A 44 anni, con un nuovo album intitolato Sanctuary e un imponente tour davanti, Amy Lee guarda al suo percorso artistico con lucidità. La frontwoman degli Evanescence si è raccontata ai lettori del "Guardian", esplorando le origini dei suoi più grandi successi, le sue influenze musicali e il delicato equilibrio tra l'industria dello spettacolo e l'urgenza di un impegno civile e umano.
Tutto è iniziato con l'esplosione planetaria di Bring Me to Life, un brano scritto a soli 19 anni per elaborare il trauma di una relazione violenta. "L'ho scritta quando avevo una cotta per quello che ora è mio marito, ma il tema è la ricerca di qualcosa di più grande: aprire il cuore, trovare una maggiore profondità", ha raccontato la cantante, ammettendo di essere oggi estremamente fiera della sé stessa di allora.
Questa ricerca emotiva affonda le sue radici nelle atmosfere oscure degli anni Novanta, in particolare nel trip-hop e nei Massive Attack. Tuttavia, è la voce di Beth Gibbons dei Portishead ad aver segnato profondamente il suo approccio vocale: "La voce di Beth ha un modo di oscillare su una crepa emotiva, sul limite di un'emozione selvaggia, a malapena repressa, ma senza mai urlare". Un'influenza così totalizzante da farle ammettere che inciderebbe "tranquillamente un intero album di sole cover dei Portishead".
Con il nuovo lavoro Sanctuary, la dimensione introspettiva lascia spazio anche all'indignazione per le atrocità del mondo contemporaneo. Alla domanda su come utilizzi la sua voce per contrastare le ingiustizie, l'artista non usa mezzi termini:
La musica diventa così il veicolo per affrontare tragedie reali e sistematiche. Non c'è più spazio per il silenzio o per l'imbarazzo imposto dagli altri. "La musica è sempre stata uno sfogo per tutto ciò che ho nel cuore, quindi ora la musica è uno sfogo per queste grandi cose", ha spiegato, ribadendo un concetto fondamentale: "Dobbiamo essere forti e continuare a denunciare le ingiustizie, senza cedere al fascismo".
In un'industria discografica spesso ossessionata dall'estetica e dalla sessualizzazione, Amy Lee si conferma una voce fuori dal coro, incoraggiando a concentrarsi sull'autenticità. Rispondendo a una lettrice scoraggiata dai canoni estetici imposti dal mercato per chi aspira a diventare una rockstar, smonta l'ossessione per le apparenze. "La bellezza è qualcosa di profondo: essere un'artista, fare musica. È lì che si trova l'oro", sottolinea, ricordando che "vendere il tuo prodotto ed essere una star di Instagram non è la cosa importante. Chiunque può fare ottima musica se ce l'ha nell'anima".
Nonostante l'intensità dei temi trattati, c'è spazio anche per l'ispirazione irrazionale e per la componente tragicomica del lavoro dal vivo. Il processo creativo di Lee passa spesso attraverso una dimensione onirica estremamente vivida. L'ispirazione per brani come Secret Door è arrivata letteralmente durante il sonno, cullata da un tempo in 3/4, in quei momenti in cui "la mente è attiva ma non si è ancora nella realtà".
Ma è sul palco che la magia cede talvolta il passo all'imprevisto. Dai pesanti sipari kabuki che le cadono sulla testa a causa del vento, agli attacchi vocali completamente sbagliati durante i duetti, fino all'impossibilità di trovare l'ingresso del palcoscenico nei grandi palasport. "Spinal Tap è totalmente come la realtà", scherza la cantante.
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