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Ariana Grande prova a fuggire da sé stessa (ma ci riesce?)

11.09.2026 Scritto da Mattia Marzi

Recensire un disco di un’artista che, proprio mentre ne annuncia l’uscita, comunica di volersi prendere una pausa dalle scene a tempo indeterminato è complicato. Per almeno due ragioni. La prima è che "Petal" rischia di suonare obsoleto ancora prima di aver avuto il tempo di fare il proprio corso. La seconda è che, oggi, è difficile stabilire dove collocarlo nella carriera di Ariana Grande: è un punto di arrivo, una parentesi o l’inizio di una nuova fase? Grande ha spiegato che lo stop annunciato nelle scorse settimane è legato al «continuo e incessante scrutinio mediatico» a cui è sottoposta. Ed è proprio questo il tema che attraversa "Petal", fino quasi a sovrastarne la musica. Nel videoclip dell'omonimo singolo che ha anticipato l’album dopo “Hate that I made you love me”, la popstar si sottopone a una serie di provini durante i quali viene sistematicamente giudicata non abbastanza brava. La sentenza finale arriva da quattro uomini: la sua versione attuale è «inautentica, non attraente, non vendibile»; quello che vogliono, dicono, è la «vecchia lei». Grande, per tutta risposta, li fa fuori.

La chiave di lettura

È una metafora piuttosto esplicita, ma anche la chiave di lettura di "Petal:" la fama come privilegio e, allo stesso tempo, come condanna. La visibilità non garantisce soltanto accesso, successo e consenso; comporta anche l’esposizione permanente allo sguardo degli altri, alla valutazione, alla nostalgia per ciò che si era e alla richiesta di essere continuamente qualcos’altro. Il problema è che, a tratti, come anticipato, il background finisce per oscurare le canzoni. "Petal" nasce infatti da un’idea forte, quasi programmatica: il titolo richiama l’immagine di un «petalo sul marciapiede», qualcosa di fragile che resiste in un ambiente ostile. Le canzoni si muovono tra relazioni finite male, ex partner guardati con poco rimpianto, la possibilità di innamorarsi di nuovo dopo una rottura e, naturalmente, il lato meno glamour della celebrità. È un disco che cerca la resilienza dentro il tumulto emotivo e mentale, ma che rischia talvolta di spiegare troppo bene la propria tesi. Musicalmente, però, "Petal" rappresenta uno scarto interessante rispetto ai lavori precedenti. Se "Eternal sunshine" guardava alla luce, questo sembra quasi il suo lato oscuro. La voce di Grande è più trattenuta, meno interessata a esibire la propria estensione a ogni costo. E, soprattutto, vengono finalmente messi da parte quegli acuti e quegli urletti che in passato hanno rappresentato una sorta di marchio di fabbrica, non sempre a vantaggio delle canzoni.

Un disco à la The Weeknd, ma versione femminile

Le atmosfere si fanno più scure, cupe, notturne. Prendete la stessa “Petal”: sembra quasi un brano di The Weeknd, soltanto affidato a una voce femminile. R&B, dream pop, shoegaze e synth-pop convivono in un album che cerca una propria identità dentro coordinate sonore già ampiamente esplorate dal pop contemporaneo. La produzione è affidata soprattutto a Ilya Salmanzadeh, con qualche intervento di Max Martin, nome che non ha bisogno di presentazioni per chiunque abbia seguito la storia del pop degli ultimi trent’anni, da Britney Spears in poi. Rispetto ai dischi precedenti di Grande, spesso costruiti attraverso una vera e propria catena di montaggio di autori e produttori, questo nasce insomma prevalentemente dal rapporto a quattro mani tra la cantante e Salmanzadeh. Il risultato è un disco più omogeneo. Meno dispersivo, meno schiavo della logica del singolo perfetto da infilare nella playlist del momento. Non tutto funziona allo stesso modo, ma almeno "Petal" sembra voler essere un album e non semplicemente una raccolta di possibili hit.

Fuori dalla comfort zone

Quando Grande prova a uscire dalla propria comfort zone, peraltro, arrivano alcuni degli episodi più curiosi. “Oh well” incorpora elementi di UK garage (gli archi sono dell'italiano Davide Rossi), mentre “Bad thing (Bunny hop)” guarda all’indie rock statunitense degli anni Dieci. Sono tentativi che forse non sempre trovano una piena sintesi, ma che raccontano una popstar disposta almeno in parte a mettere in discussione il proprio personaggio musicale. Vedremo cosa ne sarà. "Petal" resta un disco sospeso, difficile da collocare. Troppo legato al presente per sembrare davvero una svolta definitiva, troppo personale per essere liquidato come un semplice altro capitolo della discografia di Ariana Grande. 


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