WOULDN’T IT BE NICE
Inciso ai “Gold Star Studios” di Los Angeles (dove sono stati creati e realizzati molti capolavori di Phil Spector), questo classico brano (Top 10 negli Usa), con la sua chitarra cadenzata nella introduzione e una batteria esplosiva, dà inizio ad un racconto agrodolce, di desideri ancora non esauditi, di speranze deluse dalla realtà. La fisarmonica rimarca una complessità impressionante mentre il "middle eight" - ovvero quella sezione del brano che fa da ponte tra il secondo ritornello e il bridge (o il finale), spesso con un cambio di melodia, armonia o intensità - crea contrasto e tensione prima della ripresa del tema principale, e qui è particolarmente dolce e rilassante nell'esecuzione vocale.
“Wouldn’t It Be Nice” è un tripudio di armonia e il simbolo di un nuovo sinfonismo pop. Forse è il brano in cui ci si avvicina di più alle vecchie sonorità dei Beach Boys, come se per rappresentare nuovamente sé stessi qui offrissero un omaggio e un congedo dal proprio repertorio passato.
Brian Wilson descrive il desiderio innocente di un adolescente di svegliarsi accanto alla sua fidanzata. Qui ci sono raffinati cambi di tempo, tre memorabili battute di chitarra raddoppiate dall’arpa, con cui inizia il pezzo ed esplodono in un colpo di batteria sulla prima nota della quarta battuta, che dà inizio alla prima strofa. Già con questo inizio così teso Brian mostra come batteria e percussioni non sono soltanto delle comparse: subito prima di tornare al refrain si alternano il rullante e i timpani creando un bellissimo effetto.
Ci sono quattro chitarre (Jerry Cole, Barney Kessel, Bill Pitman e Ray Pohlman che nella sezione centrale del pezzo danno l’effetto del tremolo), le fisarmoniche di Carl Fortina e Frank Marocco e al basso Fender la divina e immancabile Carol Kaye.
In Inghilterra esce come retro del singolo “God Only Knows” (negli Usa è il contrario), perdendo l’occasione per essere una hit.
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