Il 30 novembre 2015 una piccola etichetta indipendente romana pubblicò, quasi nell’indifferenza generale, il nuovo album di un cantautore allora sconosciuto. Il disco si intitolava “Mainstream”, l’artista era tale Calcutta, vero nome Edoardo D’Erme, partito da quella Latina che fino ad allora nel pop nazionale era nota ai più per essere la città natale di Tiziano Ferro. Nessuno poteva prevederlo, ma quell’uscita avrebbe finito per rivoluzionare la musica italiana degli Anni Duemiladieci. Impossibile definire il momento preciso in cui ci si accorse che qualcosa stava cambiando: la rivoluzione di Calcutta e dei ragazzi di Bomba Dischi, così come si chiamava l’etichetta, fu silenziosa ma radicale, frutto di un meticoloso lavoro di promozione pop sebbene “mascherata” da pratiche do-it-yourself per rendere una popstar quel cantautore del basso Lazio di cui nessuno - al di fuori del circuito indipendente capitolino - aveva ancora sentito parlare. Fatto sta che, a un certo punto, nell’autunno del 2015, Calcutta passò dall’essere un perfetto sconosciuto a essere investito quasi suo malgrado del ruolo di salvatore della canzone italiana, impanatanata in cieli senza nuvole, tappeti di fragole, finestre tra le stelle e altri luoghi comuni. Calcutta arrivò nel posto giusto al momento giusto. Quando sui social e sulle piattaforme di streaming cominciò a montare “Cosa mi manchi a fare”, singolone tratto da “Mainstream”, molti riconobbero immediatamente in quella canzone una forza comunicativa inedita. Il passaparola fece il resto. La sua ascesa segnò l’inizio di qualcosa che avrebbe cambiato le regole del gioco. A dieci anni dall’uscita di “Mainstream” ci siamo divertiti a riascoltare quel disco. E a raccontare come suona oggi.
Una voce fuori posto
«Gaetano mi ha detto che viviamo nel ghetto…»: era così che si apriva “Mainstream”, nel 2015. I versi sono quelli di “Gaetano”, la prima delle undici tracce contenute nel disco. Dieci anni dopo, la forza è la stessa: dirompente e folgorante. Un giro di accordi al piano, quella voce sgraziata, quel mistero: «Gaetano chi?». Per la cronaca: si trattava di Gaetano Lo Magro, amico di Calcutta, organizzatore delle serate Reb (Roma Est Bene) al circolo Arci Fanfulla 5/a di Roma, al Pigneto, lo stesso tizio che compariva sulla copertina. «Ho fatto una svastica in centro a Bologna ma era solo per litigare», cantava Calcutta. Una frase che se allora sembrava assurda, ora suona quasi profetica nel suo intento provocatorio. Di “Cosa mi manchi a fare” abbiamo scritto qui, in occasione del decennale della sua uscita, che anticipò di due mesi quella dell’album: quel riff arpeggiato di tastiera (una pianola giocattolo della Yamaha), ipnotico e ripetitivo, minimalista e storto, è diventato il marchio sonoro di una generazione. “Milano” e “Limonata” conservano un fascino che il tempo non ha scalfito e testimoniano quanto “Mainstream” sia ancora attuale. In un panorama saturo di voci e dischi iper-prodotti, di scelte prevedibili, di sonorità patinate, l’interpretazione di Calcutta resta una boccata d’aria: fragile, spontanea, sempre un po’ fuori posto.
Canzoni come manifesti generazionali
E pazienza che, per citare i versi di “Frosinone”, il Frosinone non sia (più) in Serie A e Papa Francesco non ci sia più: quei piccoli ritratti di ordinaria quotidianità e quelle storie al margine, come descrivemmo all’epoca i brani di “Mainstream”, sono diventati manifesti generazionali, quelli della generazione indie cresciuta a pane e disagio. Quando l’indie era però ancora genuino e non la caricatura di sé stesso: «E mo’ ci devo mettere Bologna dentro al testo / sennò il mio pezzo indie non si capisce il senso / e devo travestirmi da coniglio o da marziano perché fa molto indie», avrebbe cantato Savastano di lì a poco in “Canzone indie”, con un video ispirato proprio a quello di “Frosinone”, fotografando perfettamente l’inizio della deriva. A proposito, il “Dal Verme” che dava il titolo a uno dei due strumentali del disco, circolo tra i più frequentati dagli hipster del Pigneto e di quella Borgata Boredom (la scena musicale della zona est di Roma di quegli anni) che ispirò l’estetica e l’immaginario di “Mainstream”, non esiste più. E la realtà sembra avere preso una piega perfino più stralunata delle immagini cantate nel disco: «Salutami tua mamma che è tornata a Medjugorje / e non mi importa niente di tuo padre, ascolta De Gregori / a me quel tipo di gente, no, non va proprio giù / Taranta, Celestini e Bmw».
Un "power slap" di cui oggi c'è (ancora) bisogno
L’etichetta che pubblicò “Mainstream”, Bomba Dischi, di cui l’album fece le fortune, oggi collabora stabilmente con le major che ne distribuiscono i lavori. Lo stesso indie, nel frattempo, è diventato di fatto il nuovo pop: un pop che “Mainstream” ha contribuito a ridefinire, cambiando le coordinate della canzone italiana. «Ha fatto esattamente quello che gli andava di fare in un momento in cui la musica era praticamente morta, e le giovani promesse avevano poche possibilità di emergere se non dalla tv. Ha cambiato tutto. È stata una stella cometa in questi anni. Chissà quando passerà la prossima», ha detto a Rockol la produttrice del disco, Marta Venturini. Nel 2015 l’autore di riferimento del mainstream italiano era Francesco “Kekko” Silvestre dei Modà, che firmava regolarmente brani per Alessandra Amoroso, Emma, Annalisa, Francesco Renga, Anna Tatangelo, Dear Jack, Bianca Atzei. Al Festival di Sanremo di quell’anno Silvestre aveva tre brani in gara come autore: “Una finestra tra le stelle” di Annalisa, “Il solo al mondo” di Bianca Atzei e “Libera” di Anna Tatangelo. Oggi la situazione non è molto diversa da allora. All’ultimo Festival di Sanremo il 70% dei brani era firmato da undici autori ricorrenti. Davide Petrella è ovunque: «Carriati dai feat / fitti fitti, stessi nomi / carriati dai rit. scritti dagli stessi autori / e ogni anno si abbassa l’asticella / provo a farci il limbo con la testa tocco terra / ti ricordo, bimbo, chi saresti con ‘sta sberla / senza Sanremo, senza l’estivo, senza Petrella / è finita la pazienza», canta Marracash nei versi di “Power slap”, emblematici. E allora “Mainstream”, dieci anni dopo, suona come l’ultimo, vero momento in cui qualcuno è riuscito a spostare l’asse. Chissà che i tempi non siano maturi per dare al pop italiano un nuovo “power slap”.