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Andrea Laszlo De Simone, una lunghissima ombra che rivela l’anima

04.01.2026 Scritto da Elena Palmieri

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Qua invece le candidature per i migliori live.

 

“Io mi accorgo / Di esser diventato grande / Vedo solo facce stanche / E quando viene sera / Proietto una lunghissima ombra”. C’è un punto in cui la luce incontra la materia e ne rivela l’esistenza attraverso la proiezione di un’ombra. Da questa metafora prende vita il brano che chiude e che dà il titolo a “Una lunghissima ombra”, il nuovo progetto di Andrea Laszlo De Simone. Sei anni dopo la suite “Immensità” (leggi qui la nostra recensione) del 2019 e a distanza di otto anni dall'album "Uomo donna" del 2017, il musicista torna trasformando la percezione in linguaggio e la coscienza in suono per indagare quei “pensieri intrusivi”, una sorta di spazio dentro cui ogni essere umano si trova ad affrontare se stesso e il mondo. Il disco procede come un'immersione nella realtà e nella memoria, partendo da una tensione tra presenza e assenza, come se ogni nota fosse la traccia di qualcosa che non si lascia afferrare. “Una lunghissima ombra”, che nel suo complesso si presenta come un progetto audiovisivo composto da album e film, è un’opera che si muove nell’intimità, dove la musica diventa qualcosa che appartiene a tutti e che si traduce in immagine, creando un dialogo costante tra il visibile e il suo riflesso, tra la vita che si manifesta e l’anima che viene rivelata dall’ombra.

Articolato in diciassette tracce, il disco è una sorta di percorso a ritroso nella discografia di Andrea Laszlo De Simone. L’album si apre con un linguaggio esplicitamente cinematografico, facendo tesoro dell’esperienza per la colonna sonora del film “Le Règne animal”, per poi attraversare l’atmosfera del brano “Vivo” del 2021 e recuperare il respiro orchestrale di “Immensità”, fino a rifarsi al cantautorato di “Uomo donna” ed “Ecce homo”. L’artista sembra quindi volere racchiudere in un solo spazio tutto ciò che è stato, compiendo un esperimento per cui poi lascia che sia la musica a tirar fuori le parole. È così che “Una lunghissima ombra” si compone di frammenti sonori che ne scandiscono il ritmo interiore, tra intro e interludi che arrivano come dei respiri tra le canzoni, in passaggi in cui non è il testo a esprimere una situazione o una riflessione. Dall’introduzione con la traccia strumentale “Il buio”, agli interludi del disco, “Neon”, “Diffrazione”, “Spiragli” e “Rifrazione”, si costruiscono episodi che uniscono le canzoni del disco come trame di un racconto in movimento. Dentro questa tessitura fatta di sintetizzatori, chitarre, vibrazioni e rumori ambientali, il musicista ricama poi gli ambienti sonori delle canzoni, in cui scorrono linguaggi diversi, per cui la canzone d’autore italiana e francese si incontra con la psichedelia, la musica sinfonica si fonde con il rock e l’elettronica.

“Quasi all’imbrunire / Filtrano i ricordi / Come fiori incolti / Fra le tue rovine”, canta Andrea Laszlo De Simone sul finire della prima vera e propria canzone di “Una lunghissima ombra”. Il brano “Ricordo tattile” apre questo percorso di consapevolezza, dove il protagonista non è un io, ma l’uomo immerso nel flusso dell’esistenza. Organo e sintetizzatori si intrecciano per aprirsi e accogliere l’arpeggio di una chitarra classica. Dopo la ripresa di una veduta dall’alto della città in time-lapse, il film che accompagna l’album si sofferma su diverse inquadrature della realtà, creando un confronto con il tempo, che scorre, che ritorna e che si lascia vivere.

Mentre “Ricordo tattile” riprendeva la dimensione orchestrale di “Immensità”, già con “La notte” si entra nella forma canzone più cantautorale, in un gioco tra chitarra, archi, tastiere e batteria. Le parole rivelano più simboli, oltre a quelli suggeriti dal titolo e dall’immagine ripresa nel film, suggerendo più livelli di lettura. “Al tempo della mia prima voglia / Quando si godeva ancora / Mi abbandonai a vivere il fiore / Avaro della tua primavera”, recita il ritornello, mentre il fiore si inserisce nel racconto insieme all’oscurità della notte che si dissolve poi con il sorgere del sole.

In questo luogo di musica, canzoni, suoni e immagini, l’impossibilità di rispondere a ogni domanda del mistero della vita, si trasforma nella possibilità di accettare l’esistenza, nel gesto semplice del lasciare che sia. Così, dopo la carezza della canzone "Per te", il nono brano dell’album, intitolato “Un momento migliore”, regala casualmente felicità e soddisfazione: “Non voglio pensare al futuro / perché sono quasi sicuro / che sbaglierò per sempre”, confessa il protagonista della canzone attraverso la voce di Andrea Laszlo De Simone e l’arrangiamento degli archi che regalano una sinfonia agrodolce (traduzione voluta di “Bitter sweet symphony”, per sottolineare velatamente l’eco che ricorda la nota hit del ‘97). Nel film si viene catturati dalle luci di un Luna Park, e all’ascolto si viene travolti dalla consapevolezza che sbagliare significa muoversi, cambiare, evolversi.

“Noi / Cosa sappiamo di noi / Cosa ci illumina / Cosa ci spinge / Cosa ci domina / Non è reale”, ci si interroga nella penultima canzone di “Una lunghissima ombra”, prima della conclusiva title track. In questa sorta di mantra, in cui i versi e soprattutto le parole "non è reale" vengono ripetute in loop, sostenute da sintetizzatori e scintille elettroniche, Laszlo si fa ancora una volta un artigiano che plasma la materia del tempo e della musica. L’intero progetto diventa così un’opera che è al tempo stesso riflessione intima e interiore, ma anche racconto in prospettiva, capace di osservare la realtà e restituirla attraverso uno sguardo che va oltre il sé.


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