È stato pubblicato da qualche giorno (dal 24 aprile in UK) un cofanetto con un triplo CD tributo ai Pink Floyd che già dal titolo fa venire l’acquolina in bocca: "Animals Against The Wall". Va specificato che non si tratta di un nuovo progetto, ma di una raccolta di due lavori già editi, "Animals Reimagined" del 2021 e "Back Against The Wall" del 2005, riuniti oggi per la prima volta in un’unica confezione.
L’etichetta che ha dato alle stampe questo nuovo titolo, la Cherry Red Records, lo annuncia con queste parole: «Una formazione di superstar del classic, prog e art rock che ricrea l’ambizioso album del 1977 "Animals" e il capolavoro operistico art rock del 1979 "The Wall"». La presentazione continua così: «Ogni traccia di quest’opera innovativa è stata completamente reimmaginata con una produzione moderna e raffinati interventi musicali, pur restando fedele alla complessità compositiva dei dischi originali».
Premesso che i due capitoli in questione sono probabilmente tra i più amati dagli appassionati della band britannica, va ricordato che il "Pink Floyd Sound" in quelle opere offrì una versione notevolmente trasformata rispetto ai precedenti e celebri standard del gruppo. Per farla breve, le sonorità rintracciabili nei solchi di lavori come "Atom Heart Mother", "Meddle", "The Dark Side Of The Moon" e "Wish You Were Here", che usciti tra il 1970 e il 1975 abbracciano un lustro di storia, furono in qualche modo spazzate via da quanto inciso dal quartetto verso la fine degli anni Settanta.
Uno stile nuovo, meno "floydiano" del solito, è stato oggi "completamente reimmaginato" ed è una nota positiva, in quanto le copie carbone di progetti simili spesso non convincono né appagano l’acquirente. Il suono dei Pink Floyd del periodo 1977-1979, pur essendo evoluto rispetto al passato, restava comunque in linea con la loro precedente proposta musicale. Con questa convinzione mi sono posto all'ascolto dell'intero tributo ma, mentre la musica scorreva, sono sorti i primi dubbi che già mi avevano allertato durante la lettura dei (lunghissimi) crediti.
Sì, perché nei Pink Floyd di "Animals" e "The Wall", soprattutto nel primo (nel "Muro" compaiono solo alcuni ospiti), i musicisti impegnati sono sempre i quattro componenti storici della band e cioè Gilmour, Mason, Waters e Wright. "Animals Against The Wall" offre invece una pletora di esecutori di altissimo livello che rischia di rendere disomogenea ognuna delle trentuno canzoni presenti.
I nomi dei musicisti coinvolti sono per lo più di altissimo livello. A cominciare dalla rilettura di "Animals", citandoli in ordine alfabetico per non fare torto a nessuno (e aggiungendo una band di riferimento), si alternano nei vari brani: Jan Akkerman (Focus), Carmine Appice (Vanilla Fudge), Martin Barre (Jethro Tull), Graham Bonnet (Rainbow), Joe Bouchard (Blue Öyster Cult), Arthur Brown, Billy Cobham (Mahavishnu Orchestra), Jon Davison (Yes), Albert Lee, Al Di Meola, David J. (Bauhaus), James LaBrie (Dream Theater), Pat Mastelotto (King Crimson), Vinnie Moore (UFO), Patrick Moraz (The Moody Blues), Jordan Rudess (Dream Theater), Billy Sherwood (Yes), Kasim Sulton (Utopia), Nick van Eede (Cutting Crew) e Rick Wakeman (Yes)!
Le canzoni di "Animals", suonate da questi signori (in gran parte americani, e non è una differenza da poco in termini di stile), acquistano sicuramente in tecnica e solidità strumentale, ma quasi mai riescono a trasmettere un vero sussulto. Certo, è difficile immaginare un mostro sacro come Di Meola che reinterpreta Gilmour, così come sentire Billy Cobham pestare sulle pelli rende impossibile ogni remoto desiderio di confronto con la tecnica più essenziale e modesta di Mason.
Ho annotato la delicata interpretazione di Martin Barre su "Pigs On The Wing (Part One)" e la compattezza di "Dogs", in cui spiazza la voce in salsa heavy metal di Graham Bonnet. Si avverte un'assenza di mordente nel solo finale di "Pigs (Three Different Ones)", mentre risulta audace la rilettura di "Sheep" con la voce di Arthur Brown, vecchio amico dei Floyd sin dai "favolosi anni Sessanta", sebbene pesi l'imperdonabile mancanza dell'assolo chitarristico conclusivo. Mi è piaciuta la traccia finale "Pigs On The Wing (Part Two)": nonostante per un qualche errore sia stato cantato lo stesso testo della prima parte, la voce di Jon Davison e il controcanto di una corista anonima la rendono particolarmente piacevole.
Anche "The Wall" risente della massiccia presenza di session men diversi in ogni brano, che mina l'uniformità del suono. La prevalenza di musicisti d'oltreoceano - tra cui figurano un attore e un DJ - è considerevole anche in questo progetto: Ian Anderson (Jethro Tull), Adrian Belew (King Crimson), Jordan Berliant, Gregg Bissonette (Joe Satriani), Vinnie Colaiuta (Frank Zappa), Geoff Downes, Aynsley Dunbar, Elliot Easton (The Cars), Keith Emerson, Larry Fast (Peter Gabriel), Tony Franklin, John Giblin (Simple Minds), Gary Green (Gentle Giant), Glenn Hughes (Deep Purple), Steve Howe (Yes), Tony Kaye (Yes), Robby Krieger (The Doors), Bob Kulick (Lou Reed), Jim Ladd, Tony Levin (Peter Gabriel), Alex Ligertwood (Santana), Steve Lukather (Toto), Malcolm McDowell, Ronnie Montrose, Steve Morse (Deep Purple), Del Palmer (Kate Bush), Mike Porcaro (Toto), Steve Porcaro (Toto), Jay Schellen (Asia), Jason Scheff (Chicago), Tommy Shaw (Styx), Billy Sherwood (Yes), Michael Sherwood, Chris Squire (Yes), Rick Wakeman (Yes), Fee Waybill (The Tubes), John Wetton (King Crimson), Alan White (Yes), Dweezil Zappa.
Rispetto ad "Animals", si ha la sensazione generale che si sia voluta rispettare maggiormente l’opera originale. Ottima "In The Flesh?", mentre è azzeccato il flauto (così come la voce) di Anderson su "The Thin Ice". Steve Morse su "Another Brick In The Wall, Part One" graffia come Gilmour e la voce di Billy Sherwood è sufficientemente "watersiana" per "The Happiest Days Of Our Lives". Poco convincente "Another Brick In The Wall, Part Two", complice la chitarra di Ronnie Montrose, mentre è degna di nota la prova di John Wetton su "Mother", tra le migliori interpretazioni del tributo anche grazie al solo di Adrian Belew. Brividi per l'acustica di Steve Howe su "Goodbye Blue Sky" ed è sorprendente trovare Robby Krieger dei Doors su "Empty Spaces", seguita dalla convincente "Young Lust" affidata alla voce di Glenn Hughes e alla vibrante chitarra di Elliot Easton (se ci fosse stato Ritchie Blackmore avremmo gridato al miracolo!). Scelta appropriata lasciare le tastiere di "One Of My Turns" nelle mani di Larry Fast e quelle di Geoff Downes in "Don’t Leave Me Now", resa ancor più solida dal tocco di Krieger e dalla voce di Tommy Shaw. Su "Another Brick In The Wall, Part Three" meritano un dieci pieno i due Toto, Steve Lukather e Steve Porcaro, insieme all'ottimo Tony Levin, che gioca di fino anche sulla successiva "Goodbye Cruel World".
Il secondo CD apre con "Hey You", in cui risaltano il basso di Wetton, la chitarra di Lukather e la batteria di White. Segue "Is There Anybody Out There?", che ripercorre le oscure atmosfere dell'originale impreziosita dal flauto di Anderson e dall'acustica di Belew. Si continua con la struggente "Nobody Home" che offre un pregiato ricamo di Rick Wakeman, mentre "Vera", con l'apporto di Howe, e l'imponente "Bring The Boys Back Home", cantata da Sherwood, anticipano la tanto attesa "Comfortably Numb", affidata alle voci di Squire (anche al basso) e Sherwood, il quale approccia la chitarra senza la pretesa di accostarsi alle inarrivabili meraviglie di messer Gilmour. "The Show Must Go On" vede Belew alla voce e Colaiuta alla batteria, preparando il terreno per la potente energia di "In The Flesh" con le tastiere ruggenti di Keith Emerson. "Run Like Hell" è affidata a Jason Scheff (voce e basso), Dweezil Zappa alla solista e alle magie delle tastiere di Tony Kaye. In "Waiting For The Worms" si distingue la sezione ritmica di Levin e Colaiuta, con Emerson che regala un solo di organo magistrale e lo speaker Jim Ladd — toh, era con Waters in album e tour "Radio K.A.O.S." del 1987 — che sostituisce Roger nei celebri proclami del brano. La breve "Stop" anticipa il momento del giudizio, "The Trial", in cui viene coinvolto nientemeno che Malcolm McDowell (l'Alex del film "Arancia Meccanica") per un’interpretazione pazzesca. "Outside The Wall" chiude l'opera lasciando la narrazione alla voce ferma e calda di Jim Ladd.
In definitiva, l’impressione è che l’agguerrita schiera di interpreti reclutati per i due tributi suggerisca una preferenza per il prestigio del nome a discapito dell'efficacia artistica. Il limite strutturale di entrambe le operazioni risiede nell'assenza dei tratti distintivi dei Pink Floyd: quel marchio di fabbrica tecnicamente "imperfetto" ma istantaneamente riconoscibile che qui svanisce quasi del tutto. Per l'appassionato, il sound floydiano è materia sacra; tuttavia, in "Animals Against The Wall", il senso di smarrimento prevale sulla capacità di apprezzare le nuove chiavi di lettura. Troppo spesso ci si trova davanti a un gran fumo scenico che, per chi è affamato di vera sostanza floydiana, lascia solo il vuoto: dell'arrosto, purtroppo, non resta nemmeno l'ombra.
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