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Augustibluus, il blues tra mare, storia e visioni nordiche

03.08.2026 Scritto da Salvatore Esposito

Fondata nel 1279, Haapsalu si trova ad un ora e mezza di viaggio da Tallin e conserva intatte le proprie stratificazioni architettoniche e leggendarie, dalle imponenti rovine del castello episcopale alla cattedrale abitata dal mito della Dama Bianca, fino alle silenziose baie cinte da dimore lignee e ai paesaggi incontaminati del Parco Nazionale di Matsalu. È qui, in quella che è considerata la “Venezia del Nord” che dal 1994 si tiene Augustibluus, uno dei festival blues più longevi del circuito europeo che, dal 31 luglio al 2 agosto, ha richiamato un folto pubblico proveniente anche dalla vicina Lettonia. Ci si predispone all’ascolto, passeggiando dalla storica stazione ferroviaria del 1906, antico approdo dell'aristocrazia zarista con il suo iconico binario coperto, giù verso la Promenade, tra i cigni del lago Väike Viik e la panchina di Čajkovskij, mentre il Kuursaal e la spiaggia di Hommiku traghettano il pubblico verso il cuore del Castello del Vescovo, palcoscenico in cui il blues ha trovato un assetto del tutto inedito, dialogando armonicamente con lo spazio architettonico.

 

Il festival diffuso

Le ispirazioni e la cifra stilistica del cartellone hanno evidenziato una interessante ricerca sulle sfumature del blues afroamericano, destrutturato e riarrangiato attraverso l'ottica globale, permeando l'intera città con set pomeridiani diffusi in locali come il Virre Pub, animato da Vello Jurtom & AllJam, il raffinato Home Restaurant Little Petersell con Rene Paul e il Café Paul affidato agli Absolute “Too Many Roberts”, fino alle vivaci sessioni al Promenade Dance Pavilion con The Rude Grooves, HarvestON, Toomas Lunge & Crosswood e l'impeccabile Tomi Leino Trio. Il cuore pulsante del festival sono state le performance sul Main Stage, aperte venerdì dall’inglese Julian Burdock, che ha incorniciato la serata con un blues venato di soul urbano, in cui le raffinate linee chitarristiche e i calibrati interventi all'armonica hanno ribadito la peculiare autonomia del blues europeo di matrice londinese. A seguire sono saliti sul palco i Trainman Blues, formidabile crasi tra l'irlandese Richard Farrell e il danese Laust Krudtmejer Nielsen, il cui set si è rivelato un ponte perfetto tra passato e presente: il loro repertorio sospeso tra gli anni Cinquanta e Sessanta è stato riletto con minuzia artigianale e una narrazione emotiva squisitamente contemporanea.

L’asticella dell’energia ha subito un’impennata quando i finlandesi Highway, trascinati dall’armonica del bandleader Kari “Good Rockin’” Kempas hanno introdotto il chitarrista americano Mike Wheeler, indiscusso pilastro della scena di Chicago cresciuto all'ombra di giganti come B.B. King e Buddy Guy, capace di dar corpo ad un set di rara potenza e impatto. Le frequenze si sono poi sintonizzate sulle atmosfere jump blues, swing e rock and roll di stampo Sun Records grazie al giovane talento statunitense Skyler Saufley, accompagnato dalla solidissima base ritmica e armonica della The Mojo Wax Band di Denis Agenet, Abdell B.bop e la travolgente Anita Fabiani all'Hammond. Il combo giovane chitarrista dell’Alabama ha entusiasmato il pubblico esibendo grandi doti da entertainer prima dell'atteso apice elettrico di Eric Sardinas. Il chitarrista americano si è confermato una forza della natura: destreggiandosi in un fingerpicking brutale e virtuosistico con la slide sulla sua inseparabile resonator amplificata, ha generato una vera tempesta magnetica di Delta blues e psichedelia, un vortice sonoro ruvido graffiato da repentine e poetiche parentesi liriche per poi tornare a spingere sull'acceleratore. A chiudere il venerdì sono stati Estonian Voices Meet The Blues Brothers, omaggio – in verità non sempre a fuoco - alla storica band americana e al songbook di Steve Cropper. La serata è proseguita con le jam-session notturne al Centro Culturale, dove Eric Sardinas ha incrociato la sua chitarra resofonica con i tasti dell'Hammond dell'argentina Anita Fabiani.

 

Radici e innovazioni

Il sabato ha ampliato ulteriormente lo spettro delle esplorazioni stilistiche con set diurni al Promenade Dance Pavilion di BLUULE nel segno di Howlin’ Wolf, della Porkuni Blues Band, dei Panic Groove Sound Machine e del nostro connazionale Enrico Cipollini, autore di una solida e applauditissima performance solista al dobro, per poi disperdersi tra i locali cittadini con formazioni estoni come Mitridacium Band, The Tomahawck Brothers, Kaibald, Philly Joe's Blues Jam, Error of Principle, Mr. Black & Blues, Andres Roots e Micke & Lefty feat. Chef. Riaccentratosi sul Main Stage, il programma ha sfoggiato l'esuberanza dell’ Anton Hultquist Trio, portavoce di un blues anagraficamente rinnovato attraverso composizioni originali ma filologicamente ineccepibile, e l'affascinante perizia timbrica del LBB Organ Trio, abile nel sostituire le frequenze del basso elettrico con la spinta propulsiva dell'Hammond in imprevedibili fughe improvvisative. Il cuore del sabato sera ha pulsato al ritmo dell'armonica del fuoriclasse britannico Will Wilde, magistrale nel riportare lo strumento al centro della scena estone regalando perle dal suo songbook tra cui una splendida "Blues Is Still Alive", title-track del suo recente album targato 2025, cedendo poi il passo al giovane Sean “Mack” McDonald, formidabile nel fondere soul, gospel e jazz in un'unica sintesi in perfetta continuità generazionale afroamericana. Bella, poi, la performance della straripante Gunhild Carling con The Carling Family, uno show totale intergenerazionale sospeso tra swing, echi di New Orleans e gag esilaranti complici i due giovanissimi nipoti, addolcito da un'elegantissima rilettura di "Dream a Little Dream of Me".

Il compito di sigillare la serata è spettato al fenomeno inglese Toby Lee (vedi foto e video in fondo all'articolo), vincitore per tre volte del premio Artista Blues dell’Anno agli Uk Blues Awards, che ha proposto in apertura la sua "House on Fire" dando vita ad una vertiginosa jam di quattro brani senza soluzione di continuità, trasformatasi in un'ora e mezza di purissimo godimento chitarristico, propaggine ideale per le successive scorribande notturne che lo hanno visto improvvisare fianco a fianco con Sean “Mack” McDonald. La domenica ha, infine, restituito al festival la sua dimensione più intima e spirituale tra i banchi del mercatino dei dischi e il set di Kelli Uustani, Ain Agan e Paul Daniel dedicato alla memoria di Marju Kuut e Silvi Vrait, culmine emotivo prodromico alla santa messa conclusiva. L'Augustibluus si conferma così uno snodo nevralgico e sofisticato in cui il patrimonio afroamericano, le riletture europee e l'afflato globale trovano sintesi e riparo in una città pervasa da una malinconia luminosa e lenta, trasformandosi in una lingua condivisa capace di abbattere ogni muro geografico.

 

 

 


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