"È lui quello bravo a parlare", esordisce John Wesley indicando con la testa il compagno di band, prima di dedicarsi in silenzio al cambio corde della sua Paul Reed Smith. Con il chitarrista immerso nel suo rituale pre-concerto, il compito di raccontare la genesi e la visione dei Voyage 35 passa interamente nelle mani di Colin Edwin.
I due stanno per esibirsi al 2DAYS PROG +1 Festival, che segna il debutto live in assoluto dei Voyage 35. Il bassista analizza senza filtri la natura di un progetto nato per restituire spazio ed energia all'anima più aperta e psichedelica del catalogo dei Porcupine Tree. Tra ricordi d'archivio, dinamiche di gruppo e la voglia di ritrovare quell'improvvisazione organica finita troppo presto in ombra, Edwin traccia la rotta di un viaggio che non vuole essere tanto un’operazione nostalgia, quanto una seconda vita concessa alla musica.
Il nome Voyage 35 non può non evocare quel Voyage 34 che ha segnato profondamente l'estetica dei Porcupine Tree. Questo nuovo capitolo è una continuazione narrativa di quel viaggio psichedelico, o si allontana dall'orbita di Steven Wilson?
Staremo a vedere. Voglio dire, penso che per i Voyage 35 dovessimo scegliere un nome che facesse capire subito a tutti di che cosa ci occupiamo. Quindi è stata una scelta ovvia. Stavamo pensando a dei titoli di canzoni che magari avremmo potuto usare, e questo ci è sembrato il migliore. Perché fa capire a tutti che cosa faremo, ma implica anche che abbiamo un futuro. Si tratta di un nuovo capitolo, ma anche di portare avanti le cose. È una scoperta anche per noi.
Di quale aspetto di Wilson sentite la mancanza e quale invece credete che sia il vostro punto di forza senza di lui?
Ovviamente le composizioni erano ben strutturate. Sai, Wes (John Wesley, ndr) conosceva bene la musica, e io la conoscevo bene quando lui era nei paraggi. Ma la cosa importante era che avevamo bisogno di dare ai Voyage 35 un proprio carattere. Quindi non si tratta di avere qui Wilson o meno. Si tratta di prendere la struttura della musica e di costruirci sopra di nuovo, per una seconda volta. Dal mio punto di vista, la primissima volta che sono stato coinvolto nei Porcupine Tree, Steve aveva già scritto parte della musica, ma lasciava molta libertà in termini di interpretazione. Specialmente la roba dei primi tempi, quella psichedelica – la roba che suoniamo oggi – aveva molto spazio.
Così le personalità di Chris Maitland, di Richard Barbieri e la mia sono riuscite in qualche modo ad adattarsi alle sue idee. Ed è questo che ha dato alla band la sua identità in primo luogo. Abbastanza presto, cioè dopo i nostri primi live, direi che la band aveva già un suono riconoscibile. Quindi cercheremo di fare di nuovo la stessa cosa, in un certo senso, con Wes che assume un ruolo più da protagonista rispetto a quello che aveva forse quando era in tour con la band. E poi LEF (Lorenzo Esposito Fornasari) ha il suo spazio per cantare, e Alessandro (Vagnoni) ha lo spazio per fare le sue cose con la batteria. È una nuova costruzione ma sulla stessa base, per così dire.
Quindi lo stereotipo che vede Wilson come il padrone assoluto in studio non è del tutto vero.
Avevamo tutti voce in capitolo. Penso che sarebbe stata una band molto diversa con persone diverse. Puoi vederla in questo modo: a volte ci sono cose molto sottili che cambiano, e cose molto piccole che possono finire per avere una grande influenza sul quadro generale. Quindi sì, intendo dire che la formazione originale (entrambe le versioni della formazione) ha plasmato la musica a modo suo. Anche se lui aveva un ruolo da leader e proponeva molte idee, direi che il tutto veniva modellato dalla band nel suo complesso. Faremo di nuovo la stessa cosa.
Avete parlato di musica "rimasta ai margini" mentre la band evolveva: quali brani sono stati più "traditi" dal percorso successivo dei Porcupine Tree, e perché proprio quelli meritano oggi una seconda vita dal vivo?
Con l’evolversi della band, la musica è cambiata un po'. È diventata in qualche modo più pesante, più densa, più arrangiata, più composta e stratificata. Non c'è niente di male in questo. Ma la roba dei primi tempi aveva un'apertura che siamo ansiosi di esplorare. C'era sicuramente un'atmosfera più aperta. E a dire il vero, parlando a livello personale, c'era più spazio per il basso. Forse avevo un po' più di spazio espressivo ai vecchi tempi rispetto a quanto ne abbia avuto in seguito.
Credo che il mio ruolo sia diventato sempre più di supporto, perché c'erano sempre più cose che si sovrapponevano. Quindi c'era meno spazio per me, in un certo senso. Non che mi desse fastidio, ma è semplicemente così che si è sviluppata la musica. L’era che i Voyage 35 stanno riproponendo è forse la più aperta ed espansiva, ed è materiale con cui possiamo fare di più in questo momento. È da lì che stiamo partendo.
Come è cambiato il vostro baricentro decisionale e compositivo?
Dipende con chi sto lavorando. Alcune situazioni sono molto collaborative e molto paritarie. Altre volte è tutto completamente improvvisato, non c'è discussione, tutti si limitano a suonare. Altre cose ancora sono più strutturate. Non ho problemi a lavorare in ambienti diversi, a volte è bello cambiare.
Per esempio, ho appena lavorato con una band chiamata Fractal Sextet, guidata da un compositore svizzero, Stephan Thelen. La musica è uno strano mix tra le sue idee ritmiche molto precise e la totale apertura nel modo in cui la band può suonare. È strutturata in modo molto rigido, ma allo stesso tempo è molto aperta. Ci sono molte possibilità su cui costruire. In quella band in particolare c'è un po' di entrambe le cose. A volte mi accontento solo di suonare il basso. Se qualcuno mi manda una canzone su cui suonare e vuole che io faccia solo una linea di basso di supporto, lo faccio e basta. A volte è bello semplicemente sedersi e fare solo quello.
La musica di un certo spessore nasce (quasi) sempre come risposta o critica alla società in cui si sviluppa. Gli album a cui avete lavorato (come Deadwing e Fear of a Blank Planet) sono intrisi di temi importanti. Anche i Voyage 35 ne sentono l'esigenza?
Credo che essere creativi sia sempre appagante. È come entrare in trance, no? Sei sempre alla ricerca di qualcosa. Non so se ci si arrivi mai del tutto, ma sono davvero, davvero felice. Non direi che è una cosa diversa, ma è collegata alla tua domanda: sono davvero felice di scoprire che questa musica ha avuto una vita propria. Voglio dire, è roba di 20, 25 anni fa o più. Quasi 30. C'è ancora molto affetto per questa musica. Ed è fantastico cercare di ritrovare quella connessione. Penso che molte persone verranno a vedere i Voyage 35 avendoli già visti la prima volta. E spero che ci sia un numero uguale di persone che non li hanno mai visti prima. Stiamo dando a questa musica una seconda possibilità.
Aspettative per il tour?
Cerco di non avere aspettative, perché è una cosa non testata... subito prima di un concerto, nel giro di un paio d'ore, potrei darti una risposta diversa. Quello che stiamo facendo è un esperimento, ed è emozionante farlo. È molto interessante poter fare un salto del genere; è un po' un salto nel buio. Spero solo che riesca a connettersi di nuovo con le persone, come ha fatto la prima volta. E magari con più persone, perché quando siamo venuti in Italia per la prima volta facevamo concerti in posti molto piccoli. In piccoli club. Quindi parte di questa musica non viene ascoltata da un gran numero di persone da molto tempo. Non suonavamo molta di questa roba nell'ultimo periodo della band. Sarebbe fantastico ricreare quella connessione. Dare alla musica una seconda opportunità, se vuoi.
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