Quando un gigante di Hollywood decide di rivelare al mondo le proprie composizioni musicali, il rischio di trovarsi di fronte all'ennesimo, dimenticabile capriccio da star è tendenzialmente alto. Non è questo il caso. Ascoltando le partiture di Life is a Dream composte da Anthony Hopkins ed eseguite dalla Philharmonia Orchestra diretta da Gustavo Dudamel, la paura di trovarsi di fronte a un vanity project svanisce subito. C'è un'immediatezza sfrontata nel suo modo di intendere la scrittura orchestrale, un bisogno viscerale di comunicare che prescinde da qualsiasi rigore accademico. Hopkins non è nuovo alla composizione – basti pensare a The Masque of Time del 2008 – ma nel suo primo album emerge con forza tutta la statura dell'attore-compositore.
Sir Hopkins compone a orecchio, guidato dall'istinto puro, trasferendo su pentagramma le melodie che gli affollano la mente da quando era ragazzo. In questo approccio, spogliato da ogni sovrastruttura intellettuale e mosso unicamente da una necessità fisiologica di mettersi a nudo, risiede un'attitudine profondamente rock: non è la forma a essere ribelle, ma l'urgenza espressiva di un uomo che, a 88 anni, forte di una monumentale carriera attoriale, si mette in gioco, abbasse le difese e confessa che la musica è sempre stata il suo primo, vero desiderio.
La lezione del cinema
Se l'intenzione è "selvatica" e diretta, la confezione sonora viaggia su binari diametralmente opposti, abbracciando una classicità lussuosa e imponente. Poggiato su coordinate tardo-romantiche, il suono di Hopkins è intrinsecamente cinematografico - e non poteva essere altrimenti. L'uso massiccio degli archi e delle orchestrazioni ampie tradisce un immaginario epico ed evocativo.
Hopkins, avendo abitato per decenni le visioni dei più grandi registi mondiali, ha interiorizzato le meccaniche con cui il suono scolpisce le immagini. Le sue composizioni funzionano esattamente come una perfetta colonna sonora hollywoodiana: non richiedono uno sforzo di decodifica, ma colpiscono dritte allo stomaco, dipingendo paesaggi mentali nitidi e offrendo all'ascoltatore un appiglio melodico sempre sicuro e riconoscibile.
La vita è un sogno
Il vero nucleo emotivo di Life Is a Dream, però, va cercato lontano dai riflettori, in una dimensione di profondo radicamento autobiografico. Le sue composizioni più ispirate funzionano come una mappa per orientarsi nel passato. L'evidenza assoluta è Margam, un tributo sinfonico al sobborgo industriale di Port Talbot nel Galles del Sud dove è cresciuto: un brano descrittivo, struggente, che richiama i movimenti lenti di Šostakovič e identifica perfettamente l'Hopkins musicista. In certi casi riesce anche a smarcarsi dalle influenze classiche più ingombranti, come nella lunga e originale Stella Aria, dedicata alla moglie Stella Arroyave.
Ma la memoria si fa narrazione anche nella 1947: Suite for Solo Piano & Orchestra, un viaggio di 10 minuti diviso in tre movimenti. Dall'apertura cinematografica ed esplicita di I. Circus, che riecheggia De Falla, si passa al clima gershwiniano di II. Bracken Road, introdotto dal lamento del clarino, fino a sfociare in III. The Plaza, dove il pianoforte insegue i fiati su linee quasi orientaleggianti. E anche se My Fatherland esplora un territorio diverso, in bilico tra Ketelbey ed Elgar, il risultato non cambia: l'orchestra smette di essere forma per farsi racconto di un microcosmo personale.
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