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Arctic Monkeys, believe the hype: 20 anni di svolte e ritorni

27.01.2026 Scritto da Elena Palmieri

Verrebbe da dire "siamo ancora qui", ma con una punta di sorpresa sincera, quella che arriva all'ascolto di una nuova canzone, mentre ci si accorge che sono passati già due decenni dal debutto discografico degli Arctic Monkeys. Con l'avvicinarsi del ventesimo anniversario dell'uscita di "Whatever people say I am, that's what I'm not", originariamente pubblicato il 23 gennaio 2006, Alex Turner e soci hanno infatti stupito il pubblico con un inedito, "Opening night", arrivato a rompere il silenzio discografico della band che durava dal 2022, l’anno di "The car". Due coordinate temporali che si toccano quasi per caso, ma che insieme raccontano molto, tra una ricorrenza che obbliga di volgere lo sguardo all’indietro e un brano inedito che riapre il discorso sul futuro, riaccendendo tra i fan l’idea – o almeno la speranza – che questo ritorno possa essere l’inizio del percorso verso un nuovo album.

Sembra ieri che quattro ragazzi di Sheffield fotografavano, con sarcasmo e precisione, le notti provinciali inglesi tra piste da ballo appiccicose, DJ set, tentativi di rimorchio e osservazioni taglienti, trasformando "Whatever people say I am, that's what I'm not" in un manifesto generazionale. Mentre ora ci sono le responsabilità dell’età adulta ben presenti, ma con una voglia di cazzeggiare – perdonate il francesismo, ma “bighellonare” non appartiene al vocabolario dei "millennial" – che non si è mai spenta davvero. "Millennial" è la generazione di chi è cresciuto con quei brani come colonna sonora dell’uscita dal liceo, dell’ingresso in una giovinezza inquieta, del primo sguardo disilluso sul mondo, e che oggi si ritrova ad ascoltare gli Arctic Monkeys con un bagaglio di anni, memorie e aspettative completamente diverso. Il fatto che, a vent’anni di distanza, una nuova canzone della band riesca ancora a catalizzare attenzione e interrogativi dice molto sul tipo di relazione che gli Arctic Monkeys hanno costruito con il loro pubblico.

All’epoca Alex Turner aveva il volto ancora segnato dall’età acerba e rendeva l’ordinario non solo accettabile, ma desiderabile, raccontandolo con un lessico che trasformava la quotidianità in racconto, molto prima che Tumblr facesse di quell’estetica un linguaggio globale. "Well, oh, they might wear classic Reeboks / Or knackered Converse Or tracky bottoms tucked in socks / But all of that's what the point is not / The point's that there ain't no romance around there": i primi versi di "A certain romance" diventarono presto uno slogan, così come il coro di "When the sun goes down".
Poi Turner è cresciuto, e con lui è maturata un’immagine artistica ed estetica che nel tempo si è fatta sempre più consapevole, teatrale, controllata (nel 2018 arrivò quindi a confessare in "Star Treatment" che "I just wanted to be one of The Strokes / Now look at the mess you made me make"). O forse no, o almeno non del tutto, perché nel video che accompagna "Opening night" il frontman appare insieme alla band con un atteggiamento sorprendentemente rilassato, circondato da bambini, lontano dall’iconografia del crooner sofisticato e rétro. Un’immagine che contrasta volutamente con quella figura camaleontica che negli anni ha alternato giacche di pelle, completi sartoriali, capelli impomatati, posture studiate e un carisma costruito su riferimenti che vanno dal rock anni Settanta a un dandyismo maturo. Accanto a lui ci sono Matt Helders, Jamie Cook e Nick O'Malley, a ricordare che, nonostante l’aura che spesso si concentra sul suo frontman, gli Arctic Monkeys restano una band nel senso più concreto del termine.

Tornare a "Whatever people say I am, that's what I'm not" significa tornare a un momento in cui tutto sembrava possibile perché ancora privo di peso storico. "We're Arctic Monkeys, this is 'I bet you look good on the dancefloor'. Don’t believe the hype", era la frase di introduzione che Turner adottò in apertura del video del primo singolo del suo gruppo, tanto da recuperarla anche durante il concerto evento del 7 giugno 2018 alla Royal Albert Hall di Londra. Era un monito e un invito per smorzare l’intenso clamore mediatico che circondava la band al suo esordio. Quell’espressione funzionava come una reazione di sfida, ironica e consapevole, alla fama rapida e trainata da internet che avevano raggiunto in pochissimo tempo. Vent'anni dopo, "Don’t believe the hype" dà il titolo a una mostra presentata dal British Music Experience che, visitabile dal 23 gennaio al 22 marzo 2026 a Liverpool, esplora la creazione e l’eredità culturale della copertina di "Whatever people say I am, that's what I'm not" per analizzare l’universo visivo più ampio da cui la fotografia in bianco e nero di Chris McClure è nata.

Alan Smythe, uno dei produttori del disco, ha ricordato alla BBC di essere "molto orgoglioso" di quel lavoro, spiegando di aver capito fin da subito che stavano lavorando su "qualcosa di davvero impressionante", sottolineando come i testi fossero "straordinari", soprattutto se si considera che erano stati scritti da ragazzi di 17 anni. Smythe ha anche descritto gli Arctic Monkeys di allora come "eccitabili, divertenti, spiritosi, affascinanti e irritanti", esattamente come ci si aspetterebbe da adolescenti, e ha raccontato la rapidità con cui vennero registrati i primi brani, spesso quattro canzoni in due giorni, per mancanza di tempo e di budget. Un’urgenza che si sente ancora oggi nelle tracce del disco, diventato il debutto più venduto di sempre per una band britannica con 360.000 copie vendute nella prima settimana, capace di fissare un’estetica sonora e narrativa immediatamente riconoscibile.

Restando tuttora il debutto più rapidamente venduto da una band nel Regno Unito, al tempo della sua uscita "Whatever people say I am, that's what I'm not" venne quindi certificato otto volte platino nel Regno Unito dalla British Phonographic Industry, mentre negli Stati Uniti è diventato anche il secondo album di debutto più venduto di sempre per un’etichetta indipendente ed è stato certificato platino dalla Recording Industry Association of America per aver venduto almeno 1.000.000 di copie.

Tra quei brani, "I bet you look good on the dancefloor" resta il simbolo più evidente di quell’energia. In un’intervista all'NME del 2011, Turner aveva raccontato di aver ritrovato il testo della canzone "scarabocchiato su un pezzo di carta" e di come esistessero diverse versioni prima di arrivare a quella definitiva, ammettendo con ironia che tra i primi tentativi "c’erano un sacco di cose sulle sigarette" e anche "qualche schifezza". Nel ripercorrere la storia del singolo di debutto degli Arctic Monkeys, il frontman aveva inoltre narrato come la band registrò inizialmente il brano a Sheffield, per poi rendersi conto che stavano suonando "tutto a 300 all’ora", decidendo di tornare in studio per rifinirlo meglio. Un processo caotico ma vitale, che contribuì a trasformare una canzone nata quasi per caso in un singolo destinato a resistere al tempo più di molti altri pezzi dello stesso album.

Da lì in poi, la storia degli Arctic Monkeys è stata una sequenza di deviazioni consapevoli. Il successivo album "Favourite worst nightmare" arrivava come accelerazione e consolidamento, "Humbug" voleva essere una prima vera ombra gettata sul proprio suono, "Suck it and see" si imponeva come parentesi più luminosa e melodica, mentre "AM" fu un taglio definitivo con l’idea di band indie britannica portando il gruppo in una dimensione globale, fino a "Tranquillity base hotel & Casino" e "The car", lavori che hanno spostato il baricentro verso pianoforte, orchestrazioni, scrittura cinematografica e una riflessione sempre più esplicita sul ruolo stesso della formazione. Un’evoluzione che ha spesso spiazzato, talvolta diviso, ma che ha mantenuto intatta una coerenza di fondo, con la necessità di non ripetersi.

È in questo contesto che arriva "Opening night", primo inedito dal 2022 e anticipazione della compilation benefica "Help(2)" curata da War Child. Matt Helders - più incline a esporsi rispetto al più schivo e riservato frontman, tanto da farsi più spesso portavoce della band - ha spiegato a Zane Lowe su Apple Music, che il gruppo sentiva "il bisogno di fare di nuovo qualcosa insieme", chiarendo come l’obiettivo non fosse attirare attenzione su di sé, ma concentrarla sulla causa:

Il batterista ha raccontato di come il ritrovarsi in studio sia stato naturale, quasi immediato, come se il tempo trascorso non avesse creato distanza, e di come l’idea fosse quella di costruire qualcosa di nuovo partendo da suggestioni lasciate in sospeso negli anni. "Opening night" non fornisce risposte sul futuro, non chiarisce se sia l’inizio di un nuovo ciclo discografico o un episodio isolato, ma proprio per questo funziona come gesto simbolico diventando un bellissimo brano che esiste nel presente, senza promesse esplicite, ma capace di riattivare l’immaginazione collettiva che da vent’anni accompagna gli Arctic Monkeys.

Vent’anni dopo "Whatever people say I am, that's what I'm not", la band di Sheffield continua a muoversi nello spazio ambiguo tra memoria e possibilità, tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora essere. "Opening night" arriva come una luce che si accende di nuovo sul palco, senza dirci se lo spettacolo stia per ricominciare davvero o se si tratti solo di un saluto elegante. Ma forse è proprio questa incertezza, questa capacità di rimanere sospesi, a spiegare perché gli Arctic Monkeys siano ancora qui, e perché continuiamo a guardarli aspettando la prossima mossa.


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