di Alessandra Scotti
Un ragazzo di diciotto anni sale sul palco e racconta tutto quello che pensi di sapere di lui (e di quelli della sua generazione), di cui in realtà non sai niente.
La distanza incolmabile tra ragazzi e adulti diventa la trama di una storia individuale, quella di un Francesco che si è appena affacciato alla vita e sta capendo chi vuole diventare da grande: in una costante lotta tra le responsabilità da assumersi e quelle da rimandare al mittente.
Cosa significa avere diciotto anni oggi?
Francesco ha capito, da poco, che da grande vuole fare l’attore, sta studiando, si sta impegnando come mai prima, ma allo stesso tempo è un ragazzo che ha appena compiuto diciotto anni, che ama cazzeggiare con i suoi amici, che pensa a un futuro diverso da quello che gli adulti avevano pianificato per lui, che si incazza e poi si scusa, che cerca invano risposte a domande troppo complicate che gli vengono poste, che si impegna per difendere le proprie ragioni.
Parla di sé, ma parla anche per i suoi coetanei, odia generalizzare, ma riporta le sensazioni che tanti, tantissimi ragazzi provano.
Racconta cosa significhi essere in crisi, avere paura, sentirsi soli, prende anche in giro se stesso e gli adulti dando vita a un cortocircuito in cui il monologo diventa un dialogo, in cui si ride finché ci si dimentica del perché si stava ridendo e si ricomincia ad ascoltare quel ragazzo, che in maniera disarmante, sta parlando dei problemi di un’intera generazione.
I ragazzi si immedesimano, mentre gli adulti sono costretti a riflettere se siano diventati davvero come li vedono i loro ragazzi.