Scegliere quali performance dei Grammy possano essere definite davvero memorabili è, per sua natura, un esercizio imperfetto e inevitabilmente soggettivo. La storia dei premi assegnati dalla National Academy of Recording Arts and Sciences è costellata di momenti che, in modi diversi, hanno lasciato un segno, non solo per il loro valore musicale, ma anche per l’impatto visivo, simbolico, culturale o apertamente sociale che hanno saputo generare. Nel corso delle edizioni, il palco dei Grammy si è trasformato più volte in un luogo di rivelazioni, di consacrazioni improvvise, di prese di posizione forti, di omaggi carichi di emozione e di rotture capaci di ridefinire i confini stessi dello spettacolo televisivo musicale. Alla vigilia della 68esima edizione dei Grammy Awards, in programma l'1 febbraio 2026 alla Crypto.com Arena di Los Angeles, è quasi automatico tornare con la mente a esibizioni che hanno contribuito a costruire l’identità stessa della cerimonia, a volte rubando anche l'attenzione alle premiazioni, alimentando anche la curiosità su ciò che gli artisti chiamati a esibirsi quest’anno decideranno di portare sul palco. Nella serata di domenica, con Trevor Noah come conduttore per la sesta e ultima volta, sono attesi come performer Lady Gaga, Addison Rae, Alex Warren, Andrew Watt, Brandy Clark, Chad Smith, Clipse, Duff McKagan, Justin Bieber, KATSEYE, Leon Thomas, Lola Young, Lukas Nelson, Ms. Lauryn Hill, Olivia Dean, Pharrell Williams, Post Malone, Reba McEntire, Sabrina Carpenter, Slash, SOMBR e The Marías. Sul palco, ma in qualità di presentatori, si vedranno anche Carole King, Chappell Roan, Charli xcx, Doechii, Harry Styles, Jeff Goldblum, Karol G, Lainey Wilson, Marcello Hernández, Nikki Glaser, Q-Tip, Queen Latifah, e Teyana Taylor. Tra i momenti attesi della cerimonia c’è il segmento “In memoriam”, che regala spesso performance emozionanti in ricordo di personalità scomparse nell'anno appena conclusosi. Per l’edizione di quest’anno sono stati annunciate le performance di Ms. Lauryn Hill in onore di D'Angelo e Roberta Flack. Post Malone, Andrew Watt, Chad Smith, Duff McKagan e Slash renderanno invece omaggio a Ozzy Osbourne.
In oltre sessant’anni di storia, i Grammy hanno attraversato epoche, linguaggi e trasformazioni profonde della musica popolare. Dagli anni Settanta, quando il soul e il funk si facevano veicolo di orgoglio e consapevolezza sociale - come nelle esibizioni di Gladys Knight and the Pips con "Midnight Train to Georgia" nel 1974 o di Stevie Wonder con "You Haven’t Done Nothing" nel 1975 - fino alle prime fratture visive e culturali degli anni Ottanta. Nel 1984 gli Eurythmics scardinano i codici di genere con una “Sweet Dreams” destinata a cambiare per sempre l’immaginario pop e, l'anno successivo, Prince e la sua band the Revolution esplodono sul palco con “Baby I’m a Star”, imponendo una nuova idea di carisma e sensualità, mentre Herbie Hancock e i suoi ospiti - nient'altro che Howard Jones, Thomas Dolby e Stevie Wonder - trasformano la tecnologia in spettacolo puro con un leggendaria “Synthesizer Battle”, manifesto sonoro dell’estetica elettronica degli anni Ottanta.
Nel 1988, Michael Jackson firma uno dei momenti più alti nella storia dei Grammy eseguendo “Man in the Mirror”, accompagnato da un coro gospel, regalando una performance sospesa tra spiritualità e introspezione. Fa seguito nel 1989 l’irruzione dei Metallica, che con “One” portano il metal su un palco che fino a quel momento lo aveva quasi sempre ignorato.
Gli anni Novanta si aprono nel segno della consacrazione vocale: nel 1994 Whitney Houston apre la cerimonia con una “I Will Always Love You” che diventa istantaneamente leggenda. Nel 1998, lo stesso palco ospita due momenti opposti e complementari: Bob Dylan avvolge l’atmosfera in un’oscurità inquieta con “Love Sick”, mentre Aretha Franklin, chiamata all’ultimo minuto, trasforma “Nessun dorma” in un atto di pura grandezza musicale. Nel 1999, in quel kimono rosso disegnato per lei da Jean-Paul Gaultier diventato iconico insieme a coreografia e scenografia di ispirazione giapponese, Madonna domina la scena con “Nothing Else Matters”, mentre Ricky Martin, con “La Copa de la Vida”, inaugura l’era del pop latino globale, riscrivendo il concetto stesso di star-making moment.
Nel 2001, l’incontro tra Elton John ed Eminem su “Stan” abbatte barriere culturali e simboliche, mentre nel 2003 il tributo a Joe Strummer prende forma in una versione corale di “London Calling”, suonata da Bruce Springsteen, Dave Grohl, Elvis Costello e Little Steven.
L’anno successivo, nel 2004, Prince e Beyoncé condividono la scena fondendo “Purple Rain” e “Let’s Go Crazy” in una lezione di carisma intergenerazionale.
Il 2005 è l’anno del grande caos organizzato: “Across the Universe”, cantata da un esercito di star, trasforma il palco dei Grammy in un surreale coro collettivo. Nel 2008, Amy Winehouse, in collegamento da Londra, lascia un segno indelebile con “You Know I’m No Good” e “Rehab”, mentre Tina Turner e Beyoncé celebrano l’energia pura di “Proud Mary”; nella stessa edizione, i Foo Fighters trasformano “The Pretender” in un tributo carico di potenza emotiva. Nel 2009, i Radiohead portano la poliritmia di “15 Step” in una dimensione orchestrale inattesa, mentre nel 2010 Pink sospende il tempo e il corpo con la performance aerea di “Glitter in the Air”.
Nel 2011, Lady Gaga emerge da un uovo gigante per cantare “Born This Way”, trasformando il palco dei Grammy in un manifesto di identità e inclusione. Il 2012 è l’anno di Adele, che emoziona con “Someone Like You” e “Rolling in the Deep”, e di Jennifer Hudson, chiamata a rendere omaggio a Whitney Houston con una toccante “I Will Always Love You”. Nel 2014, Beyoncé e Jay-Z aprono la cerimonia con “Drunk in Love”, imponendo una nuova idea di potere e sensualità pop.
Il 2016 segna uno spartiacque politico ed estetico: Kendrick Lamar scuote la platea con “The Blacker the Berry” e “Alright”, mentre Lady Gaga rende omaggio a David Bowie attraverso un medley che attraversa “Space Oddity”, “Changes”, “Ziggy Stardust”, “Suffragette City”, “Rebel Rebel”, “Fashion”, “Fame”, “Let’s Dance” e “Heroes”, fondendo tecnologia e memoria.
Nel 2017, Beyoncé torna al centro della scena con “Love Drought” e “Sandcastles”, A Tribe Called Quest porta la rabbia politica di “Space Program” e “We the People”, mentre Adele firma un altro momento chiave con “Hello” e rende omaggio a George Michael con “Fastlove”. Il 2018 è l’anno di messaggi impegnati con Bruno Mars e Cardi B che celebrano il funk anni Novanta con “Finesse”, mentre Kendrick Lamar, insieme a U2 e Dave Chappelle, trasforma “XXX” in una dichiarazione visiva e politica.
Nel 2019, Dua Lipa e St. Vincent si impossessano del palco con il medley “Respect”, “Masseduction” e “One Kiss”, mentre Alicia Keys, padrona di casa, si racconta attraverso “Songs I Wish I Wrote”. Nel 2021, Harry Styles apre la serata con “Watermelon Sugar”, Cardi B e Megan Thee Stallion portano “Up” e “WAP” al centro del dibattito pop, e Taylor Swift trasforma il palco in una foresta incantata con “Cardigan”, “August” e “Willow”.
Il 2022 segna l’ascesa definitiva di una nuova generazione: Billie Eilish rende catartica “Happier Than Ever”, i BTS confermano l’energia globale del K-pop e il loro status con “Butter” e Lil Nas X mette in scena un triplo manifesto identitario con “Dead Right Now”, “Montero” e “Industry Baby”. Nel 2023, l’hip hop celebra sé stesso con “Hip Hop 50”, quindici minuti di storia condensata in un unico passaggio di microfono. L'anno successivo i Grammy diventano luogo di memoria e celebrazione: Joni Mitchell torna sul palco con “Both Sides, Now”, gli U2 si collegano in diretta dallo Sphere di Las Vegas per “Atomic City”, mentre il segmento "In Memoriam" si trasforma in un lungo atto collettivo che attraversa “For Once in My Life”, “The Best Is Yet to Come”, “Nothing Compares 2 U”, “Ain’t No Sunshine”, “Lean on Me”, “Optimistic” e “Proud Mary”, rendendo omaggio a Tony Bennett, Sinéad O’Connor, Clarence Avant e Tina Turner.
Infine, lo scorso anno, ha proposto i riflesso del presente più immediato: Sabrina Carpenter conquista il pubblico con “Espresso” e “Please Please Please”, Chappell Roan afferma la propria identità con “Pink Pony Club”, mentre il tributo a Quincy Jones prende forma attraverso un medley che unisce “Fly Me to the Moon”, “Let the Good Times Roll”, “Bluesette”, “We Are the World” e “Don’t Stop ’Til You Get Enough”; a chiudere, Benson Boone porta in scena “Beautiful Things”, lasciando intravedere il futuro.
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