Uno dei pionieri della trap italiana ha sorpreso e spiazzato tutti, scegliendo la strada opposta a quella che l’ha reso famoso. Invece di replicare le formule che hanno definito un genere, Charlie Charles, con il suo primo producer album “La bella confusione”, ha abbracciato il minimalismo: il pianoforte sostituisce le 808, l’ascolto profondo diventa parte integrante dell’esperienza, gli artisti che ha scelto si confessano come in una seduta di psicoterapia. Paolo Alberto Monachetti, questo il suo vero nome, piaccia o no, è un artista. Sì, con lui questo termine, troppe volte appiccicato a casaccio, ha un senso. Non solo per l’impronta che ha lasciato nella musica, ma perché ama la vertigine. Oggi come ieri, va dove gli altri non vanno.
Abbiamo ricevuto una mail in cui si spiegava che non avresti fatto interviste per “lasciar parlare la musica”. Che cosa ti ha fatto cambiare idea?
È un tema che va affrontato su più fronti. La vera lezione di questo album è che io ho dovuto più volte reagire a cose che sono successe. In primis non pensavo che questo progetto alla fine sarebbe uscito, c’è stata un’escalation di questioni che mi ha portato qui. Ero partito con l’idea di non parlare, ma probabilmente, come dicevo, avevo bisogno di vedere una reazione da parte del pubblico per capire quanto ancora intervenire. Questo è un disco personale, che parla di me.E quindi va spiegato?
Sì, non facendolo probabilmente potrei passare per il matto del villaggio. E invece c’è un vissuto, c’è una ricerca artistica. Ho capito che le persone, per capire queste canzoni, devono anche conoscere me e quindi eccoci qui.È un disco costruito “per sottrazione”. Parti dal piano, esattamente come nell’ultimo album di Ernia, e poi cuci un suono preciso su ogni artista. Come è nata questa impostazione?
La mia idea di “musica sartoriale”, cucita addosso all’artista con cui lavoro, c’è sempre stata. Ed è innata, istintiva, è di pancia. Anche nei dischi di Sfera e di Ghali è stato così. Di solito trovo un tema che poi si trascina, senza annoiare e scadere nella ripetizione, per il brano. Ma tutto questo ha anche il sapore della scoperta: se vado in studio con Blanco, io non so dove viaggeremo, dove andremo. E quel “non sapere” è quello che mi tiene ancora incollato in studio, innamorato della musica.Perché una delle tue fonti di ispirazione è stata “8½” di Fellini?
La scelta di citarlo è perché mi è sembrata una buona metafora per raccontare quello che ho vissuto: Fellini da regista è diventato protagonista del suo film, e anzi, come racconta, ha dovuto trovare il modo per realizzare la pellicola mettendo in ordine la sua “bella confusione”, che era il titolo originario del film. Io sono l’esatto opposto, sono un maniaco del controllo, ma anche io, con tutte le debite proporzioni, ho vissuto qualche cosa di analogo. Tutte le cose belle nascono dal caos.Nel 2023 a Rockol dichiarasti: "Non voglio ascoltare l'ego, non farò un producer album".
Ho cambiato opinione più volte negli anni sulla questione….È questa la tua “bella confusione”, è questo il caos?
Esattamente. Lavoro su questo disco da cinque anni e mezzo, a più riprese. È successo che più volte dicessi “voglio mollare tutto” come quando ci parlammo nel 2023. Questo album l’avevo fortemente idealizzato…è un disco in cui in verità alla fine io non ho potuto scegliere nulla, ma semplicemente ho reagito a quello che mi è successo, agli stimoli. Non c’è nulla di più nobile di questo. Io questo progetto l’ho accolto.Che cosa stai ascoltando in questo periodo?
Il pianista Yehezkel Raz.In molti si aspettavano che tu facessi un disco trap, ma hai preferito rischiare e metterti in un equilibrio precario proprio come nella copertina del disco.
Il mio pubblico giustamente è affezionato al me del passato. Tutto quello che ho fatto prima, mi permette di dire oggi: scelgo l’arte, non il mercato. Scelgo l’arte davanti alla discografia. È palese che io avrei potuto fare un disco più comodo con Sfera, Tedua, Izi, Ghali e altri. Con la garanzia che sarebbe stato un progetto mediocre perché io non sono più quella cosa. Con umiltà mi sento di poter dire che quella musica l’ho fatta ai massimi livelli, è come se avessi colpito in pieno una bolla speculativa. Ma ora che la bolla è scoppiata, che senso avrebbe tornare lì dentro?Ne fai anche una questione umana e di vita?
Certo: il me di oggi, di notte, va in giro in bicicletta ascoltando musica. Faccio una vita diversa. A dicembre diventerò padre.Il pubblico accetta i cambiamenti?
In generale i cambiamenti non sono mai facili. Ma come posso biasimare i fan che magari non hanno capito la direzione che ho intrapreso? La verità è che non mi conoscono, io mi sono esposto pochissimo, non mi sono quasi mai fatto vedere in tutti questi anni. Sapevo che questo disco avrebbe potuto generare reazioni contrastanti, ma ho voluto comunque rischiare.Una provocazione: se la trap, come il punk, non è solo un suono, ma anche un approccio di rottura nei confronti della musica e della vita, la tua svolta sonora controcorrente non ti rende forse il più trap di tutti?
Sì, è proprio così (sorride, ndr). Ti dirò di più: io non mi sento né quello della trap, né quello del pop o di altro. Io sono quello della musica.La tua riservatezza è stata anche una forma di difesa davanti al successo che hai avuto?
Probabilmente sì, ma c’è stato anche tanto disinteresse. Negli ultimi due e tre anni ho perfino tenuto cancellata la app di Instagram. La rimettevo solo per spingere i dischi di Sfera. I social riflettono una realtà distorta, non voglio stare dentro quella bolla. Non ho mai avuto l’esigenza di apparire o dire cose, mi è sempre bastata la musica.Tu e Sfera siete come Yin e Yang?
Totalmente. Siamo diversi, ci scanniamo, ma siamo indivisibili. C’è qualcosa di magnetico tra noi. Per questo ci cerchiamo sempre.
Molti testi delle canzoni dell’album sono di livello. Quanto c’è di tuo nello spronare gli artisti a dare il massimo anche nella scrittura?
È un lavoro che avviene in modo implicito. Già venire nel mio studio ti trasmette un’aura solenne: sembra un tempio. È accogliente, caldo, ultra professionale. Ti trasmette l’idea di dover performare. A tutti gli artisti ho raccontato la mia “bella confusione” in modo che loro potessero raccontare qualche cosa di me. Senza forzature. A nessuno ho detto: “parla di questo aspetto perché per me è importante”. No. Ho scelto nomi che potessero davvero raccontarmi e raccontarsi in modo libero.La presenza di Sfera, che canta un testo di Geolier, è un airbag perché avevi paura di rischiare troppo?
Sono sincero: Sfera non lo volevo. Però questo concetto aveva a che fare con l’idealizzazione di cui ti parlavo. Perché non volerlo a priori? Io e Sfera, umanamente, oggi siamo distanti. Non fraintendermi: siamo fratelli, legati da un legame indissolubile, ma in fasi umane della vita diverse. Pensavo: “No, non potrà fare qualche cosa che abbia senso in questo disco”. E invece il disco stesso mi ha stupito ancora e ho accolto i suoi segnali: avevo questo testo di Geolier, ma lui non poteva pubblicare il pezzo per questioni di incastri e uscite. L’ho preso come un segnale: tutto mi stava riportando a Sfera. Questo album, come l’essere umano, è imperfetto e credo sia una delle sue magie.C’è chi ti inserisce tra i papabili partecipanti a Sanremo. Hai presentato un brano?
No. Non ho pregiudizi, ma penso che Sanremo, che è tv e intrattenimento, oggi non sia l’incubatore giusto per un pezzo legato a questo disco, con cui io ho voluto trasmettere un messaggio più profondo e umano. Quasi tutte le canzoni di questo progetto, in questi cinque anni, hanno rischiato di essere portate vie per essere presentate a Sanremo. Ho lottato per tenermele tutte.Questo disco è immaginabile dal vivo?
Sarebbe bello, ma è troppo complesso. Radunare gli artisti…è un lavoro. E poi a livello di repertorio sarebbe un casino. Cosa faccio? Mezz’ora di disco e poi i pezzi con Sfe? Sono repertori troppo sconnessi.Che valore dai alla strumentale di chiusura “Grazie”?
Sono i titoli di coda. È un grazie al pubblico, ai miei amici, alla mia ragazza e anche al mio team di lavoro. Il pezzo nasce da un esercizio di scrittura con la mia prof di piano.Il dialogo con il te bambino in “Paolo”?
È un dialogo simbolico con la mia parte più vera e pura. Lui ha sempre la verità, mi smentisce per tutta la durata del confronto. La tracklist segue il percorso della psicoterapia: il trauma, la paura, l’attacco di panico, il riconoscere il problema fino ad arrivare a “Paolo”, che rappresenta il farsi delle domande. Solo quando si conosce davvero se stessi e ci si accetta, ci si può definire liberi. E infatti la soluzione è in “Ti chiamerò amore” con Elisa e Madame.Questo disco è l’inizio di qualche cosa di nuovo?
Io sono uno stacanovista, non mi fermo mai, ma è arrivato il momento di prendersi altre responsabilità. E infatti sto già andando da un’altra parte.Dove?
Sarò padre.