Chi sono i cantautori? Gino Paoli, maestro della melodia e del racconto esistenzialista, ha più volte fornito una risposta che non ha a che fare tanto con la tecnica di scrittura, ma più con il sentimento che anima certe canzoni. I cantautori inseguono la verità, rifiutano i linguaggi poetici e artefatti, ricercano l’essenza, vogliono descrivere la realtà in modo diretto, senza filtri. Cosa vi ricorda? Eh già. Sul legame tra rap e cantautorato esiste un dibattito, tra convinti sostenitori e contestatori radicali (qui il parere di Ivano Fossati), che va avanti da anni e che a un certo punto, dopo campionamenti, citazioni ed evoluzioni di linguaggio, è culminato con la vittoria di Marracash al Premio Tenco nel 2022, il più importante riconoscimento per scrittori di canzoni in Italia, per il suo album “Noi, loro, gli altri”. Ma quel dibattito, quello scambio tra mondi, non si è mai concluso: in quel fiume di parole e storia i due affluenti del rap e del cantautorato continuano a scorrere, ad alimentare le acque del confronto, come dimostrano anche i campionamenti di Gino Paoli e di Francesco Guccini realizzati da Fabri Fibra nei suoi ultimi due dischi, “Caos” e “Mentre Los Angeles brucia”.
In questi giorni, quasi come una cascata improvvisa, arriva “Panopticon”, disco di Caleydo, rapper e cantautore vicentino classe 2000, all’anagrafe Alessandro Motterle, supportato dalle produzioni di Bassi Maestro, icona della cultura hip hop. Un progetto che è tanto fresco quanto ancorato a una certa tradizione. E per questo interessante, godibile, vivido, è nel tempo e fuori dal tempo. Il titolo si ispira al concetto di “panopticon”, la prigione ideale teorizzata da Jeremy Bentham e ripresa da George Orwell in “1984”: un luogo di controllo invisibile e costante, metafora di una società in cui ogni gesto è osservato e giudicato. L’album ha uno sguardo lucido che attraversa le dieci tracce del disco: un filo rosso fatto di critica sociale, introspezione e osservazione esterna, dove nel mirino finisce la società borghese, con le sue contraddizioni e zone oscure. Caleydo, seguito dal team di Double Trouble, l’agenzia di management fondata da Jacopo Pesce e Max Brigante, come un novello Ellis in “Meno di zero”, assume lo sguardo del testimone: descrive senza giudicare, come si evince dalla prima traccia, mette in evidenza e lascia all’ascoltatore la libertà di interpretare.
In questo viaggio ai confini della miseria e del controllo sociale, il giovane autore si fa accompagnare da Lucio Dalla, che troviamo in “La grande città” insieme a Willie Peyote, un’analisi sulla libertà costruita intorno al campionamento di “Liberi”; da Gino Paoli, presente in uno skit; e dal comico Eleazaro Rossi, a suggellare l’approccio ironico e disincantato di cui è impregnato l’album. I testi di Caleydo si muovono come sequenze di un film, tra barre che svelano paranoie e crepe di sistema, immagini e allegorie in cui le persone si trasformano in “animali”, con vizi che assumono tratti bestiali. A sostenere e amplificare questo immaginario ci sono le produzioni, bellissime, di Bassi Maestro, che creano la giusta atmosfera, esaltando la lirica e trasformando ogni brano in un quadro sonoro contemporaneo.
Il progetto guarda al cantautorato italiano nelle sue diverse epoche, con richiami agli anni ’70 e ’80, ed è da qui che Bassi è partito per costruire basi hip hop dal tocco vintage, ma per nulla polverose. In “Panopticon” c’è anche il ricordo intimo dei luoghi che hanno segnato l’adolescenza del giovane, raccontato in “Quella via”; c’è la descrizione di una realtà di quartiere, quella del bar e dei suoi frequentatori, un microcosmo popolare che sembra destinato a scomparire, oltre a un tuffo dentro i sentimenti, tra amori ammaccati, una “Samba della notte” e tentativi dolorosi di capirsi. “Panopticon” è un caldo abbraccio, nel freddo della musica di oggi, tra due generazioni e due mondi, che sono sia il rap e il cantautorato, sia gli stessi Caleydo e Bassi Maestro.