Quando ho sentito per la prima volta il nome Tyler Ballgame, qualcosa mi ha colpito. "Ballgame": davvero come “ball game”, il modo in cui gli americani chiamano il loro passatempo nazionale, il baseball? Dietro quel nome c’è in effetti una storia che dice molto dei meccanismi della comunicazione musicale contemporanea: la costruzione di un personaggio, le aspettative che si addensano su un debutto, il ruolo (ambivalente) della stampa. Soprattutto quella inglese, che negli ultimi decenni ha perfezionato l’arte di creare un caso e, subito dopo, di metterlo in discussione.
Tyler Ballgame come Ted Ballgame, il soprannome di Ted Williams, uno dei grandi eroi del baseball. Perché Tyler Perry, questo il suo nome, vuole essere l’opposto di una star dello sport, tutta performance e potenza. Ha una storia di depressione e riscatto, perfetta per un bel racconto sulla stampa, si è fatto un video di una gran performance informale ma potente, ha firmato un contratto con la Rough Trade, icona della musica inglese che lo ha lanciato scrivendo: "ci ricorda semplicemente la tenerezza che può esistere nella cornice più potente di una voce umana. Come Elvis, Roy Orbison o Harry Nilsson". Per fortuna, però, qui non c’è solo storytelling, c’è soprattutto un disco solido, “For the First Time, Again”, con un gran suono retrò e una voce potente.
Il primo a sollevare qualche sopracciglio è stato Alex Petridis, forse il più importante critico inglese, firma del Guardian. Nella recensione dell’album Petridis racconta di un collega americano che gli avrebbe chiesto: “Ma voi davvero conoscete Tyler Ballgame?”. Il giudizio finale è tiepido. Una posizione curiosa, se si considera che era stato proprio lo stesso quotidiano, pochi mesi prima, a contribuire alla nascita dell’hype: una lunga intervista pubblicata sul backstage di un concerto, che ne esaltava il carisma da performer e raccontava la storia personale dell’artista e i suoi drammi personali: l'abbandono della Berklee School, il ritorno a casa per lavorare con i genitori, il percorso di riscatto e la storia della sua mentore e coach personale, poi morta in un femminicidio.
Pitchfork gli ha dato un 5.7, parlando di musica derivativa, mentre altre testate invece lo hanno esaltato. È un meccanismo che la stampa, soprattutto quella inglese, conosce bene si crea la next big thing, qualcuno grida al miracolo qualcuno si posiziona dissociandosi.
La domanda, però, resta semplice: com’è davvero questo disco? Spoiler: bello, molto. Non un capolavoro, sicuramente tutt'altro che mediocre, ma con una sua personalità e forza emotiva. “For the First Time, Again” è un album dichiaratamente vintage, che sembra uscito dalla macchina del tempo, che guarda agli anni Sessanta e Settanta, a quel pop alla Roy Orbison che è stata una delle influenze di molti artisti americani ed inglesi, da Elvis Costello a Springsteen. Arrangiamenti caldi, atmosfere avvolgenti, suono dinamico per mettere in primo piano la voce, chitarre, qualche fiato e qualche arco - “Got a new car” è l’esempio più evidente e royorbisiano, ma il disco ha qualche punta più rock con il power pop quasi byrdsiano di “Down so bad” - siamo sempre lì, dalle parti della California e del Laurel Canyon. Non c’è nulla di rivoluzionario, e probabilmente non è nemmeno quello l’obiettivo. Ma c’è mestiere, c’è gusto, c'è passione.
Alla fine, al netto delle vecchie manie della critica e della stampa, la sostanza qui c’è. Tyler Ballgame firma un esordio credibile, elegante, perfetto se cercate una musica avvolgente o se volete crogiolarvi un po’ di nostalgia sonora. Sarei molto curioso di vederlo dal vivo - aprirà per i Lumineers il 6 luglio a Verona.
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