Se vi è mai successo di dover traslocare ventimila album in vinile, beh: sappiate che oltre ad essere una gran fatica fisica, soprattutto se la schiena non è più quella dei vent’anni, è (anche) l’opportunità per riscoprire dischi che non ricordavate più di avere in casa. A me è successo, e dato che certi album li ho acquistati quando non sapevo quasi niente degli artisti che li hanno realizzati – Internet era di là da venire, e le informazioni in Italia arrivavano col contagocce, quando arrivavano – il trasloco è stata anche l’occasione per cercare di saperne di più. Vi propongo quindi queste schede realizzate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, che mi hanno accompagnato nel riascolto di certi dischi estratti dai vecchi scaffali prima che li rimettessi negli scaffali nuovi.
Ci sono gruppi che il progressive rock ha inglobato per comodità, anche se dentro quella parola ci stanno stretti. Gli Audience sono uno di questi casi: abbastanza eccentrici da finire negli scaffali del prog, abbastanza asciutti da non sembrare mai davvero sinfonici, abbastanza colti da piacere agli appassionati di art rock, ma troppo terreni, bluesy e nervosi per diventare una creatura da cattedrale tastieristica. Nacquero a Londra nel 1969, durarono poco, pubblicarono quattro album in tre anni e lasciarono dietro di sé una piccola leggenda laterale: quella di una band senza chitarra elettrica “classica” in primo piano, senza organo monumentale, senza mellotron da apocalisse, eppure capace di costruire un suono immediatamente riconoscibile.
La formazione originaria era composta da Howard Werth alla voce e alla chitarra acustica elettrificata con corde di nylon, Keith Gemmell a sax, flauto e clarinetto, Trevor Williams al basso e Tony Connor alla batteria. È già un manifesto: niente chitarrista solista nel senso canonico, niente tastierista fisso, niente struttura da hard rock in miniatura. Il centro era la voce ruvida e teatrale di Werth, sostenuta da una chitarra dal timbro secco, quasi percussivo; attorno, i fiati di Gemmell agivano come strumento guida, ora eleganti, ora abrasivi, spesso al posto di ciò che in un altro gruppo sarebbe stato un assolo di chitarra.
Prima degli Audience c’era il gruppo soul/R&B Lloyd Alexander Real Estate, da cui provenivano Werth, Williams e Gemmell. Quando decisero di cambiare passo, chiamarono Connor alla batteria e in poche settimane ottennero management, contratto editoriale, una residenza al Ronnie Scott’s Jazz Club e un accordo con la Polydor. È una partenza fulminea, quasi troppo rapida per un gruppo che non aveva nulla di ovvio da vendere al mercato.
Il debutto, Audience del 1969, è ancora un disco di assestamento, ma contiene già il codice genetico della band: chitarra acustica elettrificata, fiati in primo piano, arrangiamenti di archi e ottoni, scrittura sghemba e un senso teatrale della canzone. Non è folk rock, non è jazz rock, non è progressive in senso pieno: è art rock britannico nel momento in cui l’art rock non ha ancora trovato una forma stabile. Sembra musica da club, da teatro e da pub, ma con una stranezza armonica che la sposta continuamente altrove.
La vera svolta arriva quando Tony Stratton-Smith, patron della Charisma Records, li nota mentre aprono per i Led Zeppelin e li mette sotto contratto. È un passaggio decisivo: la Charisma è la casa naturale delle eccentricità britanniche, l’etichetta che avrebbe dato spazio a Genesis, Van der Graaf Generator, Lindisfarne e a un’idea di rock più narrativa, più obliqua, meno legata alle formule del pop. Gli Audience incidono per Charisma tre album: Friend’s Friend’s Friend nel 1970, The House on the Hill nel 1971 e Lunch nel 1972.
Friend’s Friend’s Friend è il disco in cui la band inizia a mettere a fuoco il proprio linguaggio: più compatto del debutto, più personale, attraversato da un senso di instabilità controllata. Gli Audience hanno una qualità rara: sembrano sempre sul punto di diventare qualcos’altro. Una canzone può partire come ballata acustica, deviare verso il cabaret, aprirsi in una frase di sax, rientrare in un ritornello quasi pop e poi chiudersi con un’ironia amara. Non cercano la monumentalità; cercano l’angolo storto.
Il capolavoro riconosciuto resta però The House on the Hill, pubblicato nel 1971. Prodotto da Gus Dudgeon, con arrangiamenti di Robert Kirby e copertina firmata Hipgnosis, è l’album in cui tutti gli elementi trovano equilibrio: scrittura, atmosfera, immagine, produzione. La copertina, con il suo interno domestico da noir sospeso, è perfetta per un disco che sembra muoversi tra mistero, ironia, inquietudine e teatralità. Non è un album “progressive” nel senso delle suite oceaniche; è piuttosto una raccolta di canzoni mutanti, ognuna con un proprio piccolo set cinematografico.
Il brano-titolo, “The House on the Hill”, è forse la loro dichiarazione più compiuta: lunga, scura, teatrale, dominata da un senso di minaccia che cresce senza bisogno di pesantezza hard. “Jackdaw” mostra il lato più fisico della voce di Werth; “Eye to Eye” porta in primo piano una scrittura più agile e jazzata; “Raviole” rivela il gusto cameristico del gruppo; “Indian Summer” diventa il singolo più visibile della loro carriera, arrivando al numero 74 della Billboard Hot 100.
Il fascino degli Audience sta anche nel loro modo di essere “acustici” senza essere morbidi. Werth non usa la chitarra come strumento confessionale, ma come motore ritmico. Gemmell non aggiunge fiati per colorare, ma per spingere, graffiare, rispondere alla voce. Williams e Connor tengono il tutto ancorato a una pulsazione elastica, spesso più vicina al rhythm and blues che alla pompa progressiva. È una band che può piacere a chi ama Van der Graaf Generator, Jethro Tull o certi Family, ma senza essere davvero assimilabile a nessuno di loro.
Dopo The House on the Hill, però, il meccanismo comincia a incrinarsi. Il gruppo lavora senza sosta, gira negli Stati Uniti, divide il palco con nomi importanti e accumula tensioni interne. Nel gennaio 1972 Keith Gemmell lascia la formazione; l’album successivo, Lunch, viene completato con l’aiuto di musicisti esterni, tra cui la sezione fiati legata ai Rolling Stones, Jim Price e Bobby Keys. Entrano poi Nick Judd alle tastiere e Pat Charles Neuberg ai sax, ma qualcosa si è rotto.
Lunch è un disco affascinante proprio perché imperfetto: più levigato, meno compatto, a tratti brillante, a tratti dispersivo. Si sente il tentativo di trasformare gli Audience in una macchina più ampia, forse più esportabile, ma la perdita di Gemmell pesa. La particolarità del gruppo era nell’equilibrio tra quattro personalità e quattro timbri: togliere i fiati originali dal centro significava alterare la chimica stessa della band.
La storia finisce presto. Dopo l’uscita di Gemmell, anche Trevor Williams lascia; Judd riceve un’offerta dai Juicy Lucy e il gruppo si dissolve. Tony Connor entrerà poi negli Hot Chocolate, mentre Howard Werth proseguirà con progetti solisti e verrà persino considerato in relazione a una possibile continuazione dei Doors dopo la morte di Jim Morrison, anche se la cosa non si concretizzerà.
Come spesso accade alle band troppo particolari per il proprio tempo, gli Audience sono diventati più leggibili a posteriori. La loro musica anticipa un’idea di rock d’autore britannico che non ha bisogno né della potenza blues né della magniloquenza sinfonica: canzoni intelligenti, arrangiamenti obliqui, strumenti acustici trattati con aggressività, fiati usati come chitarre, teatralità senza trucco pesante. Non erano una band minore perché mancava qualcosa; erano minori perché non somigliavano abbastanza a ciò che il mercato sapeva riconoscere.
La reunion arrivò molti anni dopo: Werth, Gemmell e Williams tornarono in attività dal 2004, con concerti in Europa e Canada e un album dal vivo, Alive & Kickin’ & Screamin’ & Shoutin’, pubblicato nel 2005. L’ultimo concerto degli Audience si tenne al 100 Club di Londra nel 2013; Keith Gemmell, già malato, non avrebbe più potuto continuare e morì nel 2016.
Oggi gli Audience restano una delle deviazioni più gustose del rock inglese dei primi Settanta. Non hanno la fama dei Genesis, l’aura oscura dei Van der Graaf Generator, la riconoscibilità dei Jethro Tull o la forza commerciale dei Traffic. Ma hanno qualcosa che molte band più celebri non possiedono: un’identità timbrica assoluta. Bastano pochi secondi di Howard Werth che graffia la melodia, pochi interventi del sax di Gemmell, quel basso mobile e quella batteria nervosa, e si capisce subito di essere entrati in una casa diversa.
Una casa sulla collina, appunto: un po’ gotica, un po’ jazz club, un po’ teatro di provincia, un po’ sogno art rock. Dentro, gli Audience suonano ancora come ospiti eccentrici che non hanno mai chiesto il permesso di appartenere a una scena. E forse è proprio per questo che, a distanza di decenni, continuano a meritare ascolto.
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