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Alla fine Brunori è diventato nazionalpopolare restando sé stesso

02.01.2026 Scritto da Mattia Marzi

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Qua invece le candidature per i migliori live.

Non serviva Sanremo per ricordarci che Brunori Sas è uno dei cantautori italiani più importanti degli ultimi vent’anni, ma a Brunori Sas serviva Sanremo per ribadirlo anche al pubblico nazionalpopolare, al quale in questi anni il cantautore calabrese non era mai riuscito ad arrivare. E va’ a capire perché. Già, perché in Dario Brunori, questo il vero nome del musicista (quello d’arte, per chi non lo sapesse, è un omaggio all’impresa edile dei suoi genitori), è sempre stata viva una fortissima componente nazionalpopolare. “La verità” nel 2016, nove anni fa, conquistò anche Laura Pausini, che dedicò pure un tweet all’allora semisconosciuto - almeno al grande pubblico - Brunori, che a 38 anni cantava la ricerca di un equilibrio tra la sicurezza nel quotidiano e la voglia di cambiamento: se l’avesse incisa un Cesare Cremonini, a quest’ora sarebbe un classico della musica italiana. E che dire di “Per due come noi”, inclusa nel 2020 nell’album “Cip!”? «Vuoi fare l’amore o vuoi solo godere?»: rimane uno dei versi d’apertura più belli della musica italiana di questi anni. Non avrebbe sfigurato sul palco dell’Ariston, all’epoca. Brunori ci è arrivato cinque anni dopo, a 47 anni. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire.

Forse non è un caso che per questo disco abbia scelto di rifarsi all’immagine dell’albero delle noci, quella che ha ispirato anche la meravigliosa canzone portata in gara al Festival, dedicata alla figlia Fiammetta, 4 anni: il noce comincia a produrre frutti solo dopo otto-dieci anni dalla piantumazione. L’album è il manifesto di un cantautore d’altri tempi, dove “cantautore d’altri tempi” non sta a indicare solo lo stile e l’approccio alla scrittura orgogliosamente démodé di Brunori (c’è chi sui social dopo il primo passaggio a Sanremo lo ha ribattezzato ironicamente “DeBrunori”), ma anche quell’attitudine che lo ha sempre portato a fare le cose seguendo tempi “altri” rispetto a quelli dell’industria discografica.

Alle dieci canzoni contenute nel disco ha lavorato negli ultimi quattro anni - tanti quanti ne sono passati dall’uscita di “Cip!” - insieme a Riccardo Sinigallia, eminenza grigia del cantautorato di scuola romana degli Anni Novanta e Duemila, di cui ha forgiato il suono e l’estetica. Ne percepisci subito il tocco, ascoltando “Per non perdere noi”, il brano che apre l’album, con quegli accordi in minore, quella malinconia di fondo e quella propensione all’essenzialità che caratterizza le produzioni di Sinigallia: pochi elementi - un pianoforte, qualche chitarra acustica, un po’ di archi e qualche fiato - ma messi al posto giusto. “L’albero delle noci”, “La ghigliottina”, “La vita com’è”, “Fin’ara luna” (un bozzetto di due minuti e trentanove secondi in calabrese, la commovente lettera di un uomo alla moglie, scomparsa: «E ogni notte prego 'u Padre Eterno / ca si pigghiassa pure a vita mia / ca tanto io senza i tia un ci pozzu sta’»), “Luna nera”, “Guardia giurata”: il disco è tutto più o meno così, anche se non mancano un paio di passaggi un po’ più prodotti come “Il morso di Tyson” o “Più acqua sul fuoco”, con quei chitarroni elettrici che richiamano gli esordi metal di Brunori. «Delle tante canzoni venute fuori, ne abbiamo scelte dieci, quelle che ci sembravano più solide ed emozionanti e che, messe insieme, formano un racconto coerente. Tre di queste sono registrazioni fatte da me col cellulare a pochi minuti dalla composizione, con tutti gli errori, gli inciampi, le esitazioni, i sorrisi, i sussulti e lo stupore del caso. Perché di questo volevo parlare, perché di questo volevo cantare», spiega il cantautore.

Dentro c’è tutto l’immaginario che ha sempre caratterizzato i dischi di Brunori Sas sin dall’esordio del 2009 con “Vol. 1”: la provincia ferma agli Anni ’80, le ideologie del passato che lasciano il posto ai proclami social, la crisi economica e sociale, il tutto raccontato sempre con lucidità e tanta ironia (solo uno come lui poteva affrontare ne “La ghigliottina” un tema scivolosissimo come quello del politically correct senza farsi male: «Quante cose si dicono a tavola / che in pubblico non diresti mai / soprattutto da quando la ghigliottina / ha la lama affilata e lo sai»). «Racconto la mia crisi di mezza età: oggi che tutti sono proiettati verso il giovanilismo, io canto la fatica e la bellezza di dinamiche che hanno a che fare con i miei 47 anni», sorride lui. Ce ne fossero, di artisti - e di dischi - così.


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