Con “Romance”, i Fontaines D.C. avevano iniziato a cambiare pelle. La band che fino a “Skinty Fia”, che rimane il suo disco più importante, aveva costruito la propria identità attorno a un post-punk più ruvido e fisico, aveva iniziato a guardare altrove: chitarre dal suono più liquido, colori più accesi, melodie sempre più accattivanti. “Romance” era il disco della trasformazione, quello in cui i Fontaines sembravano liberarsi definitivamente dall'obbligo di essere la band post-punk che tutti si aspettavano. Con “Dopamine Chamber”, il quinto album in uscita il 16 ottobre, quella trasformazione sembra arrivare a un altro livello. Il suono si fa più freddo, sintetico e inquieto, mentre l'immaginario che lo accompagna entra ancora più decisamente in una dimensione allucinata. Il disco è stato prodotto da James Ford e, secondo Grian Chatten, rispetto a “Romance” contiene una componente di corruzione ancora più forte: se il precedente album era per lui ancora in parte umano e in parte contaminato dall'automazione e dalla perdita di sentimento, questo nuovo lavoro doveva mostrare quella contaminazione senza addolcirla.
A costruire questo nuovo universo visivo c'è Elizaveta Porodina, che ha curato la cover e le foto del gruppo. La fotografa russa, nata a Mosca nel 1987 e trasferitasi con la famiglia a Monaco di Baviera quando aveva dodici anni, prima della fotografia ha studiato psicologia clinica. Per alcuni anni ha lavorato come psicologa, prima di scegliere definitivamente un'altra strada e dedicarsi alle immagini. A 22 anni è passata alla fotografia, portandosi dietro proprio quello sguardo sulla psicologia e sulla complessità dell'essere umano che ancora oggi sembra attraversare il suo lavoro. È stata definita “la fotografa dei sogni”, una formula che potrebbe sembrare una scorciatoia, ma che nel suo caso descrive piuttosto bene il risultato dei suoi scatti. Porodina non costruisce semplicemente fotografie belle o surreali: altera la percezione della realtà. I corpi diventano elettrici, i volti sembrano deformarsi, i colori assumono una funzione quasi emotiva, gli spazi perdono consistenza. Si muove continuamente tra fotografia di moda, cinema, pittura e simbolismo, con una predilezione per ciò che rimane ambiguo. E soprattutto dice di non sentirsi una persona che inventa mondi dal nulla. Il suo lavoro, ha spiegato, consiste piuttosto nel restituire l'energia che le persone emanano.
È una differenza importante: non fotografare qualcuno per costruirgli addosso un personaggio, ma cercare di rendere visibile qualcosa che esiste già e che normalmente non vediamo. Il risultato è un'estetica che può essere splendida e disturbante nello stesso momento. Porodina lavora con colori violentissimi e atmosfere sospese, ma anche con il nero, la malinconia, la deformazione e una sorta di romanticismo oscuro. Ha fotografato Ariana Grande per “Pure Fantasy”, Zendaya per Vogue, Brad Pitt trasformato in una sorta di Ofelia contemporanea per GQ, oltre a una lunga serie di artisti e campagne per alcuni dei maggiori marchi della moda. Non è quindi casuale che il suo linguaggio visivo incontri quello dei Fontaines D.C. proprio adesso. Le immagini realizzate per “Dopamine Chamber” sembrano infatti collocare la band dentro uno spazio psicologico più che geografico. Un sogno che porta dentro di sé una minaccia.
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