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Beth Orton: la sensibilità come un modo preciso di stare al mondo

05.07.2026 Scritto da Elena Palmieri

“I′m invincible as hope / Dancing 'cross a lake of loss below / Ecstatic as a mother′s love / Tearing through the sky to the ground above”. Bisogna partire da qui, da questi versi della title track, per entrare davvero in "The Ground Above", nono album in studio di Beth Orton e nuovo capitolo di una rinascita creativa cominciata con "Weather Alive".

La terra che ci sovrasta

Tradotto alla lettera, il titolo del nuovo lavoro della musicista inglese significa “la terra che ci sovrasta”, un’immagine quasi rovesciata, impossibile eppure chiarissima nel modo in cui suggerisce un mondo capovolto, un sotto e un sopra che si scambiano di posto, un luogo interiore in cui il dolore non viene più soltanto attraversato ma osservato da dentro, fino a diventare materia di canto. Orton, che ha costruito la sua storia tra folk, elettronica, trip hop, collaborazioni con William Orbit, Andrew Weatherall e Chemical Brothers, e poi lunghi silenzi, ritorna dopo quattro anni con un disco che non cerca l’effetto sorpresa a tutti i costi, ma qualcosa di più raro, come una forma di presenza.

Sono passati trent’anni da "Trailer Park", il disco che contribuì a definire quella folktronica fatta di scrittura acustica, beat, malinconie post-rave e calore umano dentro le trame sintetiche. E Beth Orton oggi sembra meno interessata a dimostrare da dove venga che a capire dove possa ancora arrivare. "Weather Alive" del 2022, nato anche attorno al vecchio pianoforte comprato a Camden Market, aveva aperto un paesaggio più rarefatto, jazzato e notturno, dove la voce non stava più davanti alla musica ma sembrava arrivare dal suo centro. "The Ground Above" prosegue su quella strada e la rende più terrena, meno evanescente, pur conservando la stessa libertà di movimento tra folk, jazz, elettronica e soul. La title track, lunga oltre otto minuti, è il manifesto del disco. Il basso liquido, il piano sospeso, la tromba, i beat irregolari e una tensione che può ricordare i Radiohead, ma ancora di più certe traiettorie soliste di Thom Yorke e il lavoro più inquieto del progetto The Smile, costruiscono uno spazio in cui Orton non accompagna semplicemente l’ascoltatore. Lo tira dentro una tempesta lenta, controllata, piena di aperture improvvise.

Scavare senza irrigidirsi

La forza dell’album sta proprio in questa capacità di scavare senza irrigidirsi. Non ci sono singoli immediati pensati per imporsi fuori dal contesto e non c’è il bisogno di chiudere ogni brano in una forma convenzionale. C’è piuttosto un’unica narrazione emotiva, fatta di canzoni che respirano, si allargano, si incrinano, lasciano spazio ai musicisti e poi tornano alla voce di Orton come a un punto di verità. In “Cigarette curls”, il soul rallentato si appoggia a una chitarra elettrica ruvida e a un andamento ipnotico, mentre il verso “Time caught up with me” dice con semplicità brutale il peso del tempo che raggiunge il corpo, la memoria, le relazioni. È uno dei momenti in cui la grana della voce di Beth Orton, più roca e fragile rispetto al passato, diventa parte essenziale della scrittura. Non è una ferita da nascondere, ma uno strumento espressivo che porta dentro la canzone tutto ciò che l’età, la malattia, la maternità e la vita hanno lasciato addosso.

I was speaking to myself again just yesterday”, canta in apertura di “Celestial Light”, dentro un motivo sospeso e spiazzante, dove il passo sembra incerto ma la visione è nitida. È una frase che potrebbe valere per tutto il disco, perché "The Ground Above" è anche un album sul dialogo con se stessi, su quella voce interna che a volte consola e a volte tormenta, ma che Orton invita a non soffocare. La sua scrittura non cerca la posa della confessione, né una vulnerabilità esibita come ornamento. Al contrario, lavora per sottrazione, facendo emergere pensieri, immagini e ricordi dentro arrangiamenti che sembrano muoversi come fenomeni atmosferici. Il risultato è un ascolto che chiede attenzione e restituisce profondità, perché Orton sembra suggerire che la sensibilità non sia un punto debole ma un modo più preciso di stare al mondo, di percepire le cose prima che diventino spiegabili.

La fragilità come direzione

Da qui nasce anche la parte più luminosa del disco, che non cancella l’ombra ma la attraversa. “I’ll Miss You” si carica di ritmo e tensione, come se il movimento servisse a spingere una catarsi personale, mentre “Love You Right” apre uno spazio di tenerezza più limpido, quasi una dedica d’amore priva di possesso. “You give me something good to believe again”, canta Orton, e in quel verso c’è una delle dichiarazioni più pure dell’album, perché l’amore non viene presentato come una salvezza assoluta o come una risposta capace di risolvere tutto, ma come qualcosa che permette di tornare a credere, almeno per un momento, nella possibilità di essere raggiunti senza essere consumati. Anche quando il disco si fa più accessibile, come nel passo più caldo di “Waiting” o nel pianoforte dolente di “Before I Knew”, rimane sempre una zona di instabilità, un tremolio che impedisce alle canzoni di diventare semplicemente consolatorie.

La conclusione arriva con “Otherside”, ed è giusta perché non chiude il viaggio con una soluzione facile, ma con un gesto di liberazione personale conquistato con umiltà, onestà e una sensibilità ormai accettata fino in fondo. “And I sing out for my freedom / I sing out for my life”, canta Beth Orton, e sembra davvero l’ultimo regalo agli ascoltatori dopo un percorso che si rivela meno una raccolta di canzoni che un’esperienza di condivisione. "The Ground Above" è un album maturo, intenso, a tratti magnifico, forse meno imprevedibile di altri momenti della sua discografia, ma più consapevole nel modo in cui tiene insieme ferite, amore, memoria, mortalità e desiderio di restare vivi. Beth Orton non chiede di commuoversi per lei, ma di lasciarsi guidare dalla propria parte più esposta, senza vergogna, fino a trovare in quella fragilità una forma possibile di libertà.


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