina. Ricordo di aver pensato: ‘Devo scoprire chi è quel chitarrista prima che finisca la giornata’. Non mi capita spesso. Tre o quattro volte nella mia vita mi è capitato di sentirmi così in automobile, ascoltando la radio: mi sono fermato, ho accostato e ho pensato: ‘Devo scoprirlo prima della fine della giornata. Devo sapere subito chi è’”.
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