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Annamaria Tortora, la rinascita con 'Lucciole'

13.01.2026 Scritto da Davide Poliani

NUOVOIMAIE propone una serie di incontri con protagonisti e protagoniste del panorama musicale italiano per parlare dei loro progetti, ma anche per approfondire le dinamiche che ruotano intorno all’essere Artista Interprete Esecutore.

Uscirà il 24 gennaio “Lucciole”, il nuovo disco di inediti di Annamaria Tortora: registrato sotto la supervisione del produttore Edgardo Caputo, l’album rappresenta il primo lavoro dell’artista dal 2020, anno di pubblicazione del singolo “Devi stare calma”. “Avevo bisogno di allontanarmi e di ritrovare l’ispirazione per raccontare nuove storie, ma con più amore verso la musica e verso me stessa”, ha spiegato l’artista: “Questo disco è una luce piccola ma sincera, che sa unirsi ai suoni di oggi senza perdere la verità delle storie in cui ci si può rispecchiare”...

“Lucciole” interrompe un silenzio creativo durato cinque anni: qual è stata, per te, la parte più difficile di questo processo? Ci sono stati momenti nei quali hai temuto di non riuscire più a riconnetterti con la musica?

Quando mi sono allontanata dalla musica è stato un po’ come prendere le distanze da un grande amore: quando sei ferita a fondo, rimetterti in gioco diventa difficile. Fai fatica a fidarti di nuovo, ad aprirti, ad assumerti dei rischi. La parte più complessa di questo percorso è stata proprio tornare a guardare la musica con occhi fiduciosi, senza paura. Ho temuto davvero di non riuscire più a riconnettermi con lei. A un certo punto sentivo che le nuove tendenze erano troppo lontane dal mio linguaggio e dal mio modo di sentire. Faticavo a riconoscermi in ciò che ascoltavo: mi sembrava di non sentire più voci capaci di emozionarmi, né canzoni in grado di sorprendermi. Percepivo un appiattimento generale, tante cose simili tra loro, spinte da una forte pressione del mercato “giovane”, dove emergevano nuove proposte o trapper con testi che non mi appartenevano e sonorità molto artefatte, piatte, digitali.

Questo clima era ovunque: nei talent show, in radio, in ogni spazio. E io, in quegli anni, mi sono sentita spesso fuori posto, come se stessi aspettando che fiorissero i ciliegi in pieno inverno. Eppure ero certa che sarebbe cambiato, perché, come tutte le mode, anche questa avrebbe fatto il suo corso. Sapevo che la buona musica — quella davvero suonata, affidata a musicisti straordinari e a voci spettacolari, non corrette dall’autotune — prima o poi sarebbe tornata. E con quel momento, sarei potuta tornare anch’io. Avevo solo bisogno di rispettare il silenzio, di aspettare che il tempo facesse il suo lavoro e che qualcosa si riallineasse, fuori e soprattutto dentro di me.

Hai definito il lavoro fatto insieme al tuo produttore Edgardo Caputo sulle sei canzoni che compongono “Lucciole” come “modern vintage”, metodo che avete adottato per “ricostruire le architetture emotive del passato” evitando, però, la nostalgia: dal punto di vista musicale è stata qualche particolare produzione, ad avervi influenzata, o è stata una necessità indotta dalla vostra percezione delle produzioni contemporanee?

Credo che non fosse possibile tornare davvero così indietro nel tempo, anche se – lo ammetto – mi sarebbe piaciuto moltissimo. Non volevamo però né fare un lavoro che suonasse troppo vecchio o, all’opposto, eccessivamente scontato. La sfida era proprio stare in equilibrio. Io vengo da una “scuola” fatta di tante architetture emotive diverse: Vanoni, Paoli, Fossati, De Crescenzo, Buonocore, Concato. Crescendo ho ascoltato Ella Fitzgerald, Michael Bolton, Diana Krall… tutta musica che aveva alle spalle una grande struttura tecnica ma anche una fortissima sensibilità artistica. Oggi questo tipo di attenzione non è così facile da ritrovare, e forse è anche da lì che nasce l’esigenza di fare un certo tipo di lavoro. Con Edgardo Caputo, che ha guidato la direzione artistica, abbiamo provato a dare alle canzoni un senso che non si allontanasse troppo dalla mia personalità, ma che allo stesso tempo avesse un respiro contemporaneo. L’idea era renderle più pop, più accessibili, più “vive” nel presente, senza perdere profondità. È stata la prima volta che, ascoltando le mie canzoni, chiudevo gli occhi e mi immaginavo i cori dell’Olimpico. Mi sono chiesta: la canterebbero davvero? È una domanda ambiziosa, lo so, ma la risposta che mi sono data è stata semplice: perché no?

“Lucciole” è stato realizzato con il contributo del Bando Nuove Produzioni 2024/2025 di NuovoImaie: quanto è stato importante, per un artista indipendente come te, questo tipo di sostegno?

E' stato molto importante: mi sono sentita davvero fortunata e privilegiata.
A volte la vita quotidiana, con i suoi ritmi e le sue responsabilità, prende inevitabilmente il sopravvento. Tra lavoro, impegni e spese necessarie, produrre musica — che comunque comporta dei costi — diventa complicato e spesso porta a rimandare o addirittura a rinunciare alla realizzazione di un disco. Produrre è infatti molto oneroso, soprattutto per un’artista emergente che non ha un management e non ha un’etichetta che lo “adotti”, considerando che la produzione di un disco rappresenta spesso solo un piccolo passo per riuscire a farsi ascoltare anche dalle case discografiche. A questo bando ho partecipato quasi per caso: sono venuta a conoscenza della sua esistenza il giorno prima della scadenza e una sera, tornata tardi dal lavoro, mi sono seduta alla scrivania e ci ho lavorato. Ho pensato: se non partecipo, escludo ogni possibilità; se partecipo, ne ho anche solo una su un milione. E ho fatto bene, perché è stato un vero regalo e un segno che forse non era ancora arrivato il momento di mollare. Anzi, era arrivato il momento di farmi conoscere con una nuova maturità artistica. Sarò sempre grata a NUOVOIMAIE per questo contributo, perché mi ha permesso di realizzare un sogno: registrare il mio primo vero disco.

Sempre a proposito delle criticità che caratterizzano il mondo dello spettacolo di oggi: nel brano “Non spegnere la luce” parli della crisi delle sale cinematografiche, realtà che hanno rappresentato una caposaldo nella storia culturale del nostro Paese che oggi rischiano di scomparire. Come musicista e socia di una collecting che opera anche nell'ambito dell'audiovisivo, credi che ci sia un comune denominatore che lega il mondo dei cantautori al quale tu appartieni a quello di chi lavora sui set? In questo senso, cosa pensi del lavoro di NUOVOIMAIE su questo fronte? Quanto ti senti “vicina”, come artista, al mondo del cinema?

C’è sicuramente un filo comune tra il mondo dei cantautori e quello di chi lavora nel cinema: raccontare storie e creare immaginari condivisi. Le sale cinematografiche, così come i concerti o i teatri, sono luoghi fisici di incontro e di esperienza collettiva, e la loro crisi riflette una difficoltà più ampia che riguarda tutta la filiera culturale. Musica e cinema dialogano da sempre: una canzone può dare forza a un’immagine, un film può amplificare il senso di una musica. Anche per questo mi sento vicina al mondo dell’audiovisivo, non solo artisticamente ma anche sul piano delle tutele. In questo contesto, il lavoro di NUOVOIMAIE è fondamentale perché prova a difendere i diritti e la dignità economica degli artisti, sia musicisti sia interpreti audiovisivi, in un sistema che spesso fatica a riconoscerne il valore. Come artista, sento il cinema come un linguaggio affine al mio: diverso nei mezzi, ma molto vicino nelle intenzioni e nella responsabilità culturale che porta con sé.

L'ultima canzone presente nella tracklist di “Lucciole”, “Resta”, affronta il tema della salute mentale, in chiave quasi cinematografica: pensi che questo tema sia stato sottovalutato dagli artisti e da chi lavoro nel settore dell'intrattenimento? Se sì, qual è – secondo te – la ragione? Per quella che è la tua esperienza, pensi che la situazione – sotto questo punto di vista – stia migliorando?

Credo che la musica, più di qualsiasi altro linguaggio, abbia una capacità straordinaria di entrare in punta di piedi nelle storie delle persone, di raccontare fragilità, disagi e temi sociali complessi come quello della salute mentale. Oggi, sia nel cinema sia più in generale nell’intrattenimento, se ne parla sicuramente di più, ma nella musica forse resta ancora un terreno delicato: è un tema che, se non affrontato con gentilezza e grazia, rischia di risultare respingente o semplificato. Con "Resta" ho sentito la necessità di toccare questo argomento pianissimo, cercando però una profondità emotiva autentica. Quando l’ho scritta, mi sono messa dall’altra parte: ho provato a guardare il mondo dal punto di vista di chi convive con una sofferenza mentale e, allo stesso tempo, da quello di chi sceglie di restare accanto a una persona che vive su una giostra pericolosa di emozioni, dove servono coraggio, amore e una grande capacità di tenuta. È stato soprattutto un lavoro di osservazione e di ascolto. Parlo di “grazia cinematografica” perché "Resta" l’ho immaginata come la colonna sonora di un cortometraggio sul bipolarismo, un progetto che spero di poter realizzare nei prossimi mesi, per arrivare in modo ancora più diretto e vero al cuore delle persone, attraverso storie reali. Penso che la situazione stia lentamente migliorando: c’è più consapevolezza e meno paura di nominare il disagio. Ma resta fondamentale continuare a farlo. Noi artisti abbiamo una responsabilità, quella di usare la nostra arte per raggiungere chi si trova in una posizione di fragilità, offrendo ascolto, riconoscimento e, se possibile, un senso di vicinanza.

In che senso “Lucciole” rappresenta un punto di ripartenza nella tua carriera? Cosa sentivi non stesse andando per il verso giusto, dopo “Devi stare calma” del 2020?

"Devi stare calma" è stato un passaggio importante, perché ha segnato l’inizio di una trasformazione artistica. Era un brano sincero, ironico, con molte cose da dire, ma probabilmente non ancora del tutto centrato o sostenuto nel modo giusto. In quel periodo mi sono sentita un po’ disorientata da un sistema musicale sempre più veloce e consumistico, che lascia poco spazio alla cura e al tempo necessari per far crescere davvero una canzone. “Lucciole” nasce proprio da qui: dal desiderio di rallentare, di tornare a dare valore al lavoro fatto in studio, alla musica come esperienza che resta. E' una ripartenza consapevole, controcorrente, con la speranza che anche un gesto piccolo possa contribuire a mantenere viva un’idea di musica più autentica e duratura


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