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A$AP Rocky e l’hype che si consuma in fretta

23.01.2026 Scritto da Claudio Cabona

Otto anni sono un’eternità, soprattutto se ti chiami A$AP Rocky. “Don’t Be Dumb” arriva come un disco inevitabilmente sovraccarico: di attese, di narrazione, di marketing. Un album che si porta dietro una macchina promozionale gigantesca e perfettamente oliata, dall’artwork firmato Tim Burton ai cameo di celebrità, dalle barre che sembrano strizzare l’occhio a un dissing con Drake al gossip permanente con Rihanna, oggi compagna e madre dei suoi tre figli. Persino Winona Ryder, icona tornata al centro dell’immaginario pop grazie a “Stranger Things”, entra a far parte di questo universo visivo. Tutto, attorno a “Don’t Be Dumb”, sembra pensato per funzionare e ottenere risultati. Eppure, a una settimana dall’uscita, l’impressione è straniante: il disco sembra già uscito dal dibattito culturale e musicale. Se ne è parlato sui social, nei magazine, per qualche giorno è stato ovunque. Ma ora? La domanda è brutale ma inevitabile: “Don’t Be Dumb” ha davvero lasciato un segno?

Dal punto di vista musicale, il disco non è affatto disastroso. Anzi, è spesso divertente. Rocky resta fedele a se stesso: produzioni sporche, atmosfere dark cloud rap, una concezione della musica più vicina all’immersione sensoriale che alla centralità del testo. A$AP non è e non è mai stato un liricista, è piuttosto un costruttore di mondi, di mode e tendenze, un artista d’atmosfere, più affine a Travis Scott. Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito. “Don’t Be Dumb” suona esattamente come ci si aspetterebbe dall' A$AP Rocky di oggi. Forse il problema non è quanto sia cambiato lui, ma quanto siamo cambiati noi. Otto anni di attesa hanno gonfiato l’album di aspettative che nessun disco, così com’è, avrebbe potuto reggere. Riascoltato senza il peso del mito, il progetto funziona in diversi tratti: brani come “Helicopter”, “Punk Rocky", "Playa”, “Stole Ya Flow” e la chiusura “The end” sono ben prodotti. I featuring sono numerosi, ma non tutti interessanti. C’è anche il tentativo di alzare ancora l’asticella: in “Robbery” il rapper campiona il famosissimo brano “Caravan” nella versione di Thelonious Monk dall’album del 1955 “Thelonious Monk plays Duke Ellington” in cui il pianista jazz rivisita i brani di Duke Ellington.

Ma sul piano lirico, il disco dice poco o nulla. Anche l’ombra del dissing finisce per essere inconsistente. Tutto sembra scorrere, ma nulla resta. E così un album costruito con attenzione, pieno di simboli e riferimenti, viene rapidamente risucchiato dal flusso continuo della contemporaneità. “Don’t Be Dumb” diventa allora quasi un caso di studio sullo stato attuale della musica: dischi iper-promossi, carichi di aspettative, che però durano pochissimo nell’immaginario collettivo. Per restare serve un elemento di rottura, un discorso nuovo, una visione capace di spostare qualcosa. Qui quell’elemento manca. Non sorprende che, nelle classifiche ufficiose della sua discografia, molti fan lo collochino tra gli ultimi posti rispetto ai lavori precedenti. Forse è un giudizio severo, forse persino ingiusto. A$AP Rocky è ancora A$AP Rocky, diverte, ma questo non basta più.

TRACKLIST: 
Order of Protection
Helicopter
Interrogation (Skit)
Stole Ya Flow
Stay Here 4 Life (feat. Brent Faiyaz)
Playa
No Trespassing
Stop Snitching (feat. Sauce Walka)
STFU (feat. Slay Squad)
Punk Rocky
Air Force (Black Demarco)
Whiskey (Release Me) (feat. Westside Gunn & Gorillaz)
Robbery (feat. Doechii)
Don’t Be Dumb / Trip Baby
The End (feat. Jessica Pratt & will.i.am)
Swat Team
Fish N Steak (feat. Tyler, The Creator)


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