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Abbracciamo la sublime stranezza di Aldous Harding

17.05.2026 Scritto da Michele Boroni

In una recente intervista al Guardian, Aldous Harding si è definita la “Jim Carrey della scena indie”. Una definizione bizzarra, ma neanche troppo se si pensa al malinconico Carrey di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” (in italiano malamente tradotto in “Se mi lasci ti cancello”) invece che a quello di “Scemo e più scemo”. "Train On The Island" è il quinto album in studio di Aldous Harding, successore di “Warm Chris” del 2022 che recensimmo qui e, ancora una volta, questa narratrice dell'indie folk ci trasporta nel suo misterioso universo di dolore e comicità, in un mix di irriverenza e malinconia romantica. 

Camaleonte vocale

Dopo il primo ascolto di questo album ci si chiede se quella voce narrante profonda e rassegnata in “Worms”, sia davvero la stessa donna della civettuola in stile Tori Amos (con un accento stravagante) in “If Lady Does It”, o quella del curioso duetto in stile bossa nova “Venus in the Zinnia”. In tutti i casi si tratta sempre di questa 35enne neozelandese che vive in Galles da tempo - vero nome Hannah Sian Topp - che in effetti possiede una voce camaleontica, al punto che ogni canzone di questo disco sembra avere una personalità diversa come mittente.
Le trasformazioni vocali non sono l'unica caratteristica distintiva. Musicalmente le canzoni suonano piuttosto scarne, basate su accordi minimali (pianoforte nella title track, chitarra elettrica in “Coats"), ma sotto la superficie accade molto di più: morbidi sintetizzatori si insinuano crepitanti, conferendo a tutte le canzoni uno strato di inquietudine. Da questo punto di vista ci sembra particolarmente efficace il lavoro di John Parish, storico produttore di PJ Harvey, Eels, ma anche della nostra Nada. 

Le canzoni 

Il suono discreto del synth e l'ingresso tardivo della chitarra nel brano d'apertura "I Ate The Most" catturano immediatamente l'ascoltatore ed evocano la malinconia avvolgente dei Radiohead. Il primo singolo, "One Stop", è la perla tragicamente bella dell’album: la monotona composizione per pianoforte, quasi una filastrocca, si espande in un orecchiabile riff di chitarra acustica, accompagnato dalla sua voce distintiva. Qui la Harding racconta un incontro apparentemente imbarazzante con il musicista John Cale liquidandolo in modo divertente. Ritmi leggermente martellanti e accordi profondi aprono "What Am I Gonna Do", con la voce della Harding che suona quasi demoniaca prima di schiarirsi e risplendere di nuovo nel ritornello. La cantautrice è cresciuta con la musica folk degli anni ’60: anche sua madre era una musicista e il suo patrigno possedeva un negozio di chitarre. Queste radici si riflettono nelle sue canzoni, seppur nel suo peculiare e bizzarro sound che un tempo veniva definito "gothic folk" perché i suoi primi testi erano cupi e malinconici, anche se oggi la sua musica suona più conciliante.
"Venus In The Zinnia" è la canzone per la tua espiazione personale. Aldous si armonizza splendidamente con H. Hawkline, alias Huw Evans, che la accompagna meravigliosamente con la sua voce e la sua chitarra acustica. 

Tra gioco e mistero

Sebbene la musica di Aldous Harding sia misteriosa e lei rimanga nella scrittura una maestra del mimetismo, in ognuna di queste dieci canzoni si scopre il fascino del travestimento e dell'interazione giocosa. Non è necessario svelare tutti i dettagli enigmatici e dissezionarli fino al più piccolo elemento.
Aldous Harding si muove tra la sensibilità di Nick Drake e le acrobazie vocali di Kate Bush. Pur affrontando temi difficili, a volte spingendoli verso l’assurdo, l'interpretazione di Harding rimane unica e melodicamente splendida. Insieme a lei a suonare ci sono Harvey-Whyte alla chitarra steel Mali Llywelyn all'arpa, il tastierista Thomas Poli e il batterista Sebastian Rochford dei Polar Bear. 


 


 


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