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Chris Slade si ritira: un motore del rock, dagli AC/DC a Gilmour

23.08.2026 Scritto da Lucia Mora

L'annuncio del ritiro dalle scene di Chris Slade - che ne ha parlato personalmente in un commovente video su Facebook - è il fisiologico passo indietro di un musicista giunto al termine di una carriera straordinaria, ma sa anche un po' di fine di un'epoca per la batteria rock. Con oltre sessant'anni trascorsi dietro le pelli, il batterista gallese ha incarnato l'essenza stessa dell'affidabilità ritmica, attraversando decenni e generazioni con una versatilità che pochi suoi colleghi possono vantare.

La sua è la storia di un motore inesauribile, capace di adattarsi alle sfumature del pop, alle complessità del rock progressivo e alla furia tellurica dell'hard rock da stadio, mantenendo sempre un'identità sonora inconfondibile e una presenza scenica di assoluto impatto.

Le origini al servizio del soul e del beat

Prima di diventare un'icona del rock pesante, il percorso di Slade ha radici profonde nella rivoluzione musicale britannica degli anni Sessanta. Originario di Pontypridd, in Galles, iniziò la sua carriera professionistica giovanissimo, trovandosi a 16 anni a dettare il tempo per Tom Jones. È la sua batteria a guidare classici immortali come "It's Not Unusual" e "Delilah".

In quegli anni di gavetta in studio e sui palchi, Slade forgiò una disciplina ferrea, imparando l'arte di suonare al servizio della canzone. Questa educazione giovanile, basata sullo swing, sul controllo delle dinamiche e sulla precisione assoluta richiesta dalle big band e dal soul, diventerà il vero segreto della sua longevità e della sua capacità di far "camminare" qualsiasi brano, anche il più aggressivo.

Gli anni Settanta

L'ingresso nella Manfred Mann's Earth Band segnò per Slade l'inizio di una nuova era espressiva, proiettandolo verso sonorità più complesse e stratificate. L'esplosione del rock progressivo e del classic rock richiedeva infatti un approccio completamente diverso rispetto al beat degli esordi, e il batterista gallese rispose ampliando il proprio vocabolario ritmico.

Il suo groove su "Blinded by the Light" (la celebre cover del pezzo di Bruce Springsteen) è un capolavoro di costruzione musicale, in cui la potenza inizia a sposarsi con un'inventiva che gli permette di navigare attraverso i frequenti cambi di tempo e le dilatazioni strumentali tipiche dell'epoca. Questo periodo lo ha visto maturare come musicista in grado di sostenere non solo la forma canzone, ma anche e soprattutto le suite; un'abilità che ha poi messo al servizio anche degli Uriah Heep nei primi anni Ottanta, o degli Asia nei Duemila.

L'incontro con i giganti: Page e Gilmour

Gli anni Ottanta hanno consacrato Chris Slade come uno dei session men e turnisti di lusso più ambiti dell'intero panorama britannico, portandolo a incrociare le bacchette con autentiche divinità della chitarra. Entrato a far parte di The Firm, il supergruppo fondato da Paul Rodgers e Jimmy Page, dovette bilanciare un drumming estremamente tecnico e muscolare con la natura ruvida, blues e spesso imprevedibile del genio dei Led Zeppelin. Il risultato fu un muro sonoro granitico che permetteva alla chitarra di Page di spaziare in totale libertà.

Altrettanto cruciale è stato il suo lavoro al fianco di David Gilmour nel tour di "About Face". Sostituire le atmosfere di Nick Mason non è un'impresa da poco, ma Slade dimostrò una sensibilità straordinaria, offrendo un sostegno ritmico solido ma sufficientemente spazioso da non soffocare le proverbiali dilatazioni e i fraseggi eterei del chitarrista dei Pink Floyd.

La folgore di "The Razors Edge" e il mito degli AC/DC

Nonostante un curriculum già leggendario, è l'ingresso negli AC/DC tra il 1989 e il 1990 a consegnare Slade all'immortalità del rock and roll. La band di Angus e Malcolm Young cercava nuova linfa dopo un decennio altalenante, e l'approccio di Slade si rivelò la cura perfetta. Il suo tocco, leggermente più avanti sul tempo rispetto allo swing rilassato di Phil Rudd, iniettò quell'adrenalina pura e propulsiva che definì il suono di "The Razors Edge".

L'introduzione di cassa e rullante in "Thunderstruck" è un pattern ritmico che ha fatto scuola. Il vertice assoluto di questa collaborazione è immortalato in "Live at Donington" del 1991 (e nell'album "Live" del 1992): un manifesto di come si debba suonare la batteria davanti a settantamila persone, colpendo ogni pelle con una forza devastante senza mai perdere un millisecondo di metronomo. Lasciò il gruppo all'inizio del 1994, quando Phil Rudd fece ritorno dopo oltre 10 anni per l'incisione di "Ballbreaker" (1995).

La chiusura del cerchio

Quando nel 2015 gli AC/DC si trovarono improvvisamente senza Rudd alla vigilia del "Rock or Bust World Tour", la chiamata a Chris Slade parve la mossa più logica e rassicurante. A quasi settant'anni, il batterista gallese tornò a sedersi sul trono più rovente dell'hard rock, dimostrando una condizione atletica e una tenuta muscolare che lasciarono sbalorditi tanto i fan quanto la critica.

Rientrare in una macchina perfettamente oliata come quella dei fratelli Young non ammette margini di errore, ma Slade affrontò tour mondiali massacranti e apparizioni come quella ai Grammy Awards con il sorriso scanzonato di chi conosce perfettamente il proprio mestiere, ribadendo per l'ennesima volta la sua professionalità inattaccabile.

L'eredità di un operaio del rock

Dal punto di vista puramente tecnico, Slade è un unicum nel mondo della batteria. Il suo set-up iconico, caratterizzato dai tom e dai piatti crash sospesi lateralmente all'altezza degli occhi, non è mai stato soltanto un vezzo teatrale per attirare l'attenzione. Quella disposizione lo obbliga a un'apertura quasi alare delle braccia, una geometria che massimizza la potenza fisica del colpo sfruttando l'intera muscolatura della schiena e delle spalle. Il suo rullante è un colpo di frusta chirurgico, un backbeat secco che lascia l'aria necessaria ai riff di chitarra. La cassa è profonda, ostinata, priva di ghost notes superflue quando il contesto richiede pura spinta motrice. Slade è riuscito nell'impresa di suonare con l'intensità visiva e sonora di un picchiatore, mantenendo al contempo il timekeeping e la disciplina di un timpanista classico.

Il suo ritiro ci priva di uno degli ultimi veri artigiani della batteria, un musicista che ha vissuto in prima linea l'evoluzione della musica moderna senza mai cercare di rubare la scena ai frontman o ai chitarristi che accompagnava. La sua eredità risiede proprio in questa dedizione totale al groove: non ha mai avuto bisogno di eccessivi virtuosismi per farsi notare, perché la sua firma risiedeva nell'incredibile spinta che riusciva a imprimere a ogni singola canzone. Da Tom Jones a Jimmy Page, fino ad arrivare ad Angus Young, il motore inesauribile di Chris Slade ha rappresentato una certezza assoluta, un battito cardiaco d'acciaio su cui una parte di storia del rock ha potuto appoggiarsi e prosperare per oltre mezzo secolo.


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