Facilmente si dimenticano autori che a loro tempo fecero scalpore, come Joe Orton: il drammaturgo inglese scandalizzò il suo primo pubblico, da vivo con Intrattenendo Mr. Sloane (1964) e con Il malloppo (1967), da morto con la rappresentazione postuma di Ciò che vide il maggiordomo nel 1969, sulla quale intervenne la censura.
Il tempo poi riduce la reattività alle provocazioni di un’opera che subisce via via giudizi più distaccati. Nel caso di Orton, restano comunque soprattutto il linguaggio e una struttura di tale sapienza compositiva e sintetica di generi e di modi drammaturgici, da fornire un bel banco di prova a registi e attori.
Si tratta di una commedia di notevole, irriducibile carattere, dalla quale raccogliere una sfida creativa stimolante. Il testo è dotato di ritmi propri, inediti rapporti fra i personaggi, vivificati da reazioni originali, così che dalla fantasia dell’autore, quella del regista ottenga la concretezza di una favola fuori dal tempo. L’ambientazione in una clinica, simbolo di un’intera società, non è racchiusa agli anni in cui il testo fu scritto, ma a una favola che non ha un tempo preciso e, proprio per questo, potrebbe essere il nostro.
La scrittura pone in primo piano la forza dell’azione, sottolineandone la valenza teatrale dei dialoghi brillantemente provocatori.
In questo contesto, i travestimenti disseminati qua e là nel testo risultano necessari non per l’occultamento della verità, ma della menzogna, dell’ipocrisia. Lo schema da vaudeville s’impone nelle incessanti entrate e uscite dei personaggi colti in equivoco o in colpa flagrante. Fra tutti questi ingredienti, l’autore trova il modo e il tempo per concedere spazio all’agnizione: si svela così una trama di remoti incesti, causa di legami riconosciuti e ricomposti in una tolleranza inaudita e improbabile anche ai giorni nostri.
Insomma la congestione schizofrenica, la sovreccitazione contagiosa e dilagante in scena, ci auguriamo si propaghi in risate frequenti e sonore. È parola di Joe Orton.