Perché una donna vuole dimostrare di essere perfettamente consapevole di intendere e di volere, sottoponendosi a un processo per un reato commesso? Perché tutti, compresa la sua famiglia, vogliono invece definirla “pazza”.
Claudia Draper, una squillo di lusso, viene accusata dell’omicidio di un anziano cliente e rischia venticinque anni di carcere. Pur di salvarla, la ricca famiglia si affida a un valente legale per farla dichiarare incapace di intendere e di volere e internarla in un istituto psichiatrico. Ma la donna si sbarazza del legale pagato dai genitori e viene affidata a un avvocato d’ufficio, Aaron Levinsky, il quale intuisce — dietro il contegno ostico dell’indesiderata cliente — un’intelligenza acuta e la capacità di collaborare alla propria difesa. Claudia lo fa prescindendo da ogni possibile cavillo giudiziario, svelando dolorosamente, con disperata causticità, lo scabroso entroterra familiare dai toni freudiani nel quale è maturata la sua scelta di vita e le intollerabili pretese del cliente che scatenò la sua micidiale reazione di difesa.
La violenza su una donna all’interno di un nucleo familiare ha una connotazione sociale? Riguarda solo i ceti più disagiati?
Claudia è di una famiglia alto borghese e distrugge tutti i cliché classisti sulla violenza sulle donne.
Portato in scena per la prima volta a Broadway nel 1980, il testo fu poi trasposto al cinema dallo stesso Topor in una versione con Barbara Streisand nei panni della protagonista.