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Che musica porterà Stefano De Martino a Sanremo 2027?

11.07.2026 Scritto da Mattia Marzi

Ci siamo. La macchina di Sanremo 2027 si è ufficialmente messa in moto, anche se alla “settimana santa” della musica italiana, quella che nel 2027 cadrà dal 16 al 20 febbraio, mancano ancora più di sette mesi. Stefano De Martino è già al lavoro. Del resto, lo aspetta una sfida importante, forse la più grande della sua carriera finora: raccogliere l’eredità di un Festival che arriva alla fine di un ciclo e provare a immaginarne uno nuovo. L’ultima edizione, quella di quest’anno, ha rappresentato una sorta di punto di chiusura del percorso iniziato con i Festival firmati da Amadeus e proseguito poi con Carlo Conti. Un modello che ha riportato Sanremo al centro del racconto popolare, ha ampliato il pubblico e ha ridefinito il rapporto tra televisione, musica e social. Ora cambia il regista. E, con lui, potrebbero cambiare alcune regole del gioco.

Un’aria di cambiamento si era già respirata nelle ultime settimane. Il primo, di cambiamento, è stato annunciato proprio in occasione della presentazione dei palinsesti Rai: De Martino ha ufficializzato alcune novità sul regolamento del Festival, confermando le anticipazioni circolate nei giorni precedenti. Il vincitore del Festival non sarà più automaticamente il rappresentante italiano all’Eurovision Song Contest. Una separazione che cambia il peso della vittoria e introduce un nuovo elemento di competizione: una serata dedicata alle performance pensate per conquistare il pass per l’Eurovision. Le prime due serate saranno dedicate alle canzoni in gara, il giovedì resterà quello delle cover, mentre il venerdì sarà occupato dalle esibizioni attraverso cui gli artisti potranno proporre una performance costruita secondo la propria idea creativa: «Gli artisti avranno l’opportunità di mettere in scena, secondo la loro idea creativa, la loro performance — ha spiegato De Martino — e questo credo sia già un piccolo slancio verso l’internazionalità del Festival». Una scelta che racconta già una direzione: rendere Sanremo non soltanto una gara di canzoni, ma anche un luogo di spettacolo, immagine e visione internazionale. Resta da capire quanto questa trasformazione sarà profonda e quanto riuscirà a modificare un meccanismo che, negli ultimi anni, ha trovato un equilibrio molto preciso.

Ma, regolamento a parte, che musica si ascolterà a Sanremo 2027? Più che dalle dichiarazioni, il Festival di Stefano De Martino si sta raccontando attraverso la sua agenda. Negli ultimi mesi il futuro direttore artistico è stato visto in molti luoghi simbolo della musica contemporanea: festival indipendenti, grandi concerti internazionali, incontri con artisti e operatori del settore. A maggio è passato dal MiAmi di Milano, il raduno della musica indipendente italiana, dove sul palco si sono alternati, tra gli altri, Tutti Fenomeni, La Nina, Fresh Mula e Faccianuvola. Una presenza che ha fatto parlare perché il MiAmi rappresenta un osservatorio privilegiato su quella parte di scena musicale che spesso anticipa tendenze e nuovi linguaggi. La domanda, però, è lecita: De Martino sta davvero cercando di intercettare mondi lontani dalla tradizione sanremese oppure sta anche costruendo il posizionamento di un direttore artistico che vuole apparire vicino ai circuiti più contemporanei? Lo stesso interrogativo accompagna le sue presenze ai concerti di Rosalía, Bad Bunny e Olivia Dean, tre nomi che raccontano altrettante direzioni del pop internazionale: la contaminazione tra generi, la centralità della performance e un'idea di artista sempre più globale. Segnali di curiosità musicale, certo, ma anche tappe inevitabilmente simboliche per chi si prepara a guidare il principale evento musicale italiano e vuole dimostrare di guardare oltre i confini dell’Ariston.

Anche i social restituiscono questa ricerca. De Martino ha condiviso, tra gli altri, brani di Andrea Laszlo De Simone, autore lontano dalle logiche del pop più immediato e molto apprezzato dalla critica. Un riferimento che può essere letto come la traccia di un gusto personale, ma anche come il tentativo di accreditarsi come un direttore artistico interessato alla ricerca e alla qualità, non soltanto ai grandi numeri. La vera sfida sarà capire se questi ascolti, questi incontri e queste frequentazioni si tradurranno poi nella musica che arriverà sul palco dell'Ariston. Perché un conto è osservare i nuovi fenomeni, un altro è riuscire a portarli dentro un Festival che deve contemporaneamente parlare a un pubblico generalista, mantenere la propria identità e continuare ad avere un peso nel mercato discografico.

Il primo indizio concreto potrebbe arrivare dal cast. Per ora l'unica indiscrezione che sembra avere basi più solide riguarda una possibile reunion dei Maneskin, resa plausibile dal rapporto tra De Martino e Fabrizio Ferraguzzo, manager della band e figura che avrà un ruolo importante nella costruzione del prossimo Festival, se non da direttore artistico “ombra” almeno da consulente. «Non so se faranno la reunion però mi hanno detto che hanno una riunione da fare a Sanremo, e molto probabilmente potrebbe essere che accada proprio la settimana del Festival. Non so», ha detto De Martino. Se l'operazione della reunion dovesse andare in porto, sarebbe un colpo importante per entrambe le parti. Sanremo si assicurerebbe un’esclusiva di grande richiamo anche a livello internazionale: il ritorno sul palco dell’Ariston della band italiana più conosciuta all’estero negli ultimi anni avrebbe un valore simbolico e mediatico enorme, capace di attirare l’attenzione anche fuori dai confini nazionali. Ma sarebbe un’occasione altrettanto rilevante per Damiano David e soci. Dopo il successo globale seguito alla vittoria sanremese del 2021 e all’exploit internazionale con l’Eurovision, la band ha attraversato una fase di pausa e ridefinizione. Un ritorno proprio sul palco che ne ha segnato la consacrazione rappresenterebbe una vetrina potentissima per riaccendere i riflettori sulla loro musica, rilanciare il racconto del gruppo e presentarsi nuovamente a un pubblico vastissimo. Si vedrà.

Se davvero Sanremo 2027 sarà un Festival di rottura, però, non lo diranno soltanto i grandi nomi. Lo diranno soprattutto le scelte più piccole: quali artisti verranno scoperti, quali linguaggi troveranno spazio, quale idea di musica verrà premiata. Sarà rottura, tradizione o entrambe le cose?


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