Nel 2004 bastò una scelta apparentemente folle per far conoscere il suo nome al grande pubblico: trasformare la sigla di "Goldrake" in una ballata acustica. Il risultato fu uno dei fenomeni discografici di quell'anno, con il disco di platino, settimane nella Top 5 delle classifiche e un brano diventato ormai un piccolo classico generazionale. Da allora, però, Alessio Caraturo ha continuato a scrivere e cercare una strada personale, lontano dai riflettori e dalle logiche del mercato.
Oggi torna con "Chell che ssi'", primo capitolo di un progetto interamente in lingua napoletana che unisce elettronica, melodia classica e una scrittura che guarda alla tradizione senza nostalgia. Più che un ritorno, lo definisce un nuovo inizio: un disco nato dopo anni di silenzio, in cui Napoli non è folklore ma il luogo emotivo in cui prendono forma storie universali.
"Chell che ssi'" inaugura un nuovo capitolo del tuo percorso. Quando è nato questo disco?
«Credo moltissimo nell'ispirazione. Le canzoni non si decidono a tavolino: arriva un'energia che ti attraversa e, se sei pronto, si trasforma in musica. È quello che è successo a me. Questo disco nasce in un momento di grande serenità. Avevo bisogno di fermarmi, di togliere il superfluo e cercare la verità. Dopo tanti anni di musica senti che è arrivato il momento di raccontarti senza maschere e senza fretta. Queste canzoni sono figlie della mia crescita.»
Hai scelto di scrivere un intero disco in napoletano. Una scelta artistica, identitaria o anche culturale?
«Non è una moda e nemmeno una scelta politica. È semplicemente la mia identità. Alcune sfumature riesco a raccontarle solo in napoletano: è una lingua calda, che protegge i sentimenti e mi fa sentire vicino alle mie radici. In realtà non è nemmeno una novità. Ho iniziato cantando Pino Daniele nei locali e ho sempre scritto anche in dialetto. Per me il napoletano è la casa in cui mi sento più libero.»
Nel disco convivono elettronica e melodia classica. Come hai trovato l'equilibrio?
«È stato un lavoro durato anni. Amo la musica elettronica, ma non volevo mettere insieme due mondi separati. Cercavamo un equilibrio vero: l'elettronica porta ritmo e contemporaneità, la melodia classica il calore e il sentimento. Niente è stato arrangiato seguendo una moda o pensando al mercato. Volevamo costruire un linguaggio nuovo che raccontasse la persona che sono oggi. Mi sento abbastanza maturo da poter fondere passato e presente.»
Napoli attraversa tutto il disco, ma non è la città-cartolina che spesso si racconta.
«Infatti non è un personaggio. È il luogo dove tutto accade, la culla delle mie storie. Dentro le canzoni c'è il nostro modo di vivere i sentimenti, ma quello che racconto è universale. Napoli rappresenta le mie radici, è il posto in cui riesco a scrivere. La mia stanza sicura.»
L'amore sembra essere il centro del disco.
«Io non racconto mai le mie storie personali. Mi interessano le storie che appartengono a tutti. Spesso canto l'amore non corrisposto o il dolore di una ferita. Alla fine, però, tutto si riduce all'amore. È l'unica cosa davvero universale. I soldi, il potere, la posizione sociale passano. L'amore resta ed è quello che tiene insieme il mondo.»
C'è ancora chi ti identifica soprattutto con "Goldrake". Oggi che rapporto hai con quel successo?
«Bellissimo. È stato un trampolino straordinario e non rinnego nulla. Ho arrangiato quel brano perché lo amavo profondamente, volevo fare un omaggio alla mia infanzia. Ancora oggi molte persone mi ringraziano perché quella versione è entrata nella loro vita. Però adesso vorrei che ci fosse spazio anche per la musica che sto facendo oggi. Mi piacerebbe che la gente ascoltasse le mie canzoni, le mie storie.»
Cosa diresti oggi al te ragazzo del 2004?
«Gli direi di continuare a fare la musica che sente dentro. Di non lasciarsi condizionare dagli interessi esterni. Se sei autentico hai già fatto la cosa giusta, qualunque risultato arrivi. Il successo è bellissimo, i dischi di platino pure. Ma quello che conta davvero è restare onesti con sé stessi.»
La scena napoletana vive un momento straordinario. Ti senti parte di questa stagione?
«La guardo con grande rispetto. C'è un'energia incredibile e ascolto davvero di tutto. Sono anche un grande fan di Geolier. Detto questo, sento di percorrere una strada molto personale. Non voglio rincorrere le tendenze. Voglio continuare a fare la mia musica e raccontare qualcosa che sia davvero mio.»
Nei tuoi testi il napoletano ha una dimensione quasi letteraria.
«Perché lavoriamo tantissimo sulle parole. Con Alessandro Aurisio ci conosciamo da molti anni e condividiamo la stessa idea di scrittura. Evitiamo lo slang e i riferimenti troppo contemporanei. Vorremmo che queste canzoni potessero essere ascoltate anche tra molti anni, come accade con la grande canzone classica napoletana.»
"Chell che ssi'" è anche il cuore del progetto?
«Credo di sì. È stato il primo brano scritto ed è quello che ha acceso tutto il resto. È la radice dell'album e probabilmente la canzone a cui sono più legato.»
Sei rimasto lontano dalla musica per diversi anni.
«Quel silenzio è stato fondamentale. Mi ha permesso di tornare al vero Alessio. Ho continuato a fare l'architetto, ho vissuto una vita normale, ma l'arte non mi ha mai abbandonato. Poi ho sentito che era arrivato il momento di tornare. A volte serve fermarsi per ritrovare il proprio linguaggio.»
Hai mai avuto paura che inseguire il mercato potesse snaturarti?
«No. Mi piace usare suoni contemporanei, ma la mia radice resta la melodia classica. Se rincorri le tendenze rischi di perdere te stesso. Io preferisco seguire la mia identità.»
Anche il videoclip evita la Napoli da cartolina.
«È stato realizzato da Nunzia Esposito, la mia compagna, che lavora nel cinema da oltre vent'anni. Abbiamo voluto raccontare una Napoli più scura, più interiore. Non è un video narrativo: è quasi videoarte. Prima della storia arrivano le emozioni.»
Continui a credere nell'album, anche nell'epoca dei singoli?
«Sì, ma bisogna confrontarsi con il modo in cui oggi si ascolta la musica. I brani confluiranno in un album, però mi piace pubblicarli appena sono pronti. Non mi adeguo ai generi, ma ai tempi sì. È bello condividere la musica quasi in tempo reale con chi ti segue.»
Cosa vorresti che restasse di questo disco fra dieci anni?
«Vorrei che fosse ancora capace di parlare alle persone. Che qualcuno potesse riconoscersi nelle sue fragilità, nella felicità, nell'amore. Mi piacerebbe che queste canzoni riuscissero a superare il tempo. È l'ambizione più grande che possa avere un autore.»
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