Dopo l’ultima trionfale era dei Moderat, e dopo sette anni di silenzio discografico come Apparat, Sasha Ring torna con “A Hum Of Maybe”, un album nato da un blocco creativo e trasformato in un esercizio quotidiano di sopravvivenza umana artistica. Un disco che parla di trasformazione personale, di usare i loop elettronici per uscire dai loop della vita, ma che unisce l’elettronica con la dimensione della band.
In occasione dell’uscita dell’album e delle date italiane di aprile (15 aprile a Milano, 16 a Roma più altre tre date questa estate), Ring racconta come il dubbio, il “maybe” siamo diventata uno spazio creativo, la differenza tra il progetto Apparat e i il tempo con Moderat.“A Hum Of Maybe” è il tuo primo album come Apparat dopo diversi anni. Quando ti sei reso che era il momento di far tornare in vita questo progetto?
Non ho deciso consapevolmente di “far rivivere” Apparat – è stata la musica stessa a prendere quella decisione. Per molto tempo non ho pensato affatto in termini di album, stavo solo cercando di restare connesso al fare musica. Il cambiamento è avvenuto in modo silenzioso, quando ho notato che certi appunti musicali continuavano a tornare nella mia mente, anche quando non ero in studio. Hanno iniziato a relazionarsi tra loro emotivamente piuttosto che stilisticamente. È stato allora che è sembrato qualcosa di più che frammentiIl titolo dell’album enfatizza l’incertezza come spazio produttivo. Che cosa rappresenta per te il “maybe” in questo momento della tua vita?
Per me non è più esitazione. È il permesso. Un modo per non forzare una chiarezza che ancora non esiste. Sono diventato più a mio agio con le cose che restano irrisolte – nella musica, nelle relazioni, nella vita. Quello spazio tra una decisione e l’altra ora mi sembra molto vivo. È lì che l’attenzione si fa più acuta e le cose possono ancora cambiare.Della prima canzone, “Glimmerine”, ha detto: “A loop I couldn’t get out of, so I turned it into one”. Suona quasi come un manifesto della musica elettronica. Vedi il loop come una trappola o come creatività?
Può essere entrambe le cose. Un loop può diventare una prigione, ma può anche essere uno strumento di trasformazione. La ripetizione non è il problema – la ripetizione inconsapevole sì. Se resti consapevole, un loop può diventare un luogo in cui esplorare cambiamenti sottili, non solo qualcosa che ti blocca. Penso che quella frase riguardi meno la musica elettronica in sé e più il modo in cui affrontiamo i pattern in generale.Molti brani parlano di intimità, famiglia e genitorialità. Lavorare sui testi ti ha aiutato ad un emotività che il suono da solo non poteva raggiungere?
Sì. Il suono può contenere emozione, ma il linguaggio mi ha permesso di avvicinarmi a certi stati interiori. Non spiegandoli, ma nominando frammenti di esperienza. I testi non sono descrittivi – sono più come punti di pressione. Mi hanno aiutato ad avvicinare cose attorno a cui altrimenti avrei continuato a girare indefinitamente.
Mi hanno anche dato la possibilità di tornare a momenti che avevo sepolto da qualche parte in fondo alla mente. I testi per me erano solo un altro modo di avvicinare una canzone – ma in questo disco sono diventati una forma di auto-terapia. Senza alcuna intenzione di essere terapeutici per qualcun altro. In questo senso, potrebbe essere un disco molto egoista.In questo album c’è elettronica, ma anche una dimensione da band. Quanto è stata importante. in studio e sul palco?
È stata essenziale. Lavorare con le stesse persone nel tempo crea una sensibilità condivisa. Le decisioni diventano intuitive piuttosto che concettuali. In studio, questo ha permesso alla musica di restare fragile invece di essere sovra-progettata. Sul palco, dà alle canzoni spazio per respirare e cambiare. La dinamica di band trasforma il materiale in qualcosa di vivo.Hai a lungo bilanciato composizione elettronica e suono strumentale. La distinzione tra “producer” e “musicista” ha ancora senso per te?
No, non credo. Dopo tutti questi anni, uno strumento è solo un’interfaccia. Un sintetizzatore, una chitarra, una voce – sono tutti strumenti per modellare il tempo e l’emozione. La distinzione mi sembra superata. Ciò che conta è se qualcosa è vivo, non come è stato generato.I Moderat rappresentano un altro volto della tua creatività. Come descriveresti oggi la differenza tra lavorare come Apparat e lavorare all’interno dei Moderat?
Apparat è introspezione. È il luogo in cui permetto all’incertezza e alla vulnerabilità di restare visibili. I Moderat sono rivolti verso l’esterno. Si tratta di dialogo, slancio ed energia condivisa. Entrambi sono essenziali, ma rispondono a bisogni molto diversi.Il lungo tour con i Moderat ha influenzato il tuo lavoro solista o tieni quei mondi separati?
Si influenzano inevitabilmente, anche se non lo pianifico. Andare in tour con i Moderat mi ha ricordato il potere del movimento collettivo e della fiducia. Questa consapevolezza probabilmente mi ha dato più sicurezza nel riaprire il mio lavoro solista – non stilisticamente, ma emotivamente.Inevitabile chiedere quando i Moderat torneranno con nuova musica. È una questione di tempismo o di urgenza?
È una questione di allineamento. Internamente non c’è pressione. Non lavoriamo bene sotto urgenza. Quando accadrà, dovrà sembrare necessario, non atteso. È sempre stata questa la nostra regola.I tuoi concerti trasformano spesso il materiale in studio in qualcosa di più fluido. Come stai portando queste canzoni sul palco — e ti aspetti che evolvano quando arriverai in Italia ad aprile?
Stiamo trattando le versioni live come traduzioni, non repliche. Le canzoni sono più aperte, meno fissate. Cambiano già da una sera all’altra, e mi aspetto che continui così. Quando arriveremo in Italia, probabilmente saranno di nuovo cambiate – ed è esattamente quello che voglio.
Disclaimer:
Questo articolo è stato realizzato e pubblicato da Rockol.it ed i suoi contenuti sono integralmente forniti da Rockol, che ne assume ogni responsabilità editoriale. Il presente sito si limita a ospitare il contenuto in modalità non indicizzata e non è in alcun modo coinvolto nella produzione, redazione o approvazione dei materiali pubblicati.
Rock Online Italia (Rockol) è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996.
Immagini e diritti
Rockol:
- utilizza esclusivamente immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali ("for press use") da case discografiche, management artistici e uffici stampa /P.R;
- impiega le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, e solo a corredo dei propri contenuti informativi;
- accetta unicamente fotografie non esclusive, destinate alla pubblicazione su testate giornalistiche, e comunque libere da vincoli di utilizzo;
- pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse da fotografi dei quali viene indicato il copyright
Crediti fotografici per l'immagine usata nell'articolo: Max Zerrahn
Segnalazioni
Eventuali segnalazioni relative a immagini non conformi a quanto sopra descritto possono essere inviate a webmaster@rockol.it
Provvederemo a effettuare una rapida valutazione e, ove necessario, alla tempestiva rimozione del materiale.Per consultare l'articolo nella sua versione originale, visita questo link