Il 5 agosto 1966, esattamente sessant’anni fa, arrivava nei negozi di dischi del Regno Unito “Revolver”, il settimo album dei Beatles. Pubblicato a meno di un anno di distanza da “Rubber Soul”, il disco segnò una svolta decisiva nella storia del gruppo e, più in generale, della musica pop: quattordici brani nei quali rock, musica classica, suggestioni indiane, psichedelia ed esperimenti di studio convivevano in un linguaggio ancora in gran parte da inventare. Oggi “Revolver” è considerato uno dei capolavori assoluti dei Beatles, ma nell’estate del 1966 la sua portata non apparve immediatamente chiara a tutti. Le recensioni dell’epoca raccontano lo stupore di fronte a suoni mai ascoltati prima, l’ammirazione per canzoni come “Eleanor Rigby”, “For No One” e “I’m Only Sleeping”, ma anche dubbi, incomprensioni e giudizi severi. C’era chi lo definiva brillante e rivoluzionario, chi restava perplesso davanti all’elettronica di “Tomorrow Never Knows” e chi, come Ray Davies dei Kinks, liquidava alcuni brani senza mezzi termini. Rileggere oggi quelle critiche significa tornare al momento esatto in cui il pop stava cambiando forma, mentre quasi nessuno poteva ancora sapere fino a che punto.
Evening Standard – 30 luglio 1966
di Maureen Cleave
"Revolver" (Parlophone PMC 7009), The Beatles: esce venerdì prossimo. La copertina mostra i Beatles con enormi teste dai capelli alla Beardsley e piccole fotografie di loro stessi appoggiate sulle onde e affacciate dalle orecchie. All’interno ci sono alcune canzoni molto belle. Sono stanca di chiedermi come facciano i Beatles a mantenere un livello simile, ma come fanno?Curiosamente, due delle migliori sono di George Harrison, finora un compositore poco distinto. Qui canta una bella canzone d’amore, "I Want To Tell You", e, con una voce ancora più significativa, una canzone sulle imposte sul reddito. È lui stesso a interpretare la parte dell’esattore delle tasse: «Uno per te — 19 per me». C’è almeno un buon distico: «Se guidi un’automobile, tasserò la strada; se provi a camminare, tasserò i tuoi piedi». Paul McCartney canta "Eleanor Rigby", che parla di un’anziana donna sola ed è una delle sue migliori composizioni; ne ha poi un’altra, commovente quanto "Yesterday", intitolata "For No One". Ringo ha la canzone più allegra, intitolata "Yellow Submarine"; ancora una volta avrà tutti gli americani ai suoi piedi. Il disco è pieno di ricchezza e varietà; in effetti è brillante. John Lennon canta di un personaggio molto sospetto chiamato "Dr. Robert" e conclude il tutto con un lungo e mostruoso pezzo di nonsenso sull’amore che è tutto e sull’amore che è tutti, inframmezzato da quelli che sembrano suoni di cornamuse e rumori zulù. Persino questo è avvincente. Non mi era mai capitato di raccomandare un LP con maggiore convinzione.The Guardian - 15 agosto 1966
di Edward Greenfield
«Spegni la mente; rilassati e lasciati trasportare dalla corrente; non è morire. Abbandona ogni pensiero; arrenditi alla voce: risplende. Affinché tu possa vedere il significato di ciò che è dentro: è essere». Una curiosa forma di poesia, nella quale il devoto dei Beatles potrebbe riconoscere la mano di John Lennon. Sono le parole del brano più straordinario di un nuovo disco irresistibile, l’ultimo LP dei Beatles (Parlophone stereo PCS 7009; mono PMC 7009), intitolato, con il loro tipico gusto per il gioco di parole, “Revolver”. Il brano citato, “Tomorrow Never Knows”, è musicalmente originalissimo: comincia con rumori della giungla e musica d’ispirazione orientale che, attraverso un effetto di montaggio, si fondono con quel genere di suoni elettronici che associamo alla musica beat. Poi Lennon geme le parole riportate sopra, che nel loro tono sinistro definiscono il vero significato della canzone: la musica pop come sostituto sia delle emozioni primitive sia delle consolazioni della religione. Dopotutto, gli adolescenti non sono gli unici che nel corso dei secoli hanno «spento la mente» e «si sono arresi alla voce», che fosse quella del capo tribale, del sacerdote o, adesso, del cantante pop. Grazie al cielo Lennon è satirico: almeno, così si spera. Nello studiare la filosofia dei Beatles bisogna naturalmente distinguere tra la naturale avidità di George Harrison in “Taxman” e Lennon e McCartney, con le loro idee piuttosto più orientate a sinistra. Ma tutti e tre i Beatles creativi si basano abitualmente — come devono sempre fare gli artisti seri — su sentimenti ed esperienze specifici.“Dr Robert”, per esempio, è una brillante presa in giro di un costoso medico-psichiatra — ci si domanda quale Beatle sia andato da lui. «Bene, bene, bene, ti senti in forma», viene fatto dire al dottore, e il legame con ciò che i Beatles considerano una religione preconfezionata è sottolineato dall’accompagnamento sottostante, simile a un inno vittoriano. Persino l’ormai onnipresente “Yellow Submarine” è precisa nella sua semplicità, mentre un brano come “I’m Only Sleeping” offre un vivido ritratto del mondo pop: il Beatle che dorme fino a tardi viene bruscamente riportato alla coscienza, cosa ben illustrata dai ripetuti sussulti con cui la musica torna in vita. “Eleanor Rigby” — con un accompagnamento per ottetto d’archi “quadrato” — è una ballata su una zitella solitaria che «indossa il volto che conserva in un barattolo accanto alla porta» e su Father McKenzie, che «scrive le parole di un sermone che nessuno ascolterà», con le strofe intervallate dalle grida lamentose di «Guardate tutte le persone sole: da dove vengono tutte?». Qui troviamo una qualità rara nella musica pop: la compassione, nata dalla capacità di un artista di proiettarsi in situazioni diverse dalla propria. Una comprensione precisa delle emozioni emerge persino nelle canzoni d’amore, almeno nelle due nuove con le melodie migliori, entrambe peraltro cantate da Paul McCartney, il Beatle dotato della maggiore solidità musicale nel tempo. “For No One” usa artifici alla Purcell per mantenere viva l’attenzione: una melodia dolcemente mobile e senza giunture, con un caratteristico motivo discendente del basso, sopra la quale, a metà brano, emerge un controcanto struggente, bello secondo qualunque criterio, eseguito al corno francese nientemeno che da Alan Civil.
Non si tratta soltanto dei Beatles, e in particolare di Paul McCartney, che rendono un omaggio formale ai valori classici. “Here, There and Everywhere” propone un’altra melodia dei Beatles che, come “Yesterday” o il meglio di Ellington, Cole Porter o Sandy Wilson — per scegliere esempi molto diversi — può essere dimostrata buona persino dall’analisi più rigida e tradizionalista. Dopo l’inaspettato successo di “Yesterday”, sarà interessante vedere se questo nuovo brano “dolce”, con le sue quinte e settime ascendenti — intervalli proibiti nel “pop” — confermerà ancora una volta la sensibilità del gusto popolare. L’intero successo dei Beatles, manifestamente fondato sul talento musicale, costituisce già di per sé una giusta conferma.
Melody Maker - "Nella fabbrica delle canzoni dei Beatles"
Smontate quella fenomenale fabbrica di canzoni chiamata Beatles e che cosa trovate? Un’organizzazione di precisione, con brani di ogni genere costantemente in lavorazione? Un sistema accuratamente pianificato di testi e musica, responsabile di quella fantastica produzione di successi? No. Il più delle volte le canzoni vengono abbozzate nella mente di uno dei tre Beatles compositori, scarabocchiate su qualunque cosa, da un foglio di carta igienica al retro di un pacchetto di Peter Stuyvesant, oppure assemblate faticosamente su un malconcio registratore portatile a batterie. L’approccio dei Beatles alla composizione è infatti vagamente casuale. E proprio questo potrebbe essere uno dei segreti del loro successo spontaneo. MM ha recentemente chiesto ai Beatles come affrontassero il problema di produrre 14 nuove canzoni per un nuovo album. «La prima cosa che è successa con il nuovo album», ha detto John Lennon, «è stata che Paul e io abbiamo deciso che dovevamo vederci. Ci frequentavamo socialmente, ma abbiamo deciso che era arrivato il momento di metterci seriamente al lavoro. Incontrarsi è il primo passo, e non è sempre il più facile. Poi, quando ci troviamo, a casa mia o a casa di Paul, cominciamo a pensare alle canzoni. Di solito uno di noi ha in testa una frase musicale o parte di una melodia, come ha fatto Paul con “Paperback Writer”. Gli è venuta in mente in automobile, mentre veniva a casa mia».
I Beatles hanno affrontato il problema del nuovo album, intitolato “Revolver”, scrivendo e registrando le canzoni nell’arco di circa undici o dodici settimane. John e Paul si scambiavano idee, frammenti musicali e parole finché non avevano una base per una canzone; poi la portavano in studio per lavorarci insieme a George e Ringo. Le 14 tracce del nuovo LP sono state create in questo modo e, in effetti, l’ultimo brano è stato scritto soltanto poco tempo prima di essere registrato in studio. Non c’è dubbio che sia la fertile creatività di John e Paul la principale responsabile della grande quantità di espressione musicale scaturita dai Beatles. George aveva già contribuito in passato con alcuni brani. Ma è soltanto in tempi relativamente recenti che ha sviluppato il proprio talento compositivo fino a raggiungere qualcosa di simile a una produzione regolare. Adesso, con tre tracce del nuovo album che portano il suo nome, sembra emergere anche lui come una forza autorale all’interno della cerchia dei Beatles. Ma non senza un grande e meticoloso impegno da parte sua.
«Ho sempre scritto canzoni», ha detto George a MM. «Ma quando competi con John e Paul devi essere davvero molto bravo anche solo per entrare nella loro stessa categoria. Come scrivo una canzone adesso? Accendo un registratore e suono o canto delle frasi per magari un’ora. Poi riascolto tutto e posso ricavarne tre o quattro frasi o passaggi utilizzabili. Quando avevo un solo registratore, finivo una canzone e la incidevo sul nastro. Poi spesso la buttavo via perché pensavo che suonasse malissimo. Da quando ho comprato tutta l’attrezzatura per registrare e mixare, posso aggiungere elementi e fare molto di più. Così, ciò che con una sola macchina sembrava una perdita di tempo può sembrare valido una volta mixato, riregistrato e magari sovrainciso».
E i testi? «Per me questa è la parte più difficile. Li scrivo lentamente, una parola o una frase alla volta, cambiandoli finché non ottengo quello che voglio, o qualcosa che gli si avvicini il più possibile. Quando il pezzo è finito, di solito sono soddisfatto di alcune parti e insoddisfatto di altre. Allora lo faccio vedere a John e Paul, della cui opinione mi fido. Di solito a loro piace la parte che non piace a me. Ma pensano che l’altra parte sia completamente sbagliata».
Tutti e tre i Beatles concordano però sul fatto che arrivi un momento in cui bisogna smettere di cambiare le cose e accettare la canzone così com’è. John Lennon ha detto: «Arriva un momento in cui devi smettere di armeggiare con la canzone. Altrimenti non riusciresti mai a pubblicare un disco. In seguito ti vengono in mente cose che avresti potuto fare, ma se non imponi uno stop passeresti un anno intero a lavorare su una sola traccia».
John ha anche detto che ignorare l’aspetto commerciale dei dischi sarebbe fatale. «Scrivo cose che mi piacciono. Ma bisogna tenere conto dell’aspetto commerciale. Non serve a nulla scrivere materiale che nessuno vuole ascoltare».
Be’, questa è una cosa di cui i Beatles non dovranno preoccuparsi ancora per molto tempo.
Disc and Music Echo
di Ray Davies
I Beatles e Brian Epstein erano così entusiasti di “Eleanor Rigby” e “Yellow Submarine”, due dei brani del nuovo LP “Revolver”, in uscita venerdì prossimo, 5 agosto, da decidere di pubblicarli anche come singolo nella stessa data.Ma se il celebre autore Ray Davies è un giudice attendibile, i Beatles hanno commesso un grosso errore. Ray pensa che Miss Rigby sia stata sicuramente dedicata all’insegnante di musica che John e Paul avevano alle elementari, mentre “Submarine” dovrebbe affondare in un bidone della spazzatura. «È davvero un mucchio di spazzatura», osserva Ray.
Disc and Music Echo ha deciso di affidare a Ray il compito di recensire l’album “Revolver”, e il Kink ha certamente detto ciò che pensava.
Ecco l’album, traccia per traccia, con i commenti di Ray tra un round e l’altro:
Lato uno: “Taxman” (di George) — voce solista, George: «Sembra un incrocio tra gli Who e Batman. È un po’ limitata, ma i Beatles superano il problema grazie al sensuale raddoppio della voce. È sorprendente quanto il double tracking possa rendere sensuale una voce».
“Eleanor Rigby” (di John e Paul) — voce solista, Paul: «L’altro giorno ho comprato un LP di Haydn e questa canzone gli somiglia moltissimo. È tutta roba da quartetto e sembra che vogliano compiacere gli insegnanti di musica delle scuole elementari. Riesco a immaginare John che dice: “La scriverò per la mia vecchia maestra”. Comunque è molto commerciale».
“I’m Only Sleeping” (di John e Paul) — voce solista, John: «È una canzone bellissima, molto più graziosa di “Eleanor Rigby”. Una cosa davvero piacevole e allegra, e senza dubbio il miglior brano dell’album».
“Love You Too” (di George) — voce solista, George: «L’ha scritta George: ormai deve avere un’influenza piuttosto grande sul gruppo. Questo genere di canzone lo facevo io due anni fa; adesso io faccio quello che i Beatles facevano due anni fa. Non è una brutta canzone ed è ben eseguita, cosa che vale sempre per un brano dei Beatles».
“Here There and Everywhere” (di John e Paul) — voce solista, Paul: «Questo dimostra che i Beatles hanno una buona memoria, perché contiene molti accordi elaborati. È piacevole, come un unico strumento nel quale la voce e la chitarra si fondono. È il terzo miglior brano dell’album».
“Yellow Submarine” (di John e Paul) — voce solista, Ringo: «È davvero un mucchio di spazzatura. Anch’io mi prendo in giro al pianoforte e suono cose del genere. Credo che sappiano che non è poi così buona».
“She Said She Said” (di John e Paul) — voce solista, John: «Questa canzone serve a ristabilire la fiducia nel vecchio suono dei Beatles. Tutto qui».
“Good Day Sunshine” (di John e Paul) — voce solista, Paul: «Sarà gigantesca. Non ti si impone, ma risalta come “I’m Only Sleeping”. Qui si torna ai veri Beatles di un tempo. Non credo proprio che ai fan piacciano le nuove cose elettroniche. I Beatles dovrebbero essere come il ragazzo della porta accanto, solo migliori».
“And Your Bird Can Sing” (di John e Paul) — voce solista, John: «Non mi piace. La canzone è troppo prevedibile. Non sembra affatto una canzone dei Beatles».
“For No One” (di John e Paul) — voce solista, Paul: «Verrà reinterpretata da altri, ma non sarà un successo. In realtà è migliore di “Eleanor Rigby” e il corno francese è un bell’effetto».
“Dr. Robert” (di John e Paul) — voce solista, John: «È buona: c’è un giro di dodici battute e contiene alcuni passaggi intelligenti. Non è il mio genere, però».
“I Want To Tell You” (di George) — voce solista, George: «Aiuta a sostenere l’LP. Non è all’altezza dello standard dei Beatles».
“Got To Get You Into My Life” (di John e Paul) — voce solista, Paul: «Accompagnamento jazz, e questo dimostra soltanto che i jazzisti britannici non sanno swingare. Paul canta il jazz meglio di quanto i musicisti lo suonino, e ciò rende assurdo sostenere che jazz e pop siano molto diversi. Paul sembra Little Richard. In realtà è il brano più tipicamente Beatles di vecchio stampo dell’intero LP».
“Tomorrow Never Knows” (di John e Paul) — voce solista, John: «Sentite tutti quei suoni folli! Sarà popolare nelle discoteche. Riesco a immaginare che, mentre la registravano, avessero legato George Martin a un palo totemico!».
Così, dopo aver ascoltato ogni brano tre o quattro volte, ecco il verdetto di Ray Davies: «Questo è il primo LP dei Beatles che abbia davvero ascoltato per intero, ma devo dire che su “Rubber Soul” ci sono canzoni migliori. Tuttavia, “I’m Only Sleeping” spicca nettamente, “Good Day Sunshine” è la seconda migliore e mi piace anche “Here, There and Everywhere”. Ma non voglio essere troppo severo con le altre. L’equilibrio sonoro e la tecnica di registrazione sono buoni come sempre».
Ciao Amici
di Claus Di Vito
ABBIAMO ASCOLTATO PER VOI REVOLVER
L’ULTIMO 33 GIRI DEI BEATLES.
C’È UN SOLO AGGETTIVO CHE PUÒ RENDERE L’IDEA
DELLA BELLEZZA DI QUESTO DISCOFAVOLOSO!
LONDRA, settembre
Dopo mesi di attesa, finalmente il nuovo L.P. dei Beatles è uscito il 5 agosto in Inghilterra e fra poco dovrebbe essere messo in vendita anche in Italia. Ho comunque pensato che qualche notizia sul disco avrebbe potuto essere utile agli amici.
Qui in Inghilterra ha subito avuto un enorme successo, sia di critica che di pubblico, c’è stato solo qualche parere negativo (interessato?) fra cui spicca quello di Ray Davies, compositore e «mente» dei Kinks, che lo ha definito un «mucchio di spazzatura».
A me in ogni modo è piaciuto moltissimo, anche se, come tutti i L.P. dei Beatles, richiede un ripetuto ascolto per essere apprezzato pienamente. Il disco rappresenta senz’altro un passo avanti per il complesso e, mentre la carica di fresca originalità caratteristica dei Beatles rimane immutata (le canzoni sono molto belle e nuove), progredisce ancora la tecnica del complesso, gli arrangiamenti sono sempre più raffinati e l’influenza della musica classica ed indiana è ancora più forte.
È un disco da acquistare ad occhi chiusi.
Le canzoni di REVOLVER sono 14, sette per facciata, esaminiamole ad una ad una.
TAXMAN (George Harrison) canta George. È una canzone veloce, rock, con una chitarra rilevata e ossessiva: risente dell’influenza degli Who, e ricorda anche il motivo conduttore di Batman.
Le parole riguardano un poveretto alle prese con l’agente delle tasse: una chiara allusione al recente giro di vite fiscale attuato dal governo in Inghilterra. Si sente anche una vocina in falsetto (quella di John, credo) che dice lamentosa «Hey Mr. Wilson!».ELEANOR RIGBY (Lennon-McCartney) canta Paul. È una splendida ballata cantata con voce pulita da Paul. L’accompagnamento, con violini, è magnifico, ed è chiara l’influenza della musica classica, soprattutto del Brahms «ungherese».
Le parole sono molto belle, e narrano la storia di Eleanor Rigby, maestra di scuola che passa la sua vita a fare del bene e muore dimenticata da tutti.I’M ONLY SLEEPING (Lennon-McCartney) canta John. Una bella canzone, lenta e cantata magnificamente da John. Anche l’accompagnamento è molto buono.
Le parole sono molto simpatiche: quanto è brutto doversi alzare presto la mattina e non averne voglia.LOVE YOU TOO (George Harrison) canta George. Di nettissima ispirazione orientale è tutta dedicata alla sitar, suonata da Anil Bhagwat e dallo stesso George. È un pezzo interessantissimo, e chi non è ancora convinto delle possibilità della fusione fra Liverpool Sound e musica tradizionale indiana resterà sconcertato dalla bellezza di questa canzone.
HERE, THERE AND EVERYWHERE (Lennon-McCartney) canta Paul. Anche questa è molto bella, dolce, lenta, leggera. Ray Davies la considera la migliore di tutte.
YELLOW SUBMARINE (Lennon-McCartney) canta Ringo. Canzone simpaticissima, col piglio di una allegra canzone di montagna, con un motivetto molto orecchiabile; la voce di Ringo le sta a pennello. Le parole sono pazze, come in alcune poesie di John.
SHE SAID SHE SAID (Lennon-McCartney) canta John. Beatles più classici: la voce di John è alta e nasale, studiatamente.
Le parole raccontano di una ragazza dalle strane idee, che viene rimessa a posto dal suo ragazzo.GOOD DAY SUNSHINE (Lennon-McCartney) canta Paul. È una canzone dolce e ariosa, ottimamente cantata da Paul, sulla linea delle vecchie canzoni dei Beatles, ma c’è anche una forte influenza da parte dei Lovin’ Spoonful, ottimi il piano e la batteria.
AND YOUR BIRD CAN SING (Lennon-McCartney) canta John. Chitarra stridente e vigorosa, ottimo il canto; le parole sono filosofeggianti, sicuramente di John.
FOR NO ONE (Lennon-McCartney) canta Paul. Bella canzone, con ottimo accompagnamento e un notevole corno suonato da Alan Civil. Influenza, direi, da parte di Simon e Garfunkel.
Il testo ricorda un ragazzo abbandonato dalla sua ragazza che non vuol credere a quello che gli è successo.DR. ROBERT (Lennon-McCartney) canta John. Un ottimo beat. Le parole sono un tributo di John alla professione del medico.
I WANT TO TELL YOU (George Harrison) canta George. Anche qui si sente l’influenza degli Spoonful. Buona chitarra e batteria.
È la storia di un ragazzo che non ha il coraggio di dire ad una ragazza quanto l’ama.GOT TO GET YOU INTO MY LIFE (Lennon-McCartney) canta Paul. L’accompagnamento è eseguito da alcuni fra i migliori jazzisti inglesi.
Paul canta benissimo, ricorda un po’ Little Richard. È un pezzo notevolissimo.TOMORROW NEVER KNOWS (Lennon-McCartney) canta John. È pazzesco, veramente pazzesco, suoni stranissimi ed effetti ancora più strani: a me piace molto, voi ascoltatelo!
(Per "Ciao amici!" ringraziamo Franco Brizi e Maurizio Becker))
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