A volte il rischio, quando si ha a che fare con certi patrimoni artistici, è che la celebrazione finisca per anestetizzare il racconto. Nel caso di Rino Gaetano il pericolo è ancora più concreto: trasformare una delle figure più irregolari e difficili da incasellare della musica italiana in una rassicurante icona pop.
Il lavoro portato avanti da Alessandro Gaetano, alla guida della Rino Gaetano Band e del Rino Gaetano Day, prova da anni a muoversi in direzione opposta.
Nell’imminenza della sedicesima edizione del Rino Gaetano Day, che si terrà il 2 giugno 2026 al Parco Arena Rino Gaetano a Roma, gli abbiamo chiesto cosa significhi oggi confrontarsi con un’eredità così ingombrante e ancora sorprendentemente attuale.
Sedici edizioni sono tante. Quando un evento supera una certa soglia temporale il rischio è che diventi una liturgia. Come si evita?
Tenendo sempre presente che Rino non è mai stato rassicurante. Se il Rino Gaetano Day diventasse un rito ripetitivo tradirebbe il senso stesso del suo percorso artistico. Ogni anno cerchiamo di rimettere tutto in discussione, di trovare un punto di vista nuovo, di costruire connessioni diverse. L’idea non è celebrare un monumento, ma tenere aperto un dialogo.
C’è una questione che riguarda molti artisti “di culto”: più il tempo passa, più il personaggio tende a divorare l’opera. Succede anche con Rino?
Sì, a volte succede. Il personaggio, l’immaginario rischiano di oscurare la complessità del suo lavoro. Molti si fermano all’immagine dell’artista ironico, surreale, provocatorio. Ma quella era solo una delle superfici. Dietro c’era uno studio profondo della parola, una capacità di osservazione molto lucida, e anche una parte intimissima che spesso viene trascurata.
Tu hai un doppio ruolo: familiare e artistico. Quanto è stato difficile trovare una tua distanza?
Molto. Ho da sempre sentito il bisogno di costruire uno spazio mio. Non ho mai interpretato il suo repertorio, ma ho creato un dialogo. Quando l’ho compreso, il rapporto con questa storia è diventato più libero e anche più autentico.
Qual è il primo ricordo davvero “tuo” legato a Rino, non al mito di Rino?
Ce ne sono tanti, di piccoli episodi. Uno a cui sono molto legato è una cassetta dei Kiss che mi regalò. Questa cosa mi ha sempre colpito, perché racconta anche un lato poco conosciuto di lui: era curiosissimo, musicalmente apertissimo, non aveva pregiudizi, ascoltava qualsiasi cosa. E poi ricordo momenti semplicissimi, domestici. Io piccolo con le racchette da tennis in mano poco dopo la sua “Sandro Trasportando”, giocando sul titolo della canzone. Sono dettagli apparentemente minuscoli, ma è lì che una figura così grande torna umana, familiare.
C’è anche un’altra passione che vi accomuna: la fotografia.
Sì, ed è qualcosa che sento molto vicino. La fotografia ha a che fare con lo sguardo, con il modo in cui osservi il mondo. E credo che Rino avesse uno sguardo fotografico anche nella scrittura: riusciva a fermare immagini molto precise, dettagli che sembravano casuali ma non lo erano mai. Io stesso ho sempre vissuto la fotografia come una forma di racconto parallela alla musica.
Parallelamente al tour della Rino Gaetano Band, che continua a portare la musica di Rino in tutta Italia, negli anni hai sviluppato anche un percorso molto personale, tra fotografia e progetti come greyVision, con sonorità new wave e ambient piuttosto lontane dal cantautorato classico. Era importante ritagliarti uno spazio tuo?
Sì, credo fosse inevitabile. Il lavoro con la Rino Gaetano Band continua ed è una parte importantissima della mia vita artistica, perché ogni concerto è un’occasione per rimettere quelle canzoni in relazione col presente. Allo stesso tempo però sentivo il bisogno di esplorare territori più personali, più intimi.
greyVision nasce da atmosfere che mi appartengono molto: elettronica, ambient, new wave, un certo immaginario cinematografico e visivo. E anche lì, in fondo, c’è qualcosa che arriva da quell’universo culturale in cui sono cresciuto: libri, VHS, fotografie, dischi ascoltati fin da piccolo.
Rino era molto più aperto e curioso musicalmente di quanto spesso si racconti. Credo che questa libertà nell’assorbire influenze diverse abbia lasciato un segno anche su di me.
Ti pesa il paragone costante?
Sarebbe ingenuo dire di no. Esiste, ed è inevitabile. Il mio lavoro non è dimostrare qualcosa rispetto a Rino. È contribuire a far sì che la sua opera continui a generare significato.
Una figura che emerge spesso nei racconti familiari è quella di Anna Gaetano. All’esterno viene percepita come una donna molto forte, a volte persino severa. Tu invece che madre vedi?
Vedo una donna con una forza di volontà enorme. Mia madre ha sempre avuto un carattere forte, ma dietro quella apparente durezza c’è anche molta sensibilità, e perfino una certa timidezza che in pochi colgono davvero.
Portare avanti per anni un lavoro di tutela, memoria e difesa artistica non è semplice. Richiede determinazione, equilibrio, resistenza. Per me è sempre stata un esempio. E in qualche modo credo che ci sia un filo che la lega a nonna Maria, che per Rino è stata una figura fondamentale: donne molto diverse magari, ma accomunate da una grande forza silenziosa.
Quest’anno il Rino Gaetano Day affronterà anche il tema dell’universo femminile, insieme a Metis Di Meo e alla Fondazione Una Nessuna Centomila, oltre alla collaborazione con Lunatika Factory. È una chiave di lettura meno raccontata quando si parla di Rino.
Rino nelle sue canzoni ha raccontato e citato decine di figure femminili, circa trenta donne. Penso per esempio a zia Rosina, che vive in Australia e ha appena compiuto cento anni. Sono figure che Rino cita nei suoi brani, che magari non compaiono sotto i riflettori, ma che hanno tenuto insieme mondi interi.
Il modo di Rino di raccontare le donne era particolare perché sfuggiva sia alla retorica romantica classica del cantautorato. Le sue donne sono concrete, quotidiane, spesso imperfette. Hanno nomi, gesti, caratteri, provenienze precise. Attraversano mondi diversi: popolari, borghesi, provinciali, emancipati, fragili, contraddittori. Non sono mai idealizzate. Sono persone vere dentro il caos umano e sociale che lui raccontava.
Rino Gaetano è uno di quegli artisti a cui, ciclicamente, viene attribuita una specie di capacità profetica. E’ una lettura corretta o una forzatura?
Credo che il termine “profetico” sia spesso usato in modo un po’ superficiale. Più che prevedere, Rino sapeva “leggere”. Aveva una capacità straordinaria di osservare le dinamiche profonde del Paese e restituirle con un linguaggio apparentemente leggero. Non anticipava il futuro per magia: capiva molto bene il presente. Ed è per questo che continua a suonare attuale.
Una cosa che colpisce del pubblico del Rino Gaetano Day è la presenza di tantissimi ragazzi. Come te lo spieghi?
Con l’onestà del suo linguaggio. I giovani hanno un radar molto sensibile per capire quando qualcosa è autentico. Rino non costruiva pose. Non cercava compiacimento. Credo che questa libertà arrivi ancora oggi in modo molto diretto.
Se dovessi spiegare a un ventenne che non lo conosce perché vale la pena di ascoltare Rino Gaetano oggi, cosa diresti?
Perché è uno degli artisti italiani che meglio hanno saputo tenere insieme pensiero e immediatezza. Puoi ascoltarlo superficialmente e divertirti. Oppure tornarci sopra e scoprire livelli nuovi. Non capita spesso.
Cosa ti auguri che resti di questa sedicesima edizione?
L’idea che la memoria, se vuole essere viva, deve avere il coraggio di trasformarsi. Se il pubblico uscirà con la sensazione di aver incontrato qualcosa di contemporaneo, allora avremo fatto bene il nostro lavoro.
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