Dal libro “California dreamin’. Ascesa e declino del sogno (rock) americano” di Ezio Guaitamacchi (Ulrico Hoepli Editore, 320 pagine) pubblichiamo un estratto per gentile concessione dell’editore e dell’autore.
Gary Snyder, Michael Bowen, Jerry Rubin, Allen Cohen e Jay Thelin avevano illustrato alla stampa il loro nuovo progetto, che avevano chiamato “Gathering of the Tribes for a Human Be-In”, previsto il 14 gennaio, alle ore 13, al Polo Fields, nel Golden Gate Park. Due i poster dell’evento: uno disegnato da Michael Bowen e l’altro (con il capo indiano a cavallo che imbraccia una chitarra) firmato da Rick Griffin. In entrambi, sopra il titolo della manifestazione, campeggiava la scritta “Pow Wow” (tipica celebrazione religiosa dei nativi d’America) quasi a sottolineare la natura “sacrale” dell’evento.
A seguito di una conversazione tra Michael Bowen e uno spacciatore di marijuana conosciuto dalla FBI come John The Ghost (John il fantasma), era stato scelto il Polo Fields come luogo di svolgimento dello Human-Be In. Situato all’interno del Golden Gate Park, questo vasto campo verde originariamente concepito come teatro di quella sorta di hockey a cavallo inventato dagli inglesi sembrava ideale per ospitare la massa di ragazzi (se ne prevedevano trentamila) che presumibilmente avrebbe partecipato all’evento.
Ratificata dalle previsioni meteorologiche e dalle analisi di Ambrose Hollingsworth e Gavin Arthur, due astrologi/guru di Haight-Ashbury, era stata scelta quella data perché considerata “giorno ideale per le comunicazioni tra popolo e società”. Ma anche perché il 14 gennaio 1967 sarebbe stato il giorno in cui “la popolazione del pianeta avrebbe pareggiato quella di tutti i morti della storia dell’umanità”. E dunque, in una bellissima giornata d’inverno, era iniziata l’Estate dell’Amore…
Nella tarda mattinata, i ragazzi avevano cominciato ad affluire verso il Polo Fields. Arrivavano a migliaia e avevano dato vita a un esercito coloratissimo, in cui tutti portavano fiori, bandiere, flauti, tamburi e campane. Ad aprire la cerimonia ci aveva pensato il poeta Gary Snyder. L’aveva fatto alla maniera delle antiche tribù indigene, soffiando in una grande conchiglia bianca, il cui suono potente ricordava quello della sirena di una nave. E mentre Snyder propagava i suoi segnali acustici, Allen Ginsberg l’altro grande padre dei poeti beat, urlava dal palco: “We are all one” (siamo tutti una cosa sola). Poi, era stato lanciato un lungo, profondo, ispirato “Omm” dai poeti di San Francisco, Allen Ginsberg, Gary Snyder, Michael McClure, Lawrence Ferlinghetti, che insieme ad Allen Cohen, Michael Bowen, Jerry Rubin, Richard Alpert e al professor Timothy Leary, avevano guidato i trentamila presenti nel piccolo viaggio spirituale.
Tim Leary aveva incitato i giovani hippie a seguire il suo motto: “Turn On, Tune In, Drop Out”. Si trattava di un concetto che gli aveva insegnato Marshall McLuhan. Turn on (accendere) voleva dire attivare la divinità o il grande spirito all’interno di ognuno di noi. Tune in (sintonizzarsi) significava che una volta che si era spiritualmente attivati e pronti a tornare in mezzo agli altri era necessario trovare un mezzo per manifestare la nuova consapevolezza: pittura, scrittura, poesia, musica, recitazione, qualsiasi cosa in grado di esprimere la propria personalità. Drop out (estraniarsi) non era una banale forma di isolazionismo, spesa fumando marijuana e ascoltando il rock: voleva dire cambiar vita.
Tutte le persone che contavano nella comunità artistica di San Francisco erano presenti. Dennis Hopper, con una cinepresa, era lì per immortalare l’evento. Nelle prime ore del pomeriggio erano iniziati i concerti di Quicksilver Messenger Service, Jefferson Airplane e Grateful Dead. Durante il set dei Dead un paracadutista era atterrato nei pressi del palco. Ma non si era trattato, come molti avevano pensato, del mitico Augustus Owsley Stanley III, geniale ingegnere del suono e magistrale fonico di studio alla corte dei Grateful Dead, ma anche primo individuo al mondo ad aver sintetizzato in proprio la sostanza capace di alterare la percezione della mente umana. La specialità di Owsley, il cosiddetto “Owsley Purple”, era il miglior tipo di Lsd al mondo. Allen Ginsberg raccontava che il Be-In aveva avuto un significato letterale: “Era davvero sufficiente essere lì”.
“Non è stata soltanto una riunione di tribù, poeti o musicisti”, aveva scritto Gleason sul Chronicle, “lo Human-Be In è stato una dichiarazione di vita (e non di morte). Una testimonianza d’amore (e non di odio)”. Per tutti, ormai, San Francisco era diventata la capitale (contro) culturale del pianeta. E la sua musica un prodotto da esportare.
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